28 – S come Scrittura – Jhumpa Lahiri

Oggi racconto la storia di Jhumpa Lahiri, una scrittrice che si è innamorata della lingua italiana e ha deciso di adottarla. Oggi parliamo di “In altre parole”, un viaggio nella lingua italiana. Il viaggio nella lingua italiana è fatto di passione, scoperta, ricerca, ma anche imperfezione e frustrazione. Un libro consigliatissimo a tutti quelli che stanno studiando l’italiano.

Trascrizione

La scrittura è uno strumento terapeutico. Uno strumento che ci aiuta a indagare noi stessi, a entrare in profondità, e a osservare le cose del mondo.  La scrittura è un mezzo per l’arte. Molti scrittori scrivono soprattutto per se stessi, per analizzare i propri sentimenti, per sfogarsi, per affrontare demoni e paure.  Di solito la scrittura è nella nostra lingua madre. La nostra lingua madre infatti ci rappresenta. Le nostre parole ci rappresentano. La nostra lingua madre è la nostra identità.  Ho finito di leggere da poco un libro scritto da una scrittrice che non è nata in Italia. Una scrittrice che ha deciso di usare l’Italiano come lingua della scrittura e del quotidiano,  anche se l’italiano non è la sua lingua. Questa donna ha deciso di mettersi alla prova, di abbandonare la sua lingua madre e iniziare un viaggio in un mondo fatto di parole straniere.  Lei si chiama Jhumpa Lahiri, il suo libro è In altre parole. Jhumpa nasce a Londra da genitori Bengalesi e cresce negli Stati Uniti, a Rhode Island. Si dedica alla scrittura fin da giovane e nel 2000 vince il premio Pulitzer con il romanzo “L’interprete dei malanni” – questo il titolo in Italiano. Pubblica vari libri di successo e scrive per il New Yorker.  Il suo contatto con l’Italiano inizia dopo l’università, quando fa un viaggio a Firenze e si innamora del nostro paese, ma soprattutto della nostra lingua. L’Italiano le sembra da subito qualcosa di familiare. La stessa Lahiri scrive:  “L’italiano sembra già dentro di me e, al tempo stesso, del tutto esterno. Non sembra una lingua straniera, benché io sappia che lo è. Sembra, per quanto possa apparire strano, familiare. Riconosco qualche cosa, nonostante non capisca quasi  nulla”. Dopo questo primo viaggio in Italia, torna a New York e continua con la sua vita. Ma non dimentica l’Italiano. Continua a studiarlo, con tenacia e insistenza. Nel 2012 una scelta drastica: Jhumpa Lahiri decide di trasferirsi con la famiglia in Italia. Così lascia tutto e si trasferisce a Roma con il marito e i figli. Ben presto capisce che questo non basta, il suo viaggio non finisce qui. Inizia a dedicarsi con ossessione allo studio dell’italiano, si avvicina a questa lingua che era straniera per lei. E fa una cosa più grande: inizia a scrivere in Italiano

In altre parole

In altre parole, il libro che vi consiglio oggi, è un libro scritto da Jhumpa in italiano.   In questo libro Jhumpa racconta del suo amore per la lingua italiana e del suo viaggio coraggioso in un altro mondo.  Un amore che diventa quasi un ossessione quando lei decide di lasciare tutto quello che ha negli Stati Uniti e di trasferirsi con la sua famiglia in Italia.  Dovete pensare che al momento del trasferimento in Italia lei era una scrittrice famosa è affermata negli Stati Uniti, aveva appena vinto un premio molto importante, un premio Pulitzer.  I suoi libri vendevano e lei era una scrittrice di successo. Perché allora lasciare tutto e decidere di trasferirsi in un altro paese, con un’altra lingua, un’altra cultura e altre abitudini.  E soprattutto, perché iniziare a scrivere in una lingua che non è la nostra? In una lingua che non ci appartiene? Per lei, questo è un esperimento, è la ricerca di un altro punto di vista. Cerca “altre parole” per descrivere la realtà fuori e la sua realtà interiore.  Il libro è molto molto interessante perché parla di questo viaggio  e racconta in un modo molto profondo e semplice le difficoltà e le frustrazioni che tutti proviamo quando vogliamo esprimerci  con una lingua che non è la nostra. Il libro racconta degli ostacoli e dei dubbi. Racconta della solitudine e del senso di inadeguatezza.  Con capitoli brevi Jhumpa racconta il suo trasferimento a Roma, il suo amore per la lingua, i primi racconti in italiano e le prime interviste in italiano. Racconta di questo rapporto d’amore con questo amante – la lingua italiana appunto – che la attrae ma poi la respinge. Racconta anche del suo incontro con i grandi autori del passato, i grandi della letteratura italiana che lei incontra nel suo studio solitario.  Il viaggio nell’italiano si intreccia con un viaggio nel passato, nella sua vita.  Parla della sua infanzia da bambina nata da genitori bengalesi a Londra e poi cresciuta negli Stati Uniti.  Parla del rapporto con le lingue della sua vita: il bengalese e l’inglese. Tutte e due forti ma nessuna completamente la sua lingua madre. Ed è qui che entra l’italiano.  La lingua italiana per Jhumpa, oltre a essere un grande amore, è anche una via di fuga. Un modo per una scrittrice esperta e una donna profonda di liberarsi dalle aspettative,  dalle abitudini e dalle maschere che portiamo ogni giorno. Questo viaggio in Italia e nella lingua italiana e anche un viaggio nell’identità.  Chi sono io?  Qual è il mio passato? Che cosa sto cercando?  Tutte queste domande sono una ricerca continua per tutti noi. Il libro mi è piaciuto molto perché Jhumpa è una scrittrice molto profonda che sa analizzare con parole perfette il mondo intorno a sé e il mondo dentro di sé.    I capitoli sono brevi, la difficoltà del testo aumenta piano piano e le parole sono ricercate. Penso che questo libro sia adatto a tutte le persone che stanno studiando una lingua straniera.  Non voglio parlare troppo oggi, ma voglio leggervi un piccolo pezzo del libro.  Andiamo: “Per colpa della mia identità divisa, per colpa, forse, del mio carattere, mi considero una persona incompiuta, in qualche modo manchevole. Può darsi che ci sia una causa linguistica: la mancanza di una lingua con cui possa identificarmi. Da ragazzina, in America, provavo a parlare il bengalese alla perfezione, senza alcun accento straniero, per accontentare i miei genitori, soprattutto per sentirmi completamente figlia loro. Ma non era possibile. D’altro canto volevo essere considerata un’americana, ma nonostante parlassi quella lingua perfettamente, non era possibile neanche quello. Ero sospesa anziché radicata. Avevo due lati, entrambi imprecisi. L’ansia che provavo, e talvolta provo ancora, proviene da un senso di inadeguatezza, di essere una delusione. Qui in Italia, dove mi trovo benissimo, mi sento imperfetta più che mai. Ogni giorno, mentre parlo, mentre scrivo in italiano, mi scontro con l’imperfezione. Questa linea sinuosa lascia una traccia, mi accompagna ovunque. Mi tradisce, rivela che non sono radicata in questa lingua. Perché mi interessa, da adulta, da scrittrice, questa nuova relazione con l’imperfezione? Cosa mi offre? Direi una chiarezza sbalorditiva, una consapevolezza più profonda di me stessa. L’imperfezione dà lo spunto all’invenzione, all’immaginazione, alla creatività. Stimola. Più mi sento imperfetta, più mi sento viva. Scrivo fin da piccola per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita. In un certo senso la scrittura è un omaggio prolungato all’imperfezione. Un libro, così come una persona, rimane qualcosa di imperfetto, di incompiuto, durante tutta la sua creazione. Alla fine della gestazione la persona nasce, poi cresce. Ma ritengo che un libro sia vivo solo mentre viene scritto. Dopo, almeno per me, muore.” (da “In altre parole” di Jhumpa Lahiri)   Bene, vi lascio questo invito oggi: cercate quest’autrice, ascoltate le interviste, leggete il suo libro. Le sue parole sono un messaggio per tutte le persone che provano a esprimersi con una lingua che non è la loro lingua madre. Per oggi è tutto, A presto Fonti e risorse utili:

The Italian Book Club

Hai letto questo libro e vuoi parlarne con persone che studiano l’italiano? Unisciti al Book Club di Speak Italiano! Un incontro mensile per parlare di libri, cultura e lingua italiana.

Trovi tutte le informazioni qui.

25 – R come Risata I – Pirandello

Ridere e piangere sono parti della nostra vita.
Perché gli uomini ridono? E che cosa fa ridere? Il riso dipende dalla società? Il riso rappresenta un sentimento di benessere o sofferenza?
Ci sono molte interpretazioni sul perché ridiamo, che cosa ci fa ridere e qual è l’importanza della risata. Voglio usare lo spazio di oggi per parlare di Luigi Pirandello, un autore italiano importantissimo che ha analizzato la Risata e l’Umorismo.

Trascrizione

“Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, (…), se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi.

In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile(…) è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire.”

Giacomo Leopardi

 

La risata e il riso sono parti importanti della personalità di una persona. E attenzione che con la parola riso non voglio dire l’alimento. “Riso” in italiano è sì un alimento, ma è anche il gesto del ridere.

La letteratura mondiale ha provato ad analizzare la risata e il riso. Perché gli uomini ridono? E che cosa fa ridere? Il riso dipende dalla società? Il riso rappresenta un sentimento di benessere o sofferenza?

Sappiamo che ridere era una parte importante di alcuni riti antichi, romani e greci, ma anche egizi. In alcuni particolari momenti durante la semina degli alimenti, le persone ridevano. Pensate poi al Carnevale! Il Carnevale è la festa della risata, del sottosopra, del ridicolo. 

La storia della filosofia e della letteratura analizzano la risata e i diversi lati del riso, chiamati spesso con nomi differenti: risata, umorismo, ironia, sarcasmo. Lo scrittore russo Dovstojeski diceva che possiamo conoscere una persona dal modo in cui ride. Il premio Nobel Dario Fo diceva che il riso e la risata hanno un potere politico. E quando un popolo non sa più ridere, diventa pericoloso.

Ci sono molte interpretazioni sul perché ridiamo, che cosa ci fa ridere e qual è l’importanza della risata. Voglio usare lo spazio di oggi per parlare di due autori che mi hanno fatta avvicinare alla letteratura umoristica e che potete trovare interessanti.

