40 – Due parole con l’Italiano Vero – livello avanzato

Oggi ho con me due simpaticissimi ospiti: Massimo e Paolo de L’Italiano Vero. Insieme ci divertiamo e ti spieghiamo tre espressioni che arrivano dalla letteratura italiana e dal cinema: stai fresco, il Bel Paese e la Dolce Vita.

L’Italiano Vero è un podcast nato dalla mente di Massimo e Paolo. Lo scopo è quello di insegnare l’Italiano Vero, l’italiano delle persone e della conversazione di tutti i giorni. Massimo e Paolo spiegano espressioni e modi di dire con simpatia, ironia e allegria. A volte, chiedono l’aiuto di ospiti che registrano con loro un episodio o due.

L’Italiano Vero è podcast, ma anche blog. Il blog raccoglie articoli e approfondimenti legati alle espressioni analizzate nel podcast o a curiosità sulla lingua italiana.

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Paolo: Solo che bisogna poi stare attenti perché… mamma mia, io lo metterei anche nelle orecchie il formaggio!

Massimo: Vi ricordo che sono nato sopra un caseificio?

Linda: Tu sei nato sopra un caseificio?!

Pensieri e parole un viaggio nella letteratura e cultura per amanti della lingua italiana.

L: Ciao a tutti. Sono molto contenta oggi perché non sono sola, ma ci sono due ospiti specialissimi. Loro si chiamano Massimo e Paolo e sono i creatori di un podcast molto simpatico che si chiama L’italiano vero. E adesso per le presentazioni lascio la parola a loro.

Massimo? Ci sei?

M: Sì. Ciao a tutti. Linda grazie di averci invitato al tuo podcast. Siamo onorati di partecipare e di registrare due episodi insieme. Anzi, ti ringraziamo perché prima ne1 abbiamo registrato uno…

P: Mi lasci dire? Mi lasci dire qualche cosa anche a me o no, Massimo?

M: Certo! Prego Paolo!

P: Volevo salutare e ringraziare nuovamente, mi accomuno2 a tutto questo ringraziamento che tu fai a Linda perché effettivamente3 ci fa davvero piacere essere ospiti del tuo podcast. Ti lascio dire qualcosa su L’italiano vero, Max.

Trovi la trascrizione completa qui.

39 – Perché diciamo “ciao”?

Ciao! Come stai oggi?

Ciao è una parola internazionale. Non si usa solo in Italia, ma anche in alcuni paesi del Sud America e tutti conoscono il significato di questa parola. Se hai un amico italiano sai che “ciao” è un saluto informale che usiamo amichevolmente quando arriviamo e anche quando andiamo via. 

Questa è una differenza rispetto ad alcuni paesi del Sud America ad esempio che conosco perché in Italia usiamo ciao anche quando arriviamo. Quindi usiamo ciao un po’ per tutto.

Molti italiani quando vanno via e devono salutare, dicono “ciao” più volte: ciao eh, ciao ciao, ciao, ciao. Di solito ci diamo due baci, uno su ogni guancia, e ripetiamo questa parola molte volte.  E i saluti finali a volte durano molti minuti! Ci salutiamo dentro casa – ciao eh, io vado, sì, ciao ragazzi, ciao ciao – poi sulla porta di casa, altri 5 minuti – sì sì, allora vado ciao eh, ciao! –  poi ancora vicino alla macchina. E continuiamo a parlare e parlare: ciao eh, allora ciao, io vado, ciao ciao!

E se ti dico che la parola “ciao” è collegata con la parola “schiavo”, ci credi? Eh sì, oggi voglio parlare della parola italiana più comune di tutte. Ti racconto la sua origine…

38 – Due parole con Susanna Nocchi

Oggi chiacchiero con Susanna Nocchi, insegnante, linguista e lecturer a Technological University Dublin. Oggi parliamo di lingue straniere, esperienze nel mondo e consigli per le persone che stanno studiando l’italiano. La simpatia di Susanna è coinvolgente!