Il primo scrittore che incontriamo oggi è ovviamente Luigi Pirandello. Pirandello nelle sue opere analizza e mette in pratica l’umorismo. Ma come vedrete oggi, l’umorismo di Pirandello non è una cosa leggera e spensierata. 

Prima di parlare di Umorismo, due parole su di lui.

Luigi Pirandello nasce in Sicilia nel 1867. Scrive di tutto: novelle, romanzi, poesie, storie brevi, ma è molto famoso soprattutto per le sue opere teatrali, che sono tradotte e interpretate in tutto il mondo. Nel 1934 Pirandello vince il Premio Nobel per la letteratura. Questo scrittore rivoluziona il teatro e porta la psicologia e la psicanalisi dentro ogni opera. Luigi Pirandello crea nelle sue opere dei personaggi che analizzano la propria condizione e identità. L’identità è un aspetto importante nelle opere di Pirandello, i personaggi si chiedono: chi sono io?

Fra le tante cose che scrive, Pirandello scrive anche un saggio sull’Umorismo. Qui prova a spiegare questa parola e prova a spiegare l’importanza della risata nella letteratura e nella sua opera. 

Prima di parlare di quello che dice Pirandello, vediamo però che cosa dice l’Enciclopedia italiana se cerchiamo la parola Umorismo.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, umorismo è la capacità di percepire gli aspetti più curiosi e contraddittori della realtà che possono provocare in noi il riso e il sorriso, con umana partecipazione, comprensione e simpatia. Insomma, vediamo una cosa assurda, capiamo che è strana e sentiamo il bisogno di ridere o sorridere. Questo ci fa partecipare alla scena. Ridere è un gesto sociale, che facciamo quando interagiamo con una situazione.

Treccani però dice anche che questa risata non è un piacere intellettuale, in quel caso possiamo parlare di comicità o satira. 

Con l’umorismo vediamo che in tutte le cose umane coesistono, cioè vivono insieme, lati opposti. E così il comico può essere presente in una storia tragica, una persona folle può essere anche saggia. L’umorismo e il comico hanno in questo modo una natura sociale, ci aiutano a capire il mondo e ad integrarci nella società.

E adesso, parliamo dell’Umorismo secondo Pirandello. L’episodio del podcast di oggi è un po’ filosofico, spero però che riuscirete a seguirmi lo stesso. Come sempre, per rendere le cose più semplici, potete trovare la trascrizione di questo episodio sul mio sito: www.speakitaliano.org.

Bene, Pirandello.

Pirandello si concentra molto sulla costruzione artificiale della realtà. Che cosa significa? Significa che la realtà, quello che noi vediamo tutti i giorni, per lui è una costruzione. Non è una cosa reale e autentica. L’opera d’arte serve allora per dare un’interpretazione della realtà. L’umorismo, in particolare, scompone la realtà, la divide in parti. E in questo modo la nostra mente, il nostro intelletto può analizzarla. Pirandello parla di sentimento del contrario. La realtà è vista dal contrario. Ma adesso vi spiego meglio questo concetto.

Pirandello fa l’esempio della “signora imbellettata”. Che cosa significa imbellettato? Imbellettato, pensate alla parola, ha dentro bello. Imbellettato. Significa una signora decorata, con accessori, per apparire bella. Possiamo anche usare la parola “agghindata”. Anche se poi vediamo che l’effetto non è riuscito e la signora, più che essere bella, diventa qualcosa di ridicolo, bizzarro.

Adesso provo a descrivere questa scena come fa Pirandello nel suo libro. State bene a sentire, chiudete gli occhi e immaginate la scena.

Vedo una vecchia signora, con capelli ritinti, tutti unti non si sa con che cosa, e poi goffamente imbellettata e vestita con abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, una prima impressione e superficialmente, fermarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. 

La signora è ridicola ai miei occhi, perché vuole apparire come una cosa che non è. Giovane, vuole fermare la vecchiaia. 

Poi però, arriva la riflessione. Il primo momento di risata si ferma e io inizio a pensare. Perché quella signora si veste così? Forse non ha nessun piacere a vestirsi come un pappagallo. Forse soffre e fa questo soltanto per ingannare se stessa. Per nascondere le rughe e la vecchiaia. Forse fa questo per tenere vicino a sè il marito, per la pausa che lui la lasci.

Quando la riflessione entra in me, non posso più ridere come prima. La mia risata diventa amara. Questo è il sentimento del contrario di cui parla Pirandello. La risata mi aiuta a vedere la realtà con occhi diversi e a interpretarla e codificarla. 

L’umorismo richiede un passaggio ulteriore, non si ferma alla risata. Dobbiamo indagare, farci domande. Perché la signora ha bisogno di vestirsi in questo modo?

Con le domande capiamo i lati più tragici della storia e la risata si trasforma in un sentimento amaro. Per Pirandello l’umorismo, la comicità, non è mai separata dal tragico. L’umorismo riflette allora la realtà che è contraddittoria, molteplice, ha molte facce. L’umorismo distrugge la realtà, ci fa vedere qualcosa sotto punti di vista diversi. Il comico non può separarsi dal tragico. 

E questo riguarda anche l’identità, un altro tema importante per Pirandello. Entra la psicologia, la psicanalisi, un aspetto tipico della letteratura del 1900. In Pirandello l’io è diviso, non è più unico. L’identità dei suoi personaggi è divisa, spesso non sanno più chi sono. 

Possiamo parlare di crisi dell’io. Questo fa riflettere. Vi è mai capitato nella vita che quello che pensate di voi stessi non corrisponda con quello che pensano gli altri di voi? Che esistono due persone, anzi, tre, quattro, cento, mille. Un’opera di Pirandello si chiama proprio “Uno, nessuno, centomila” e parla di questo. Parla delle mille facce che assumiamo nella nostra vita, lui non parla di facce, ma di maschere. Pirandello però è un po’ tragico, o meglio pessimista. Per lui, tutte queste maschere che gli altri ci danno, ci fanno essere centomila persone diverse e in fondo nessuna. La nostra identità è persa. 

Io sono un po’ più positiva. Penso che gli altri ci aiutino a scoprire alcuni lati di noi stessi. E penso anche che alcuni lati della nostra persona possano cambiare con il passare del tempo. 

Voi invece cosa pensate? Siete più pirandelliani, oppure non vedete questo sdoppiamento della personalità?

Comunque, Pirandello ha scritto tantissimo e ci sarebbe davvero molto da analizzare. Vi piacerebbe leggere qualcosa di Pirandello insieme? Se sì, per favore scrivetemi. Creerò altri materiali su di lui. 

Comunque, ho detto all’inizio dell’episodio che avrei voluto parlare di due scrittori, ma siccome questo episodio sta diventando lungo, lo dividerò in due parti. Quindi termino qui la prima parte dedicata a Pirandello e nella seconda parte parlerò di un altro autore che ho scoperto all’università e che mi piace molto che si chiama Achille Campanile.

Quindi a fra poco per il secondo episodio dedicato all’umorismo.

Ciao ciao, a presto

Fonti e risorse utili:

23 – O come Olivetti

Conosci l’Olivetti?
Forse hai usato o visto una macchina da scrivere Olivetti. Ma le imprese Olivetti non sono state solo questo per l’italia. Oggi parliamo di industria, fabbrica, design, comunità, Silicon Valley e informatica. Preparati al viaggio nella storia della fabbrica Olivetti.

Estratto della canzone: The Typewriter, Leroy Anderson

Trascrizione

“Io voglio che la Olivetti non sia solo una fabbrica, ma un modello, uno stile di vita. Voglio che produca libertà e bellezza perché saranno loro, libertà e bellezza, a dirci come essere felici!”

Quando ero ragazza ricordo che ero affascinata dalla macchina da scrivere di mia mamma. Era molto pesante e lei la teneva nella scatola originale. Ricordo che all’età di 11 anni o 12, avevo deciso di scrivere alcune storie con quella macchina da scrivere. Tac, tac, tac, mi piaceva tantissimo battere su quei tasti. Era una macchina da scrivere Olivetti.

Gli scrittori contemporanei usano oggi il computer per scrivere i propri libri. Oppure carta e penna. Ma nel 1900 erano molti gli scrittori che hanno usato una macchina da scrivere. Alcune delle più importanti opere della letteratura mondiale sono scritte al ritmo di una macchina da scrivere.
Fra gli scrittori che hanno usato una macchina Olivetti possiamo ricordare: Enzo Biagi, Indro Montanelli, Pier Paolo Pasolini, Leonard Cohen, Sylvia Plath, Cormac McCarthy, Primo Levi, Francis Ford Coppola.

Oggi parliamo di Olivetti.

Conosciamo tutti questa marca italiana, ma pochi sanno che Olivetti era un’azienda italiana all’avanguardia. Pochi sanno che Adriano Olivetti era un uomo rivoluzionario e visionario.
Oggi parleremo quindi di fabbrica, lavoro, comunità, design, Silicon Valley, Steve Jobs e Nasa. Eh sì, proprio così, Nasa. Ma procediamo per passi. Seguitemi nella puntata di oggi e scoprirete che cosa hanno in comune la Nasa e l’Olivetti.

Iniziamo con un po’ di storia.

Olivetti & Co è una società fondata a Ivrea nel 1908 da Camillo Olivetti. Inizia la fabbricazione di macchine da scrivere e diventa subito famosa a livello internazionale nel settore dei prodotti per l’ufficio. Negli anni 30 la produzione si allarga e la Olivetti inizia a produrre altre attrezzature per l’ufficio.

Nel 1938 Camillo lascia la fabbrica al figlio Adriano. È da qui che la Olivetti inizia un viaggio straordinario e rivoluzionario. Adriano trasforma completamente la struttura organizzativa della fabbrica e trasforma l’Olivetti in una società molto forte a livello mondiale. La Olivetti diventa una delle maggiori aziende nel settore della tecnologia meccanica.

Adriano conosce bene la fabbrica del padre. A 13 anni lavora per un periodo in fabbrica per capire il duro lavoro. Quando ha 20 anni fa un viaggio negli Stati Uniti dove visita molte fabbriche e gli stabilimenti Ford. Studia il Taylorismo, legge pensatori liberali e sociali.