Susanna Nocchi insegna italiano come lingua straniera o lingua seconda dal 1989. Ha lavorato in Italia, Islanda, Finlandia, Irlanda e India per diverse istituzioni. Susanna è coinvolta dal 2003 nella formazione degli insegnanti di lingua italiana. Da specialista e studiosa, ha pubblicato libri didattici per insegnanti e studenti che imparano la lingua italiana.

Il suo libro pubblicato con Alma Edizioni “La nuova grammatica pratica della lingua italiana” è nelle case di molti studenti. Questo libro si è affermato come uno degli strumenti più apprezzati per esercitare la grammatica italiana in modo completo ed efficace.

Libri di Susanna Nocchi per Alma Edizioni

Susanna Nocchi – biografia

Trascrizione

L: Allora… Buongiorno a tutti, siamo tornati con questo episodio del podcast. Io sono qui con un’ospite speciale.

S: Molto

L: Molto speciale. Lei si chiama Susanna. Susanna Nocchi. Ed è colei, la persona che ha scritto un libro che molti studenti hanno in casa che si chiama: Nuova Grammatica Pratica della Lingua Italiana.

S: Ebbene sì
L: Anche conosciuto come “il librone giallo della grammatica”

S: O la Grammatica della Nocchi

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Trovi la trascrizione completa con osservazioni di grammatica e vocabolario qui.

You can find the full transcript with grammar and vocabulary notes here.

Trovi le trascrizioni degli altri episodi qui.

 

37 – Gli italiani e il cibo

Oggi parliamo di un argomento un po’ divertente. Non parliamo di letteratura, Parliamo un po’ di cultura italiana. Durante l’ultimo episodio abbiamo parlato di cultura, una parola che oggi indica un po’ due cose: la formazione intellettuale e morale di una persona e, in senso antropologico, l’insieme di conoscenze condivise da uno stesso gruppo di persone. La cultura di un popolo, appunto.

Oggi tocco questo secondo tema e parlo di cultura italiana.

Quando una persona viene in Italia o si avvicina agli italiani in modo più famigliare o in amicizia, osserva subito che in Italia ci sono molte regole legate al cibo.

Il pollo sulla pizza, assolutamente no! Il parmigiano sul pesce, bleah! Ketchup, salsine, maionese? Solo sulle patate fritte o l’hamburger! Cappuccino a cena? Per l’amor del cielo! Insalata con la pasta?! Ma stiamo scherzando? E la lista va avanti.

Oggi voglio parlare di alcune manie, alcune cose che sono cultura e abitudine comune in Italia, ma possono forse essere un po’ strane o bizzarre se viste dagli occhi di un turista straniero. Ti spiego quali sono le nostre abitudini. Così, quando verrai in Italia la prossima volta, sarai preparato!

36 – Cultura

 

Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri.

(Antonio Gramsci)

Sentiamo spesso la parola cultura. La cultura italiana, la cultura di un popolo, una persona con cultura, un evento culturale. Ma che cosa significa la parola cultura? Significa semplicemente leggere molti libri? Oppure è qualcos’altro, qualcosa di più profondo? Oggi voglio un po’ parlare di questo. Mentre preparavo l’episodio di oggi, ho cercato e letto vari articoli. Bene, ho scoperto che ci sono pagine e pagine, molti articoli e video che parlano di questa piccola, ma importante parola: “cultura”.

Non faccio un trattato di filosofia o sociologia, ma cerco di semplificare due idee che voglio condividere con te…

 

35 – Mille

Iniziamo a mille! Il numero “mille” fa da filo conduttore per questo primo episodio, in cui parliamo di due fatti storici importanti e di un dolce. Buon ascolto!

Il primo episodio si chiama Mille. Perché? Bhe, prima di tutto perché spero di arrivare a mille episodi un giorno, è sempre meglio sognare in grande no?