Capisce che in una fabbrica non è solo importante il profitto. Capisce che sono importanti i rapporti fra operai e dirigenti. Adriano Olivetti porta la cultura in fabbrica, organizza mostre e eventi per gli operai, seleziona i talenti giovani, collabora con architetti e designer. Ricordate che in una puntata precedente abbiamo parlato di Bruno Munari? Bene, anche lui collabora con Olivetti. Le fabbriche Olivetti hanno una struttura informale dove anche gli operai che fanno i lavori più semplici e meccanici possono dare idee.

Adriano Olivetti costruisce case per i dipendenti, cinema e piscine per la città, asili per i figli degli operai, ambulatori medici, mense, biblioteche. Diminuisce l’orario di lavoro senza diminuire il salario. Fa tutto questo e vede che la produzione aumenta e non diminuisce. Dà valore ai giovani che sono i più adattabili all’innovazione.  Adriano Olivetti sa che per avere innovazione e profitto deve anche pensare al benessere dei suoi lavoratori. Oggi alcune grandi imprese multinazionali fanno questo, hanno filosofie simili. Pensate a tutte le compagnie della Sylicon Valley, poi Starbucks e altre grandi multinazionali. Hanno anche loro capito che il benessere dei lavoratori è importante per il benessere dell’azienda. Ma quello che fa Olivetti in Italia negli anni 60 è davvero innovativo.

Adriano Olivetti è un imprenditore che pensa alla persona.

E in Olivetti, nelle fabbriche Olivetti, c’è un’altra regola. Nessun manager doveva guadagnare più di 10 volte il salario minimo di un operaio. Nelle fabbriche Olivetti tutti possono dare il proprio contributo, dal manager all’operaio che fa il lavoro più semplice. Penso che sia un’iniziativa straordinaria.

Da queste idee nascono anche i progetti di Olivetti per il sociale e per la città. Nel 1948 Olivetti crea un movimento politico che si chiama Movimento di Comunità. In questi anni scrive molto. Scrive soprattutto di società, Stato e comunità. Adriano Olivetti sa che ogni impresa ha una sua responsabilità sociale sul territorio, sullo Stato e sulla città.

Adriano Olivetti vuole raggiungere l’eccellenza tecnologica, l’apertura verso i mercati internazionali e la cura del design industriale. Anche l’innovazione è molto importante. Usa molti aspetti che sono comuni oggi: cura del brand, pubblicità, grafica, sociologia e psicologia. Tutte queste idee sono usate per costruire le fabbriche che Olivetti apre in Brasile e negli Stati Uniti.

Negli anni 50 molti prodotti diventano oggetti di culto. Oggetti di design innovativo, da collezionare. Il modello più famoso è la macchina da scrivere portatile “Olivetti Lettera 22”. Nel 1957 la National Management Association di New York assegna ad Adriano Olivetti un premio per il suo lavoro.

Nel 1952 Olivetti apre un laboratorio di ricerca negli Stati Uniti e uno nel 1955 a Pisa. Si chiama Elea 9003 il primo calcolatore elettronico prodotto completamente in Italia nel 1959. Questo calcolatore elettronico è sviluppato con soluzioni tecnologiche d’avanguardia.

Dopo, Olivetti passa all’informatica.

Nel 1965 crea Programma 101, il primo calcolatore da tavolo. Inizia in questo modo la produzione italiana di personal computer.

Purtroppo, il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti muore improvvisamente durante un viaggio in treno. Aveva solo 59 anni. Quando muore la sua azienda ha un forte valore internazionale e 36000 dipendenti.

Il lavoro delle imprese Olivetti va avanti per un po’ di anni anche dopo la morte di Adriano. Abbiamo nominato Steve Jobs e la California. Bene, pensate che l’azienda Olivetti apre un ufficio nella Silicon Valley prima ancora che questa si chiamasse così. Nel 1973 l’Olivetti apre un ufficio in California, più specificamente in un posto che si chiama Mountain View. Bene, oggi a Mountain View c’è la sede di Google. In quell’anno Steve Jobs sta ancora studiando.

Nel 1979 la Apple muove i primi passi e la Olivetti intanto inaugura l’Advanced Technology Center. Nel 1982 la Olivetti lancia il personal computer M20. Il Macintosh arriva nel 1984. Ma già nel 1965 Olivetti ha prodotto il primo personal computer da tavolo al mondo. Si chiama P101. È una rivoluzione perché prima degli anni 60 i computer erano molto grandi e avevano dimensioni e costi molto alti. Olivetti riesce a presentare sul mercato un personal computer, di dimensioni e costi ridotti. Incredibile. Questa è una storia che poche persone conoscono.

E sapete un’altra cosa? La Nasa compra il computer per pianificare lo sbarco sulla luna dell’Apollo 11. Avete capito bene, la Nasa.

Ma perché oggi Olivetti non è più così importante?

Purtroppo la storia di oggi non ha lieto fine, non finisce bene. Negli anni 70 l’impresa Olivetti attraversa una grave crisi finanziaria. L’azienda trova allora altri soci e azionisti e lascia piano piano il campo dell’informatica. Sono lasciate le attività dei personal computer e l’innovazione sognata da Adriano Olivetti si ferma. La Olivetti oggi è presente nel sistema delle telecomunicazioni in Italia. Produce prevalentemente stampanti e registratori di cassa, ma ha perso l’importanza che aveva negli anni 60 nel mercato mondiale.

Comunque, ho voluto oggi condividere con voi questa storia perché per me è molto affascinante. Adriano Olivetti ha lasciato una grande lezione: il profitto non è la cosa più importante. Tutti noi abbiamo responsabilità e la comunità è importante.

Se avete tempo, provate a osservare la storia di Olivetti e i bellissimi prodotti che ha disegnato e venduto in tutto il mondo. Adriano Olivetti ha insegnato che il lavoro è una parte importante per lo sviluppo della società e dell’uomo. E per oggi è tutto,

buona settimana,

ciao ciao

Fonti e collegamenti interessanti:

22 – N come Nave

Navi. Si parla molto di navi oggi: nei giornali, in televisione. Io voglio parlare di quelle navi che non molti anni fa hanno trasportato molti italiani in Argentina, Brasile, Stati Uniti. Nella puntata di oggi racconto un po’ le grandi migrazioni italiane del 1900.

Canzone nell’episodio: Terra Straniera, Luciano Taioli

Trascrizione

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire…

Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America.

Alessandro Baricco, Novecento

Una nave avvistata al largo della Sicilia, nave con migranti al largo di Malta. Navi, sentiamo molto parlare di navi ultimamente. E l’Italia, a causa anche della sua posizione strategica nel mediterraneo, è la meta per molti migranti.

La citazione che ho letto all’inizio, però, parla di un’altra nave. Una nave grandissima, che faceva un viaggio più lungo. La citazione che vi ho letto arriva da un libro di Alessandro Baricco che si chiama Novecento. Da questo libro è nato un film di un regista fantastico, Giuseppe Tornatore. La storia racconta di un pianista straordinario, di un ragazzo che nasce e cresce in una di quelle navi che trasportavano i migranti da Europa ad America.

Dal 1861, l’anno dell’Unità d’Italia, sappiamo che circa 30 milioni di Italiani hanno cercato la fortuna all’estero. 30 milioni di persone sono tanti e probabilmente fra di voi ci sono persone che hanno origini italiane. Molti italiani che sono partiti poi sono ritornati in Italia negli anni o decenni successivi. La maggior parte però è rimasta nei paesi stranieri e ha ricominciato una nuova vita lontano dall’Italia.

Ancora oggi, ci sono grandi comunità di discendenti Italiani negli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina, in Francia e in Germania. Gli Italiani sono un popolo di migranti.

Oggi voglio parlare un po’ di queste migrazioni.

Le ondate migratorie che hanno coinvolto gli Italiani sono state diverse, in anni differenti e verso paesi differenti. Tra il 1861 e il 1915, ma in particolare dall’inizio del 1900, possiamo parlare di Grande Emigrazione. In questi anni sono partiti infatti circa 14 milioni di Italiani. Le migrazioni erano iniziate ancora prima dell’Unità d’Italia e molti genovesi erano ad esempio emigrati in Argentina e Uruguay durante l’800.

La Grande Emigrazione riguarda soprattutto le Americhe. Molti italiani partono in quegli anni verso Stati Uniti, Canada e America Latina (in particolare Brasile e Argentina). Le regioni di provenienza degli Italiani erano prima quelle del nord. Nei primi anni, appunto, sono partite molte persone da Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte.

Durante i primi anni del Novecento, però, le persone che emigrano dal Meridione, dal sud Italia, superano le persone che vengono dal Nord. Aumenta l’emigrazione di regioni del sud come Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Interi piccoli paesini della provincia si spopolano, perdono abitanti e intere famiglie emigrano.

Perché emigrano?

I motivi delle prime emigrazioni sono diversi. Prima di tutto la povertà, la ricerca di una vita migliore. Poi, la ricerca di terra e di condizioni di lavoro migliori. Dobbiamo ricordare che molti italiani erano braccianti, cioè lavoravano la terra. La riforma agraria della seconda metà dell’ottocento aveva portato la concorrenza straniera nel mercato e messo in crisi l’agricoltura. Dopo l’Unità D’Italia, la penisola vive una fase di industrializzazione. Lo sviluppo però non è uguale in tutto il territorio e ci sono molti contadini e braccianti senza lavoro.  L’aumento della popolazione causato dall’Unione d’Italia e la mancanza di contratti di lavoro vantaggiosi porta molte persone a emigrare. A questi motivi si aggiungono la Mafia nel Sud Italia e motivi politici.

Chi partiva?

Non partivano solo braccianti e contadini. A dire la verità, le persone che erano più povere non avevano i mezzi per pagare il viaggio. La maggior parte delle persone che partivano erano piccoli proprietari terrieri. Partivano per i paesi extraeuropei soprattutto giovani uomini del Sud Italia. Spesso erano soli e lasciavano le famiglie a casa. Fa eccezione l’emigrazione verso il Brasile intorno al 1888. In questo caso l’emigrazione d’Italiani ha riguardato intere famiglie. Il paese – il Brasile – aveva infatti abolito la schiavitù e avviato un programma di colonizzazione.

Per i paesi europei ( in particolare Germania, Svizzera e Francia), partivano anche famiglie. Queste persone che emigravano in altri paesi europei trovavano lavoro soprattutto in giacimenti, nelle costruzioni di strade ed edilizia.

Nel 1901 è creato il Commissariato Generale per l’Emigrazione. Che cos’è? È un documento che serve a disciplinare e organizzare l’emigrazione, almeno sulla carta. Le persone che partivano infatti, dovevano sopportare condizioni igieniche pessime e rischiose per la salute.

Chi partiva dal Nord di solito lo faceva da Genova o dalla Francia. Dal sud, invece, il porto più attivo era quello di Napoli. La differenza di prezzo tra la prima e la terza classe era molto alta e così anche le condizioni igieniche e sanitarie erano molto diverse dalla prima alla terza classe.
Il viaggio poteva durare anche un mese, pensate.

Chi arrivava negli Stati Uniti doveva passare dall’ufficio di immigrazione di Ellis Island. Probabilmente conoscete, avete già sentito parlare di questo isolotto. Oggi, il piccolo isolotto nella Baia di New York ospita un Museo che è simbolo dell’immigrazione. Da quest’isolotto, sono passati oltre 12 milioni di uomini e donne in cerca del “sogno americano”.

I passeggeri più poveri che viaggiavano in terza classe venivano inviati a Ellis Island per ispezioni mediche e burocratiche.
I migranti che superavano i primi esami (principalmente medici e psichiatrici) andavano nella sala dei registri per la parte burocratica. Nome, luogo di nascita, stato civile, destinazione, disponibilità finanziaria, professione, carichi penali, riferimenti a conoscenti negli Stati Uniti. Queste erano le informazioni raccolte. Alla fine degli accertamenti, gli italiani (e insieme a loro tanti irlandesi, inglesi e altre nazionalità) erano accompagnati al traghetto per Manhattan. Iniziava così l’American Dream.

American dream che non era facile da raggiungere.

Il pregiudizio verso gli italiani è forte. Negli Stati Uniti si diceva che gli italiani non erano bianchi ma nemmeno palesemente neri. In Australia si parlava di “pelle d’oliva”. Poi ancora: inferiori, mafiosi, anarchici.
In alcune vignette satiriche del tempo, gli italiani erano rappresentati come sorci, ratti.

In tutti i posti dove gli italiani sono emigrati in massa hanno risposto al pregiudizio . L’integrazione è poi arrivata con le seconde e le terze generazioni e con l’arruolamento di molti Italo-americani nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale.

Tra la prima e la seconda guerra Mondiale i flussi diminuiscono.

Ci sono motivi diversi per questo:

1 – in alcuni paesi la legge ferma l’immigrazione. Gli Stati Uniti sono tra i primi a creare leggi di controllo dell’immigrazione. Nel 1920 e 1924 emettono una legge chiamata Quota Act che prevede quote massime di uomini da ammettere per ogni paese.  La crisi del 1929 aumenta l’idea che i migranti non sono ben voluti.

Dall’altro lato, lo Stato Italiano ferma l’emigrazione. Durante gli anni del fascismo c’è una politica anti-migratoria. L’Italia si preparava per la guerra, la politica fascista era fortemente patriottica ed erano in programma i piani di colonizzazione dei paesi africani. Gli Italiani, insomma, servivano in Italia.

Se diminuisce in quegli anni l’emigrazione verso le Americhe, aumenta però l’emigrazione europea. Molte persone, infatti, vanno in questi anni in Francia, soprattutto se opposte al regime fascista.

Dopo la firma del patto d’acciaio con la Germania, molte persone emigrano anche verso questo paese.

Dopo la guerra, fino alla fine degli anni sessanta riprendono i grandi flussi migratori italiani. Oltre che verso l’estero e l’europa inizia un nuovo fenomeno: la migrazione interna. L’italia vive un forte cambiamento politico ed economico e inizia l’industrializzazione, soprattutto nel Nord. Molti italiani iniziano a emigrare dalle regioni del Sud al Nord.

E qui entra un poco della mia storia.

Io sono nata in Piemonte, però i miei nonni sono di un piccolo paese del Sud Italia. Sono nati in Campania e sono venuti al Nord nel 1962 in cerca di lavoro e nuove condizioni di vita. La nonna, che oggi è una donna completamente integrata in Piemonte – ha più amici di me, penso – mi racconta dei pregiudizi. A volte mi racconta che i primi anni sono stati difficili per lei perché gli Italiani del Sud erano visti con pregiudizio: parlavano con un altro accento, cucinavano in modo diverso, avevano una personalità più estroversa. Anche io un po’ mi sento figlia di una migrazione. E penso che la mescolanza di culture dove sono cresciuta sia molto bella.

Negli anni del Dopoguerra, chi emigrava verso Stati Uniti, Australia e Sud America, lo faceva di solito in modo definitivo. A volte raggiungeva la famiglia che era emigrata in questi paesi anni prima. Le migrazioni europee invece erano anche stagionali o temporanee.

Bene, arriviamo ai giorni d’oggi

Negli ultimi anni si parla di una nuova migrazione e si usa spesso il termine “fuga di cervelli”. Molti giovani italiani formati e con una laurea hanno lasciato l’italia per andare a vivere in altri paesi europei o fuori dall’Europa. Di solito i giovani che partono cercano un’esperienza e condizioni di lavoro più vantaggiose. Devo dire che i progetti Europei e l’Unione Europea hanno aiutato gli spostamenti in Europa e per noi Italiani di nuova generazione è tutto più semplice. Questa è una mia opinione personale.

Dagli anni 70, l’Italia è diventata anche meta di immigrazione e molte persone sono arrivate, e continuano ad arrivare, nei porti italiani in cerca di una nuova vita.

Nel 1989 c’è stato il primo censimento degli italiani all’estero. E secondo il ministero degli Esteri, gli italiani residenti all’estero nel 2018 erano un po’ più di cinque milioni.

E gli oriundi? Oriundi sono le persone che sono nate all’estero ma figli, nipoti, pronipoti o parenti stretti d’italiani. Questi sono più di – udite udite – 58 milioni. Ci pensate? Praticamente è un’altra italia, fuori dall’Italia! Interessantissimo questo.

Bene, per oggi vi ho dato molte informazioni. Mi piacciono molto le storie di migrazione, se volete condividere la storia della vostra famiglia con me per favore scrivetemi! Sarò molto felice di leggere le vostre email.

Come sempre, vi invito a iscrivervi alla mia newsletter, cercare il gruppo Pensieri e Parole su Facebook e, una novità, cercare Speak Italiano su YouTube. Ho pubblicato infatti il mio primo video – yey! – e spero che vi piaccia.

Buona settimana e a presto.

 

Fonti e collegamenti utili:

10 espressioni italiane con la parola PANE

Ascolta questo articolo:

Amo il pane. Sono ghiotta (eager for) di pane, lo adoro, non posso farne a meno (I cannot live without). Il pane croccante (crunchy), appena sfornato. Mi piace l’odore del pane.
Il pane è un elemento indispensabile nella cucina italiana. Ha origini antiche, ma è ancora oggi un ingrediente fondamentale.
Il pane è simbolo di amicizia e famiglia. Ogni domenica, quando gli italiani si riuniscono (to gather) per il pranzo della domenica, hanno in tavola una bella e profumata forma di pane.

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Siccome il pane è così importante, ci sono molti modi di dire legati al pane.
Oggi ne spiego alcuni:

Essere un pezzo di pane

Lo usiamo quando parliamo di una persona dolce, mite e gentile. Possiamo anche usarlo con i nostri animali domestici se vogliamo dire che non sono aggressivi, ma buoni.

Esempio:

  • Mio fratello è un pezzo di pane
  • Il mio cagnolino è molto dolce, è proprio un pezzo di pane.

Vende come il pane!

Usiamo questa espressione per parlare di un prodotto che vende facilmente. Un prodotto molto popolare. Possiamo anche dire “va come il pane”.

Esempio:

  • Il nuovo libro di Harry Potter va come il pane
  • I biglietti per il concerto di Ludovico Einaudi vanno via come il pane!

Dire pane al pane, vino al vino

Significa essere molto onesti e chiamare le cose con il nome giusto. Significa dire le cose apertamente, a volte anche in modo molto diretto.

Esempio:

  • Apprezzo l’onestà di Sergio perché dice pane al pane, vino al vino
  • Dobbiamo dire pane al pane, vino al vino: questo film è orribile!

Levarsi / togliersi il pane di bocca

Usiamo questa espressione quando una persona si sacrifica, fa dei grandi sacrifici per gli altri.

Esempio:

  • Luana ama tanto il suo lavoro che quasi si toglie il pane di bocca per non perderlo.
  • Stai tranquilla Elisa, finisco io il lavoro. Mi hai già aiutata molto, non voglio toglierti il pane di bocca.

Tenere a pane e acqua

Espressione che significa “punire”. È collegato a quello che mangiavano un tempo le persone che stavano in prigione. Oggi usiamo questo modo di dire anche in forma scherzosa e simpatica.

Esempi:

  • Una madre a un figlio: Basta Giovanni! Hai speso troppo in videogame, da oggi ti tengo a pane e acqua! (cioè: non ti do più soldi per i videogame)
  • Questo albergo è pessimo, ci tengono a pane e acqua.

Non è pane per i miei denti /  Non è il mio pane

Non è pane per i miei denti è un’espressione comune in Italiano. Che cosa significa? Usiamo questa espressione quando siamo a contatto con qualcosa che non sappiamo fare bene. Una cosa che non fa per noi.

Esempi:

  • lo sport non è pane per i miei denti. / Lo sport non è il mio pane
  • Un concerto di musica metal non è pane per i miei denti.

Puoi cambiare la parola “miei” con un altro possessivo.

Osserva questi esempi:

  • Il calcio non è pane per i miei denti
  • il basket non è pane per i suoi denti
  • la danza non è pane per i nostri denti.

Mangiapane a tradimento!

Questa è un’espressione che rivolgiamo a qualcuno che vive sulle spalle degli altri. A qualcuno cioè che non lavora per vivere ma usa gli altri senza mostrare gratitudine. Esiste anche l’espressione “mangiare il pane a ufo” che significa più o meno la stessa cosa.

Esempi:

  • Stefano mangia il pane a ufo, la sua famiglia lo mantiene da 40 anni!
  • Sei proprio un mangiapane a tradimento! Approfitti sempre della gentilezza degli altri!

Non si vive di solo pane…

Espressione che ricorda che un uomo non può vivere solo di cose materiali, ma deve pensare anche al lato spirituale e affettivo. Questa frase arriva dalla Bibbia, in particolare dal Deuteronomio.

Chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane non ha i denti

Questa espressione si usa quando una persona ha qualcosa ma non sa apprezzarlo. Oppure quando una persona vorrebbe qualcosa ma non può averla.