Poi perché questo numero può essere un filo conduttore per parlare di alcuni eventi importanti e mi sembra interessante iniziare la nuova stagione con questo argomento.

La lingua italiana ha mille anni, è millenaria. Veramente ha più di mille anni, più o meno 1059 anni. Più o meno dico, e adesso vi spiego perché.

30 – U come Unicorno

Unicorni, draghi, basilischi, fenici… La letteratura è piena di animali immaginari. Gli animali immaginari esistono fin dall’antichità e sono una cosa molto antica nella storia umana. A volte la fantasia serve a proteggerci dalla realtà e dalla paura e quando l’uomo non sa qualcosa, usa la fantasia. Oggi facciamo insieme un viaggio nel mondo degli animali immaginari!

Trascrizione

La letteratura è piena di animali immaginari. Gli animali immaginari esistono fin dall’antichità e sono una cosa molto antica nella storia umana. Gli dei Egizi spesso erano una fusione fra un corpo umano e un animale, anche i romani usavano gli animali come simboli. Ancora oggi abbiamo i nostri animali preferiti, gli animali guida e i simboli. Pensiamo all’unicorno che ultimamente va di moda. Esistono oggi nel mercato calzini con gli unicorni e mutande e cappelli e chi più ne ha più ne metta! Io particolarmente amo gli accessori con tartarughe e balene. Tu hai qualche oggetto con gli unicorni? O con altri animali?

Nel podcast di oggi facciamo un viaggio alla scoperta di alcuni animali immaginari che sono presenti nella cultura e nella letteratura.

Durante la storia dell’umanità, l’uomo inventa numerosi animali. Spesso sono creature che sono un mix fra animali reali e caratteristiche immaginarie. A volte sono due animali mescolati insieme. Altre volte l’uomo è unito a corpi d’animali (pensiamo ad esempio al Minotauro che è un incrocio fra un uomo e un toro o a una sirena che è un incrocio fra una donna e un pesce). Pensate che alcune persone credono di aver visto questi animali nel mondo reale e leggiamo sempre sui giornali casi di persone che pensano di aver visto un lupo mannaro o un mostro di Loch Ness. 

A volte la fantasia serve a proteggerci dalla realtà e dalla paura e quando l’uomo non sa qualcosa, usa la fantasia. 

La storia di oggi inizia nel Medioevo

Il Medioevo è un periodo della storia d’Europa che va più o meno dal V secolo dopo Cristo al XV. Pensate, molti molti anni della nostra storia. Il Medioevo È il periodo storico che sta fra l’epoca classica e il Rinascimento. 

Bene, in questo periodo gli animali sono molto importanti e molto presenti. Gli animali nel medioevo sono simboli. E la cosa interessante è che nel Medioevo non si distingue fra animali reali e animali immaginari. Negli affreschi o nelle decorazioni delle chiese nel Medioevo possiamo trovare animali reali insieme ad animali che non esistono. Per l’uomo Medievale questo non è importante. Per lui quello che è reale non è necessariamente vero. Realtà e fantasia si uniscono. 

Nel Medioevo c’erano alcuni libri particolari chiamati Bestiari. Questi libri raccoglievano la descrizione di moltissimi animali, sia reali, sia fantastici. Di solito, le descrizioni degli animali erano accompagnate da insegnamenti morali e frasi dalla Bibbia. Questi libri avevano il compito di insegnare a essere buoni cristiani. 

Ogni animale aveva caratteristiche fisiche e di comportamento e veniva usato per rappresentare una qualità particolare. Pensiamo al leone. Nel Medioevo, le persone pensano che il leone dorma con gli occhi aperti. Per questo motivo, il leone è usato in questo periodo spesso come simbolo di vigilanza. Vigilanza significa “stare attenti”, osservare e proteggere. Per questo motivo oggi possiamo vedere statue di leoni alle porte delle chiese o dei luoghi sacri. Il leone rappresenta in alcune occasioni anche Dio o il Cristo. Il maiale, invece, è un animale opposto che mangia nello sporco, per terra e per gli uomini del Medioevo il maiale è considerato simbolo dell’uomo peccatore, che pensa ai piaceri della terra e dimentica Dio. 