  • Alberto è un così bravo ragazzo, ma è disoccupato. Ivo invece è un fannullone, ma è bravissimo nei colloqui di lavoro. È proprio vero che chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane non ha i denti.

Se non è zuppa è pan bagnato

Espressione che si usa quando ci sono due opzioni, ma molto simili fra loro. Si usa anche quando è fatta una dichiarazione che, anche se chiamata con un nome diverso, è la stessa cosa già presentata.

Esempi:

  • Uffa! In questa città piove oppure nevica, non c’è mai il sole. Se non è zuppa, è pan bagnato!

 

Ci sono molte altre espressioni con la parola pane. Alcune sono espressioni dell’italiano standard, altre arrivano dai dialetti italiani. In ogni caso, il pane è un elemento fondamentale per la cultura italiana e per la lingua.

Se vuoi, prova a fare qualche esempio nei commenti!

Glossario Italiano – inglese:

  1. Essere un pezzo di pane > To be a good egg
  2. Vende come il pane > To sell like hot cakes
  3. Dire pane al pane, vino al vino > Call a spade a spade
  4. Togliersi il pane di bocca > To make sacrifices
  5. Tenere a pane e acqua > To be on bread and water
  6. Non è pane per i miei denti > It’s not my cup of tea
  7. Mangiapane a tradimento > Scrounger
  8. Non si vive di solo pane > One does not live by bread alone
  9. Chi ha i denti non ha il pane, chi ha il pane non ha i denti > To have the means but not the knowhow
  10. Se non è zuppa, è pan bagnato > It’s six of one and half a dozen of the other

20 – L come Leonardo

Per affrontare la lettera L, ho deciso di parlare di una persona simbolo del Rinascimento. Fu un uomo eclettico, creativo, curioso e dotato di grandissime capacità. Era ingegnere, filosofo, ma è famoso soprattutto per le sue doti artistiche. Nasce nel 1452 a Firenze, ma viaggia molto e vive per molti anni a Milano. Il mondo intero lo chiama “genio”.
Avete capito?
Questo è il profilo del grande Leonardo Da Vinci. Voglio dedicare l’episodio di oggi a lui.

Trascrizione

Per affrontare la lettera L, ho deciso di parlare di una persona simbolo del Rinascimento. Fu un uomo eclettico, creativo, curioso e dotato di grandissime capacità. Era ingegnere, filosofo, ma è famoso soprattutto per le sue doti artistiche. Nasce nel 1452 a Firenze, ma viaggia molto e vive per molti anni a Milano. Il mondo intero lo chiama “genio”.

Avete capito?

Questo è il profilo del grande Leonardo Da Vinci. Voglio dedicare l’episodio di oggi a lui. Ripercorreremo la sua storia, parleremo della sua infanzia e proveremo a conoscere meglio il genio del Rinascimento.

 

L’opera di Leonardo da Vinci unisce arte, geometria, filosofia e scienza. Per molti è prevalentemente un artista, autore di dipinti famosissimi nella storia dell’arte. Dipinti meravigliosi e rivoluzionari. Ma Leonardo non è stato solo questo.

Progettista, ingegnere, scienziato, ricercatore: la sua ricerca spazia in molti campi del sapere umano. È un uomo dotato di straordinario talento. I suoi studi erano avanti rispetto al periodo e le sue ricerche molto visionarie.

Dove nasce Leonardo da Vinci?

Molti collegano Leonardo a Firenze. È curioso, però, perché Leonardo non nasce a Firenze, ma in provincia. Passa inoltre gran parte della sua vita fuori da Firenze e viaggia molto. Ma parliamo dopo di questo. Torniamo un momento alla sua infanzia.

Leonardo da Vinci nasce ad Anchiano, un paesino nella campagna toscana, il 15 aprile del 1452. Vive però in un altro paesino a 30 km da Firenze, che si chiama Vinci. Da qui arriva il suo nome: Leonardo da Vinci. Vive qui per i primi 12 anni della sua vita prima di trasferirsi a Firenze e inziare la sua formazione nella bottega di Andrea Verrocchio.

In campagna, in tenera età, cioè molto giovane, divide il suo tempo fra la casa della madre e la casa del nonno. Pochi sanno forse che Leonardo era un figlio illegittimo, era nato da una relazione extraconiugale del padre. Per questo motivo, il padre non lo ha mai riconosciuto. C’è da dire però che il padre si è sempre occupato della formazione del figlio ed è lui che lo porta a Firenze quando Leonardo ha 12 anni.

I primi anni sono molto importanti per il genio che crescerà. Leonardo, infatti, passa molto tempo nella natura e impara a conoscere un lato del mondo che per tutta la vita sarà suo maestro.
Essendo figlio illegittimo, Leonardo non aveva potuto seguire gli studi classici. Non aveva studiato il latino e non era entrato in contatto con gli autori classici nella loro forma originale.

Da adulto Leonardo proverà a studiare il latino da autodidatta, ma con molta fatica. Il latino in quel periodo era importante, perché era la lingua della scienza, la lingua degli accademici, degli intellettuali. E per entrare nella discussione scientifica era necessario conoscere il latino. Leonardo compensa però questa sua mancanza di studi classici con l’osservazione, il disegno e lo studio della Natura. La Natura sarà sempre sua maestra. 

Vediamo in lui e nel suo lavoro il primo tentativo di fondere teoria e pratica, che precede il Metodo Scientifico.
Dovete pensare infatti che nel Rinascimento la Scienza non era una materia definita come oggi. Arte, cultura, ingegneria e pittura erano unite e non esisteva una precisa separazione dei sapere. Tutto era Scienza. Possiamo dire che la parola Scienza indicava le nozioni, la conoscenza necessaria per fare qualcosa. La Scienza della pittura, la Scienza del disegno, ecc. 

È sempre incredibile per me pensare che il mondo che vedo oggi e le parole che uso in italiano tutti i giorni, avevano solo pochi anni fa, qualche centinaio di anni fa, un altro significato.
La parola Scienza, ad esempio, ha cambiato completamente il suo significato dopo Galileo Galilei.

Già Leonardo però anticipa in qualche modo il metodo scientifico. Come? Leonardo dà importanza alla sperimentazione. Leonardo prova a fondere, a unire, teoria e pratica. Intuisce che per dimostrare qualcosa deve ripetere gli esperimenti più volte. Capisce l’importanza della matematica. Siccome non aveva una conoscenza profonda della matematica, si affida molto al disegno e alla geometria per approfondire le sue scoperte.

Torniamo però un attimo alla sua vita

A 12 anni Leonardo va a Firenze e inizia a lavorare nella bottega del Verrocchio, a quel tempo una delle più famose botteghe della città.

Cos’era una bottega nel Rinascimento?

Una bottega era un luogo di formazione e di lavoro. Era una vera e propria impresa dove i giovani artisti imparavano da un maestro. La bottega riceveva degli ordini e delle commissioni differenti, da quadri e opere d’arte a veri e propri disegni di architettura.

La bottega dove studia Leonardo, quella del Verrocchio, è una delle più importanti del Rinascimento. Oltre a pittura, scultura e architettura qui i pupilli possono studiare anche musica, ottica e botanica. Si formano nella Bottega del Verrocchio, oltre a Leonardo, Perugino e Botticelli.

Nella bottega il giovane Leonardo inizia dal basso: cioè prepara gli strumenti e i colori prima, osserva. Si forma prima di tutto nel disegno. Il disegno è infatti la prima finestra sul mondo, è un modo pratico di osservare la realtà ed elaborarla.

Leonardo ha però anche la possibilità di assistere e partecipare alla posa della grande sfera di rame sulla cupola di Santa Maria del Fiore a Firenze. Questa sfera era stata preparata da Brunelleschi. Il posizionamento sulla cupola è un lavoro di ingegneria, con gru e macchine. Questo è il primo contatto di Leonardo con le sue amate macchine. Per gran parte della sua vita infatti, il genio rinascimentale si dedica al disegno e alla costruzione di macchine. Quelle più famose sono le macchine volanti.  Sarà, però, poi a Milano che Leonardo potrà dedicarsi all’ingegneria e toccherà l’apice della sua carriera.

Poco prima di compiere 30 anni, infatti, Leonardo abbandona Firenze. Parte per Milano e si propone a Ludovico il Moro. Vuole iniziare una nuova vita e nella sua lettera di presentazione si propone più come ingegnere che come artista. A Milano inizia un’attività do progettista di macchine: macchine per il teatro prima di tutto e poi per la guerra, per il volo e altri tipi di marchingegni.

Leonardo, pensate, vive a Milano per più di 25 anni. Spesso colleghiamo subito la città di Firenze a Leonardo da Vinci. In realtà, se è vero che a Firenze Leonardo si è formato, è altrettanto vero che a Milano ha raggiunto il suo massimo successo come artista e progettista.
A Milano ci sono ancora segni della sua opera.

L’opera più conosciuta che riceve visitatori da tutto il mondo è forse il dipinto de L’ultima cena. Il cenacolo di Leonardo è ancora oggi a Milano, nel convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie. Se passate per Milano e volete vedere quest’opera vi consiglio di prenotare con anticipo.

Comunque, il Cenacolo è rivoluzionario e racchiude in sè quello spirito di osservazione e analisi che è caratteristico del genio di Leonardo. Il Cenacolo è un esperimento psicologico. Perchè?
Leonardo decide di rappresentare gli apostoli in un momento particolare: Gesù ha appena detto che qualcuno lo avrebbe tradito.
Questo momento drammatico nella storia del Nuovo Testamento ed è quindi una scusa per Leonardo per analizzare le reazioni emotive dei personaggi. Mentre prepara quest’opera Leonardo non è solo artista, ma anche psicologo. Usa le sue capacità per rappresentare “i moti dell’animo”, come lui li chiama.

Ci sono nel quadro tutti i sentimenti umani: rabbia, paura, stupore, incredulità, sorpresa. Non solo nei volti, nei visi, nelle facce, ma anche nei movimenti del corpo. I gesti rappresentano il mondo interiore dei personaggi. E la pittura è per Leonardo il mezzo per leggere e rappresentare la realtà in tutti i suoi dettagli.

Potremmo andare avanti ore e giorni a raccontare la vita di Leonardo. Ma questo episodio non può essere troppo lungo, se no vi stancate di me!
Quindi parlerò di un ultimo aspetto che mi piace e mi interessa: l’aspetto di Leonardo scrittore e di lettore.

Leonardo scrive per tutta la sua vita. Ci lascia migliaia di pagine scritte e disegnate, pagine bellissime ora sparse in tutto il mondo.
Scrive di tutto: filosofia, matematica, natura. Scrive poco però di se stesso. Molti studi che conduceva erano personali e probabilmente sapeva che era difficile poter condividere queste scoperte con qualcuno di contemporaneo a lui.
La sua sete di conoscenza era immensa e scrivere è un mezzo per imparare e osservare. Insieme ovviamente al suo amato disegno.

Se sarai solo sarai tutto tuo” scrive lo stesso Leonardo in una nota nel Trattato della Pittura, l’unica sua opera completata e pubblicata.

Leonardo aveva in parte una vita solitaria, però non dobbiamo pensare a un Leonardo asociale. I contemporanei lo descrivono come una persona socievole e capace di stare in società. Elegante, bello, un uomo che teneva molto al suo aspetto.

Era anche un uomo ambizioso, però forse questo è un aspetto fondamentale del suo carattere. L’ambizione lo porta a sperimentare, per scoprire qualcosa – sì – ma anche per lasciare un ricordo di sè nella mente degli altri.

Era geloso dei suoi quaderni e non li lasciava consultare ad altri. Non usava però linguaggi in codice. Usava anagrammi solo quando voleva nascondere un nome particolare, sporadicamente.

Come scriveva? Sappiamo sicuramente che poteva scrivere con entrambe le mani, con tutte e due le mani. Sappiamo anche che non usava una comune penna d’oca, come era comune ai tempi, ma un prototipo di penna stilografica che lui stesso aveva inventato.

Quando prendeva appunti per strada, e lo faceva spesso, usava un carboncino o una matita.

Scrive di tutto, in modo interrotto e non continuo. Il fisico Massimo Temporelli nel suo podcast Fucking genius usa un termine che mi piace molto:  lui dice che Leonardo ha un sapere linkato, dove ogni esperienza è collegata a un’altra.

Mi piace perché ricorda la nostra forma di imparare oggi, pensateci, attraverso link e collegamenti. Abbiamo già parlato in passato di Artusi e del suo metodo di fare, di scrivere e di ricevere commenti dai suoi lettori simile a un blog, oggi parliamo di Leonardo e parliamo di sapere “linkato”. Mi piace pensare che Leonardo, con i suoi taccuini, un po’ anticipa questo.
Il suo apprendimento non è lineare, ma spesso salta da un argomento a un altro; un po’ come facciamo oggi, con i link su internet.

Omo sanza lettere

In una pagina del codice atlantico Leonardo si definisce omo sanza lettere”, uomo senza lettere. Questo commento un po’ amaro si riferisce al fatto che Leonardo non ha studiato. Il latino nel Rinascimento permetteva di accedere ai classici, come abbiamo detto. Con classici intendo tutti i grandi autori del passato. Nelle corti e nelle università gli intellettuali parlavano il latino. E Leonardo sentiva  che questo lato un po’ gli mancava. 

Nei quaderni di Leonardo, infatti, ci sono molti esercizi in latino e sappiamo che, appunto, lui stesso sente questa mancanza. 

Da quando arriva a Milano inizia a leggere i testi antichi per imparare quello che è prodotto nel passato. Sappiamo che all’inizio del 1500 Leonardo ha nella sua biblioteca circa duecento testi, duecento libri. Questa è una biblioteca molto grande per l’epoca. Aveva, fra i libri, anche la Divina Commedia, Tolomeo, Plinio.

Insomma, Leonardo è un uomo affascinante, un intellettuale molto dotato e un genio senza confini. Ci sono molte altre cose di cui vorrei parlare: ad esempio gli studi di anatomia che Leonardo doveva fare in segreto, gli ultimi anni della sua vita, il destino dei suoi taccuini. Dove sono finiti tutti i suoi taccuini? Che storia hanno avuto? Però per oggi però mi fermo qui, spero di aver reso omaggio a uno dei grandi geni dell’umanità.

Se state studiando l’italiano, trovate la trascrizione di questo episodio sul sito www.speakitaliano.org. Io sono Linda e per oggi vi saluto e vi auguro una buona settimana.

Fonti e link utili:

19 – Italia in numeri

Oggi diamo i numeri!
Scopri con me alcune curiosità legate all’Italia. Con l’aiuto di alcuni numeri, grandi e piccoli, conosciamo meglio il Bel Paese attraverso le sue caratteristiche geografiche, culturali e bizzarre.
Buon ascolto!

Trascrizione

Viva l’Italia
L’Italia liberata
L’Italia del valzer
L’Italia del caffè
L’Italia derubata e colpita al cuore
Viva l’Italia
L’Italia che non muore.
Viva l’Italia presa a tradimento
L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento
L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura
Viva l’Italia
L’Italia che non ha paura.

Francesco De Gregori

Siamo finalmente giunti alla lettera I e come non parlare di Italia? Oggi voglio raccontarvi un po’ l’Italia.  Ovviamente la Storia d’Italia è molto lunga e non ho qui il tempo di ripercorrerla in insieme. Ho deciso quindi di fare affidamento ai numeri.  Attraverso dei numeri voglio condividere con voi alcuni dati interessanti che si riferiscono all’Italia.

Iniziamo:

1861

Conoscete già questo numero. È la data dell’Unità D’Italia. Quando, durante il Risorgimento, l’Italia è stata liberata dalle forze straniere sul territorio ed è diventata ufficialmente Nazione.

1946

È la data invece in cui l’Italia è diventata ufficialmente Repubblica. Fra il 2 e il 3 giugno 1946, infatti, si svolse il referendum che chiedeva a 24 milioni di Italiani di indicare una preferenza e scegliere fra la Monarchia e la Repubblica.
Il Paese era letteralmente diviso in due e c’era un’aria tutt’altro che tranquilla. Si respirava, invece, un’aria da guerra civile.
Ci sono molte storie interessanti che sono legate al voto del 1946, ne ho condivisa qualcuna che riguarda le donne nell’ultimo episodio, però ora non approfondisco oltre. Potremo riparlarne meglio in futuro.

Comunque, alla fine, gli italiani scelsero la Repubblica. Votarono per la Repubblica con 12.718.641 voti per la Repubblica contro i 10.718.502 per la Monarchia.

60 milioni e 391 mila

Questo è numero di persone che, secondo l’Istat, vivono in Italia il Primo gennaio del 2019. Per il quarto anno consecutivo la popolazione italiana è in calo, cioè diminuisce. Gli stranieri registrati residenti in Italia sono 5 milioni e 234 mila e sono in aumento. Gli stranieri rappresentano oggi l’8,7% della popolazione.

Le nascite diminuiscono e l’età della popolazione aumenta. L’indice di fecondità è stabile con 1,32 figli per donna.

40%

Secondo un dato degli avvocati matrimonialisti in Italia, avvocati che si occupano di matrimoni e unioni, la parola Whatsapp compare nel 40% dei divorzi Italiani! Questi sono dati del 2015, pensate che i numeri in questi tre anni siano aumentati?

800

È il numero di Isole che l’Italia possiede all’interno del suo territorio. Alcune sono molto piccole e fanno parte di un arcipelago, altre, invece, come Sicilia e Sardegna sono molto grandi.

In ogni caso, Wikipedia afferma che di queste isole, solo 78 sono abitate.

10

È il numero di vulcani attivi in Italia. Un vulcano attivo è un vulcano che si è “risvegliato” – tra virgolette – almeno una volta negli ultimi 10 mila anni. I 10 vulcani in questione, attivi, sono: Etna, Stromboli, Vesuvio, Ischia, Lipari, Vulcano, Pantelleria, Colli Albani, Campi Flegrei, Isola Ferdinandea.

Gli unici due che per il momento danno eruzioni continue, separate da brevi intervalli di tempo, sono però l’Etna e lo Stromboli.

20

Sono gli italiani che hanno vinto un Premio Nobel. Sei per la letteratura e la medicina, cinque per la fisica, uno per la pace, uno per l’economia e uno per la chimica. Chi sono i premi Nobel per la letteratura?

  • Giosuè Carducci, vinto nel 1906.
  • Grazia Deledda, vince il Nobel nel 1926.
  • Luigi Pirandello, nel 1934.
  • Salvatore Quasimodo, nel 1959.
  • Eugenio Montale, nel 1975.
  • Dario Fo, nel 1997.

Di questi, solo una è una donna: Grazia Deledda che vince appunto nel 1926.

3000

Sono, indovinate un po’, gli Euro che incassa ogni giorno La Fontana di Trevi! Eh sì, probabilmente conoscete la tradizione. Si va a Roma, si danno le spalle alla fontana e si getta una monetina: in questo modo, la leggenda dice, il ritorno a Roma è assicurato!

Dove vanno questi soldi – vi chiederete? Sono raccolti ogni giorno e sono dati alla Caritas, un organismo pastorale italiano.

53

Il numero di Siti Unesco, cioè di attrazioni culturali e naturali presenti sul territorio italiano che sono considerate patrimonio dell’umanità. È interessante notare che l’Italia è il paese con il numero più alto di beni Unesco.

50,4 milioni

Non parliamo questa volta di persone, ma 50,4 milioni sono gli ettolitri di vino che l’Italia ha prodotto nel 2018. Questo è un numero particolarmente apprezzato dagli Stati Uniti che sono i principali consumatori di vino al mondo. Per quanto riguarda la produzione, l’Italia compete con la Francia, con la quale c’è un testa da anni.

1088

È l’anno di fondazione della prima università del mondo occidentale: quella di Bologna che è ancora oggi in funzione. Parlando invece di cinema, il Festival di Venezia è il festival più antico che è stato inaugurato nel 1932.

 

Finiamo qui per oggi di dare i numeri! Spero di aver condiviso con voi cose interessanti. Se volete partecipare alla discussione e interagire in italiano con persone simpatiche vi invito a cercare il gruppo su Facebook che si chiama “Pensieri & Parole – italian literature and language”. Sarò felice di conoscervi e fare due chiacchiere.

Buona settimana e buon giovedì

 

Link e riferimenti utili:

18 – Viva le donne!

Un episodio speciale per fare gli auguri a tutte le donne. In questo episodio ripercorriamo insieme la storia della Giornata Internazionale della Donna e le lotte sociali che hanno portato al diritto di voto per le donne.
Buon ascolto!