Questi libri, i bestiari, hanno grande successo fino al XIV secolo e poi lasciano piano piano spazio alla scienza. Prima le esplorazioni geografiche e poi la ricerca scientifica portano l’uomo a rappresentare gli animali e la natura in modo più realistico. Si sviluppano biologia, zoologia e medicina.

Questo però non vuol dire che gli animali fantastici sono scomparsi, anzi.

Gli animali immaginari sono presenti nella letteratura, nella scultura, nel cinema, nei nostri disegni da bambini e nei nostri sogni o incubi. 

Vi faccio alcuni esempi. Cercate su internet un quadro di Raffaello che si chiama “la dama col liocorno”. Troverete una donna elegante con lo sguardo misterioso e in braccio un piccolo di unicorno. Nel 1600 è comune trovare l’unicorno vicino a una giovane donna. Perché? L’unicorno è il simbolo della purezza e della castità e per questo è spesso rappresentato vicino a donne vergini. 

Dama col Liocorno, Raffaello

La letteratura è piena zeppa – piena zeppa significa “pienissima – di riferimenti ad animali immaginari. Partendo dai libri antichi, c’è un libro di Plinio il Vecchio, uno scrittore latino, che si chiama “Storia naturale”, poi possiamo pensare al “Beowulf”, un antichissimo poema epico scritto in inglese arcaico. Poi l’Orlando Furioso, un bellissimo poema italiano del 1500 scritto da Ludovico Ariosto. Anche qui troviamo animali immaginari, ma vi parlo di questo più avanti nell’episodio. La Divina Commedia, come non parlare della nostra amata Divina Commedia, con i suoi mostri e gli esseri fantastici. Se poi andiamo avanti nel tempo possiamo pensare ad un autore argentino, Borges che ha scritto il “Manuale di Zoologia Fantastica”. Ancora più contemporaneo e più popolare, pensiamo a Harry Potter e a tutti i libri magici scritti da J.K. Rowling

Parlando di film: tutti conosciamo La storia Infinita del 1984. E poi Dragon Heart oppure il cartone Hercules della Disney. Poi animazioni, Dragon Trainer e altri.

Oggi, parlo un paio di animali immaginari. State tranquilli, non mi dilungherò troppo, non sarò troppo lunga. Ma penso che siano cose interessanti. 

Il primo animale è lui: l’unicorno!

Questo animale è di solito bianco, con gli occhi blu, il corpo di un cavallo, un corno a spirale sulla fronte. Era anche rappresentato in passato con la coda di un leone e la barbetta di capra. Anche se oggi questi elementi non ci sono sempre. Ha poteri magici, in particolare il suo corno protegge da tutti i veleni. 

ca. 1602 — The Maiden and the Unicorn by Domenichino — Image by © Alinari Archives/CORBIS

La prima persona che descrive un unicorno è un medico che si chiama Ctesia e vive in Grecia 2500 anni fa. L’unicorno, senza corno, non può vivere o almeno così dice la leggenda. Tanto tempo fa esistevano veri e propri cacciatori di unicorni, persone che davano la caccia a questo animale per prendere il suo corno magico. Dal corno, infatti, era possibile creare delle coppe da cui bere senza aver paura di essere avvelenati. Nessuno ha mai catturato un unicorno. Ma alcuni ciarlatani del Medioevo vendevano altri tipi di corni fingendo di vendere un corno vero di unicorno. La parola “ciarlatano” che ho usato poco fa significa persona disonesta, di solito è una persona che con le bugie vuole avere un vantaggio economico. È una parola simpatica: ciarlatano.