Trascrizione

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

EDOARDO SANGUINETI – Ballata delle donne

La poesia ascoltata all’inizio dell’episodio si intitola “Ballata delle Donne” ed è di Edoardo Sanguineti. Dedico la puntata speciale di oggi a tutte le donne. Alle donne che combattono, alle mamme, alle nonne e a quelle che sono ancora giovani e in cerca di risposte. Alle donne che scrivono, a quelle che producono arte, ma anche a quelle che leggono. Insomma, a tutte le donne. Perché è bello essere donne e questo giorno è dedicato a noi.

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Come sapete, oggi, 8 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Donna. Questa celebrazione serve a ricordare le lotte e le conquiste sociali ottenute dalle donne nel corso del 900.

Ma da quando la festeggiamo? Come nasce la festa? E perché in Italia regaliamo le mimose alle donne? Cercherò di rispondere a queste domande durante l’episodio di oggi.

Siamo negli Stati Uniti, è il 1909 e si celebra la primaGiornata Internazionale della Donna. Il partito socialista americano aveva invitato quell’anno le donne a partecipare a una manifestazione per il diritto del voto femminile. È il 28 febbraio 1909 e siamo a New York. In quel periodo storico le donne negli Stati Uniti non avevano ancora il diritto di voto e lottavano per questo e per altri diritti. L’uomo era ancora visto in una posizione privilegiata e le donne erano sottoposte alla potestà, cioè alle decisioni dei mariti.

Per aiutare economicamente la famiglia, molte donne delle classi sociali più umili lavorano come operaie, contadine, sarte, ecc. L’aspirazione sociale diffusa alla fine dell’Ottocento, però, per le donne era quella di essere come le donne delle classi sociali più alte: cioè spose e madri.
Negli Stati Uniti il diritto di voto arriverà poi nel 1920, per l’Italia solo dopo la fine della seconda Guerra Mondiale: nel 1946.

Nel 1910, un anno dopo dalla prima manifestazione, si svolge la Seconda Giornata della Donna negli Stati Uniti e questa volta l’iniziativa è portata all’attenzione del Congresso Socialista che si svolge quell’anno a Copenaghen. Diversi paesi iniziano a proporre la celebrazione che non ha ancora un giorno comune per tutti i paesi. Nel 1911 la festa è celebrata da oltre un milione di donne in Svizzera, Danimarca, nell’allora Impero Austro Ungarico e nell’Impero Tedesco.
La prima giornata internazionale della donna che è effettivamente festeggiata l’8 marzo fu quella del 1914.
La Prima Guerra Mondiale porta un po’ fine alle celebrazioni.

Nel 1917, le donne di San Pietroburgo protestano chiedendo all’Impero Russo la fine della guerra. Lo zar di Russia rinuncia alla sua posizione e il governo provvisorio da il diritto di voto alle donne. Questa manifestazione di San Pietroburgo fu una delle più importanti e una delle prime manifestazioni conosciute oggi con il nome “Rivoluzione di febbraio”. Nel 1922, dopo la rivoluzione bolscevica, Lenin dichiara l’8 marzo una festività ufficiale.

Per l’ufficializzazione della giornata nel resto d’Europa dobbiamo aspettare il 1975 che è dichiarato “Anno internazionale delle donne”. In questa occasione, le Nazioni Unite, invitano tutti i paesi a festeggiare l’8 marzo. La festa è istituzionalizzata due anni dopo.

Ci sono altre teorie sull’origine di questa giornata, ma non sono provate oppure sono versioni della realtà che la storia ha smentito, non ha confermato. Si sente spesso di una fabbrica a New York, dove ci sarebbe stato un incendio nel 1908. In realtà c’è stato un incendio in una fabbrica sì, ma nel 1911. In questo incendio morirono 140 persone tra cui molte donne, ma non è stato l’origine della Giornata della Donna. È stato però usato come simbolo per denunciare le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, questo sì.

Parliamo un attimo di quello che succede in Italia, fra il 1945 e il 1946.

Il Decreto per il diritto di voto alle donne era già stato emanato nel 1945, ma siamo nel 1946 quando le donne diventano cittadine con pieni diritti politici: possono votare e possono essere candidate. Le donne rispondono in massa, cioè in grande numero, alle elezioni amministrative che si sono tenute nel 1946 in 6000 comuni italiani. Siamo a marzo, appunto, del 1946 e l’89 % delle donne con diritto di voto va a votare. Le donne – pensate – sono il 52,2% dell’elettorato. 2000 candidate sono elette, in questa occasione, nei consigli comunali, nelle amministrazioni comunali. Alcuni mesi dopo, sempre nel 1946, il 2 giugno, le donne rispondono con altrettanto entusiasmo al referendum politico in cui gli Italiani hanno scelto la Repubblica. Ricordiamo, infatti, che prima del 1946, l’Italia era ancora una Monarchia.

Durante questa elezione, in un numero di 226 candidate donne, 21 di queste candidate entrano all’Assemblea Costituente. L’Assemblea Costituente è il primo organo di governo dopo la guerra, prima che venisse eletto il Nuovo Parlamento in Italia, solo nel 1948.
21, molto poche, ma fu in quel momento una grande emozione. Le donne fino ad allora non avevano mai votato in Italia e non si erano mai candidate per ruoli amministrativi. I membri di questa Assemblea Costituente erano in totale 556. Su questi, appunto, 21 sono state le donne elette. La percentuale di donne è molto bassa, appunto, ma è stato un momento importantissimo per storia italiana. Era la prima volta che donne entravano in parlamento. L’Italia, come abbiamo visto, era in ritardo nel voto alle donne. Altri paesi avevano dato questo diritto un po’ di anni prima.

Queste 21 donne sono donne di alta cultura, sono molto consapevoli politicamente e sono appartenenti a due generazioni diverse. Cinque di queste donne entrano nella Commissione incaricata di scrivere la nuova Costituzione Italiana. 5 donne in un totale di 75 persone. Si deve a loro la specifica inserita nell’articolo 3 sulla parità di genere. L’articolo 3 della Costituzione Italiana dice ancora oggi questo:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Le donne contribuiscono anche alla redazione degli articoli relativi a materie femminili, famiglia e infanzia.

Le mimose e i fiori per la Festa della Donna.

Ancora oggi, in Italia, le donne ricevono un fiore l’8 marzo. Un fiore giallo, morbido e profumato che si chiama mimosa. Anche in altri paesi si regalano fiori, ma la mimosa è diventata in Italia il simbolo della donna.

Perché?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Partito Comunista Italiano e l’Unione delle Donne ripropongono la Giornata Internazionale della Donna in Italia. Gli organizzatori della ricorrenza cercano un fiore da usare come simbolo per la festa. Secondo i racconti, all’inizio vogliono usare la violetta, un fiore già usato in altre occasioni dalla sinistra in Europa.

Alcune donne nel partito però vanno contro a questa proposta: la violetta è costosa e difficile da trovare. Non può essere usata come un simbolo popolare. L’Italia era stata distrutta dalla guerra e molte famiglie non avevano grandi possibilità economiche.

Teresa Mattei, un’ex partigiana, insieme a Rita Montagna e Teresa Noce, propone di usare un fiore più accessibile ed economico. Un fiore di stagione che fiorisse alla fine dell’inverno e facile da raccogliere nei campi. La stessa Teresa Mattei, anni dopo, in un’intervista dice che la mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette.

Cosa sono le staffette? Le staffette partigiane erano le numerose donne, ma anche uomini e giovani, che trasportavano i messaggi durante gli anni della Resistenza in Italia. Si muovevano a piedi o in bicicletta e trasportavano di nascosto importanti messaggi della Resistenza. Durante la Resistenza, le donne italiane hanno potuto, quindi, dimostrare la loro responsabilità politica nel paese.

La tradizione della mimosa ha successo e continua con forza ancora oggi. Come disse una volta Teresa Mattei, morta a 92 anni nel 2013: «Quando nel giorno della festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa penso che tutto il nostro impegno non è stato vano».

E con questa citazione concludo l’episodio speciale di oggi e auguro a tutte le donne una buona festa!

 

Fonti e collegamenti utili:

 

 

17 – G come Giappone

Un mini viaggio nel paese del Sol Levante con l’episodio di oggi. Parliamo di Igort e dei suoi meravigliosi Quaderni Giapponesi. Leggo poi per voi una storia presa da un libro di racconti giapponesi.
Siete stati in Giappone? Ci andreste?
Buon ascolto!

Trascrizione

E poi, immerso in quel silenzio mi perdevo per ore a disegnare o prendere appunti. Da Tokyo l’Europa, la mia vita di sempre, sembrava davvero lontana.

Per introdurre il tema di oggi, parto da un episodio di vita personale.

Il mese scorso sono stata per due settimane in Giappone. Due settimane non sono abbastanza per conoscere le meraviglie del paese del Sol Levante, avrei voluto stare per almeno tre mesi.
Comunque, mentre mi preparavo al mio viaggio per il Giappone ho consultato alcuni libri, guide turistiche e romanzi di persone che avevano già viaggiato in questo paese.
Fra tutti, sono rimasta fortemente affascinata da un fumetto, una graphic novel di un fumettista italiano che si chiama Igort.

L’ultima volta abbiamo parlato del fumetto e così, con l’episodio di oggi, vorrei collegarmi all’ultimo argomento. Oggi parliamo di Giappone. Non avevo mai letto niente di questo fumettista, di Igort, e sono rimasta felicemente sorpresa.

Mi piacciono molto i fumetti e quando posso cerco nuove letture.
Il libro mi ha aiutato molto a entrare nello spirito giapponese e si chiama Quaderni Giapponesi” – Un viaggio nell’impero dei segni“.

Due parole su Igort

Igort è il nome d’arte di Igor Tuveri. È un artista poliedrico, che analizza diverse forme espressive ed è anche un eterno viaggiatore. Ha pubblicato numerose graphic novel, numerosi fumetti, premiati e apprezzati dal pubblico. È illustratore ed editore e pensate che è  stato il primo occidentale a disegnare un manga in Giappone. Lodevole! Ha pubblicato su tutte le più prestigiose riviste italiane e internazionali.

Ha viaggiato molto in Giappone. I suoi libri sono un misto fra graphic novel, fumetto e giornalismo. È un artista molto originale e vi consiglio sicuramente i suoi libri.

I Quaderni Giapponesi

I Quaderni Giapponesi sono due volumi, cioè due libri. L’autore è originario di Cagliari, in Sardegna e racconta dei suoi numerosi viaggi, appunto in Giappone, e del suo rapporto personale e professionale con questo paese affascinante. Sono scritti sottoforma di diario, con storie e leggende giapponesi mescolate a momenti di vita quotidiana che lui stesso ha vissuto in Giappone.

I disegni sono davvero sconvolgenti, così belli che è possibile fermarsi 5 minuti su una sola pagina a osservare tutti i particolari.

Igort ha lavorato come fumettista in Giappone e nel suo stile originalissimo, mescola tecniche di disegno occidentale a pagine con uno stile più nipponico, più stile giapponese.
Avrei voluto leggervi una piccola parte di questo fumetto, ho cercato tanto. Poi però ho capito che è molto difficile trasmettere con l’aiuto solo della mia voce, la bellezza di questo capolavoro. Ho deciso di mettere nella descrizione del podcast il link al sito di Igort che vi invito a visitare: i disegni sono molto molto belli e troverete tutti i suoi libri, le sue pubblicazioni.

E oggi vi leggo un piccolo racconto giapponese che ho preso da un piccolo e grazioso volumetto intitolato “Racconti dei saggi del Giappone”, edito da L’ippocampo.

 

Andiamo, il racconto si intitola: I due monaci e la Geisha

(…)

Racconti dei saggi del Giappone, edizioni l’Ippocampo, p.63

Trovate il libro qui. 

Fine!

Siete stati in Giappone? Che cosa ne pensate? Se volete, cercate la pagina di Speak Italiano su Facebook e parliamone! Sarei molto felice di sentire le vostre opinioni.

 

Buona settimana,

Parliamo presto,

ciao ciao.

15 – E come Europa

Viviamo in un momento storico molto complesso, confuso, contraddittorio, dove l’idea di Europa è messa giornalmente in discussione.
La domanda a cui voglio cercare di rispondere è questa: esiste una cultura europea? Al di là del concetto di Europa politica o economica, possiamo parlare di cultura Europea?
Esiste inoltre una letteratura Europea?

Trascrizione

Europa.

Ho pensato molto alla lettera E, poi dopo molto pensamento, ho deciso di correre il rischio e parlare di Europa.

Viviamo in un momento storico, probabilmente sapete, molto complesso, confuso, contraddittorio, dove l’idea di Europa è messa giornalmente in discussione. La fiducia di molte persone nell’ideale di Europa è svanita e molti italiani vorrebbero fare un passo indietro, uscire dall’Euro, tornare ad essere un paese che non deve niente a nessuno.

Non voglio oggi fare un trattato di politica e tantomeno parlare di temi delicati e complessi come l’idea di Europa. La domanda, però, a cui voglio cercare di rispondere è questa: esiste una cultura europea? Al di là del concetto di Europa, oltre al concetto di Europa politica o economica, possiamo parlare di cultura Europea? Esiste inoltre una letteratura Europea?

L’Unione Europea come entità politica nasce nel 1958, ufficialmente, anche se c’erano accordi fra i paesi prima, precedenti. Nel 1958 grazie all’accordo di sei paesi: Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi che creano quella che si chiamava la Comunità Economica Europea. Il nome Unione Europea arriva poi nel 1993. Quest’unione politica, oggi, comprende 28 stati membri. In questo numero è compreso il Regno Unito, ancora, che come sapete ha avviato un processo per uscire dall’Unione Europea, la cossiddetta Brexit.

Di questi 28 stati, 19 usano l’Euro, la moneta unica che è stata creata nel 2002. Oggi però non voglio parlare di Unione Europea. Voglio capire se prima dell’Unione Europea esisteva fra le persone che vivevano in Europa un senso di appartenenza a una cultura comune.

Se guardiamo all’Europa in modo generale, infatti, vediamo un insieme di popoli molto diversi fra loro. Parliamo lingue diverse, siamo fisicamente e caratterialmente diversi. Lo stereotipo dice che l’italiano è basso, lo svedese alto, lo spagnolo parla a voce alta, l’irlandese è gioviale e via così. Ma è vero questo? Sicuramente ci sono molte differenze.

Però, ci sono anche cose che possono raggrupparci?

Ci sono caratteristiche che tutti noi Europei condividiamo?
È interessante sapere che già nel Rinascimento, alcuni intellettuali sentivano questo sentimento di appartenere a un’anima comune. Erasmo da Rotterdam e Giovanni Pico della Mirandola, ad esempio, parlavano di Europa letteraria. Anche Voltaire diceva che nonostante le guerre e le diversità religiose, in Europa le arti e le scienze avevano continue influenze da un paese a un altro.  Voltaire, come altri intellettuali, usa il termine “Repubblica letteraria”. La letteratura, lui dice, ha unito Italia e Russia, inglesi con tedeschi e francesi. C’era un continuo scambio di intellettuali che studiavano e viaggiavano dall’uno all’altro paese senza problemi.

Il politico Giuseppe Mazzini, nei primi anni del 1800 parla di una nuova Letteratura europea e dice così:

  • Citazione –

“Esiste dunque in Europa una concordia di bisogni, e di desideri, un comune pensiero, un’anima universale, che avvia le nazioni per sentieri conformi a una medesima meta – esiste una tendenza europea”

  • Fine citazione –

Mazzini tiene molto all’idea di Europa, e può essere considerato un precursore, un anticipatore italiano all’idea dell’unione Europea. Il politico credeva infatti nell’esistenza di uno spirito europeo. Lo conosciamo e ricordiamo però soprattutto per il suo contributo letterario e ideologico durante il Risorgimento italiano, quella serie di battaglie che hanno poi portato all’unificazione italiana del 1861.

Abbiamo visto, quindi, che fin dai tempi più antichi, molti scrittori parlano di letteratura europea.

Possiamo parlare in modo più generale di cultura europea?

Per rispondere, voglio fare riferimento a un intervento di Umberto Eco durante una serie di conferenze che si sono svolte nel 2014 in Quirinale.

Sono sicura che conoscete Umberto Eco. È uno scrittore, linguista, professore e filosofo conosciuto internazionalmente. Quello che però lo rende conosciuto al grande pubblico è il suo romanzo storico “Il nome della rosa”. Il nome della Rosa è diventanto poi anche un bellissimo film con Sean Conery che forse avete visto; se non avete visto consiglio molto.

Parlando di Europa, Umberto Eco dice che tutto il pensiero europeo si è sviluppato sul pensiero di Platone e Aristotele. È vero che in Europa si parlano 24 lingue diverse (o più), ma se osserviamo la cattedrale di Burgos in Spagna e quella di Colonia, in Germania, osserviamo subito che sono diversissime ma hanno una fisionomia comune se paragonati a un tempio Indiano, una moschea o una pagoda cinese. Capiamo subito che è architettura europea. Fin da subito l’Europa ha avuto una sua architettura, prima il romanico, gotico, poi i vari rinascimenti, il barocco, rococo, neoclassico, liberty, ecc. Nel 1088, dopo la nascita delle prime università, i chierici vaganti viaggiano in tutta Europa portando il sapere. Queste persone, questi letterati, parlavano una lingua franca: a quell’epoca era il latino. Viaggiavano, di qua e di là. A Bologna, prima università d’Italia, sono passati Copernico, Erasmo da Rotterdam e altre personalità importanti nel Medioevo.

Oggi abbiamo stati molto definiti: Italia, Francia, Spagna. Ma dovete pensare che in quel periodo, nel Medioevo, la cultura era Europea, non c’erano distinzioni di nazionalità. Sappiamo che l’Italia è diventata nazione sono alla fine del, insomma, a metà del 1800. San Tommaso e San Bonaventura, italiani, insegnavano a Parigi, lo stesso Dante difendeva una politica, un imperatore filogermanico. Le canzoni di gesta, le storie del Gral migravano in tutta Europa.
I banchieri italiani andavano a lavorare nelle Fiandre, Leonardo da Vinci andava alla corte di Francia come pittore. Era uno scambio continuo fra corti.

Nel 1500/1600 l’italiano era parlato da molti intellettuali in tutta Europa. Il francese era lingua franca europea che poi è stato sostituito dall’inglese.
Tutte le culture europee sono state influenzate da Shakespeare e da Dante. L’opera e la musica classica sono qualcosa di comune per un intero continente.

Esiste sì quindi una cultura europea, possiamo vederla e riconoscerla nonostante le differenze.

Eco, termina il suo intervento e dice questo – e ora voglio usare le sue parole:

 

  • Citazione –

Ecco che cosa sta alla base dell’identità culturale europea, un lungo dialogo fra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali. Niente che si possa cancellare nonostante una guerra, e su questa identità si fonda una comunità che resiste alla più grande delle barriere, quella linguistica. Ma sino a che punto la barriera linguistica è così drammatica?

E d’altra parte si parla sempre più di plurilinguismo e plurilinguismo non vuol dire solo saper parlare molte lingue: esiste un plurilinguismo moderato e passivo per cui, se non si sa parlare una lingua, si riesce in parte a capirla. E accade sovente, tra giovani che hanno viaggiato e in genere tra persone colte, che si possa sedere intorno a una tavola a cena, dove ciascuno parla la propria lingua e gli altri riescono a intenderne qualcosa. Sogno un’Europa plurilingue di questo tipo.

Ringraziate Iddio o la sorte, come preferite, di essere nati europei e non fidatevi dei falsi profeti che vorrebbero farci tornare indietro di settant’anni.

  • Fine citazione –

È capitato anche a voi di provare quello che dice Eco? Di sedervi a un tavolo con tante persone di nazionalità diverse e riuscire in qualche modo a capirsi? A me è capitato varie volte, mentre vivevo in Irlanda, ed è molto molto bello vedere questo.

Bene, l’incontro di oggi termina qui. Sono temi delicati e complessi, non voglio in questa occasione dare nessuna risposta, ma solo offrire spunti di riflessione.

Mi piacerebbe molto sentire la vostra opinione. Per questo, ho pensato di creare un gruppo su Facebook per incontrarci e parlare insieme (in Italiano ovviamente) di questi argomenti. Se siete persone social, vi invito a cercare il gruppo e partecipare alla discussione. Se non siete persone così social e non avete Facebook vi faccio i miei complimenti! In quel caso, se volete, potete semplicemente mandarmi un’email o iscrivervi alla mia newsletter.

Per oggi è tutto, grazie ancora,

A presto

 

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