L’unicorno era anche chiamato Leocorno o Alicorno o Liocorno. Anche Leonardo da Vinci parla di lui e lo disegna. Oggi, una contrada del famoso Palio di Siena si chiama Leocorno ed ha come simbolo questo animale. Il Palio di Siena è una competizione storica di origine medievale dove i quartieri di Siena (le contrade appunto) si sfidano in una corsa con i cavalli. 

Un animale un po’ più pericoloso è il basilisco.

Il basilisco, chiamato anche “re dei serpenti” è appunto un serpente con la testa di gallo. È un animale mortale che può uccidere con un solo sguardo o con il suo potentissimo veleno. Plinio il Vecchio, il poeta latino, scrittore e filosofo latino del I secolo dopo Cristo, dice che il basilisco è molto piccolo, ha una lunghezza di circa 20 centimetri. 

Rappresentazione del basilisco (1510)

Il basilisco può uccidere con un morso oppure può pietrificare con lo sguardo. Come nasce? Questo è interessante. Nasce da un uovo di gallo vecchio, quindi un gallo vecchio, sentite, un uovo di gallo vecchio covato per circa nove anni da un serpente o un rospo. Covare un uovo significa tenerlo al caldo, come fanno le galline. L’uovo del basilisco è covato da un serpente o un rospo. 

Se avete letto i libri o visto i film di Harry Potter, potete ricordare che nel secondo capitolo della saga, il mago affronta proprio un enorme basilisco. 

E se siete fan di Harry Potter come me, ricorderete anche un altro animale mitologico che compare nel film: l’ippogrifo. Se non seguite Harry Potter, tranquilli, vi perdono.

Adesso vi spiego io che cos’è l’ippogrifo

Questo è un animale che è metà cavallo e metà grifone. Il grifone è anche lui un animale leggendario, un misto fra un’aquila e un leone. L’ippogrifo ha le ali, il corpo da cavallo, il petto da leone e la testa d’ aquila. Ha grossi artigli, ma non è cattivo. Mangia insetti e piccoli mammiferi. 

Probabilmente si parlava da prima di questo animale, ma il primo a parlare e scrivere dell’ippogrifo è stato Ludovico Ariosto, uno scrittore italiano del 1500. Nel suo Orlando Furioso parla di questo animale e lo descrive. Dopo Ariosto, la letteratura si è riempita di ippogrifi e questo animale è entrato nella conoscenza comune. 

Poi abbiamo il drago. Beh, il drago è forse l’animale mitologico fra tutti più presente nelle nostre storie e nei film. Il drago è una specie di grande lucertolone, di grande serpente con zampe e ali che può volare molto in alto e possiede una forza straordinaria. A volte è simbolo del male, spesso nella nostra cultura occidentale è così, però nella cultura orientale rappresenta spesso la protezione ed è un simbolo positivo. Può nuotare e spesso sputa il fuoco.

Nella cultura greca il drago è già presente e sia greci che romani usavano la parola “drago” per descrivere piccoli rettili, di solito non pericolosi. La letteratura religiosa ha molti draghi. E sono famose le lotte fra i draghi e i santi: pensiamo ad esempio a San Giorgio, che nella leggenda combatte contro un drago. 

Paolo Uccello, San Giorgio e il Drago, 1460 circa

Anche un conte italiano ha combattuto contro un drago. Siamo in Italia, precisamente in Toscana nel 1488. Un drago terrorizza le persone del paese e il conte Guido Sforza decide di intervenire. Entra nella foresta e combatte contro il mostro. Torna nel suo castello con il teschio dell’animale. Il teschio sono le ossa della testa. Il teschio, questo teschio è ancora presente in questo piccolo paesino in Toscana. Tutti negli anni hanno sempre pensato che fosse una testa di drago, quando Nel 1900 un esperto di coccodrilli americano analizza le ossa e dice che sono ossa di un coccodrillo del Nilo. Bene, un coccodrillo del Nilo. Che cosa ci facevano le ossa di un coccodrillo del Nilo in Toscana nel 1500? A questa domanda non abbiamo ancora una risposta!

Bene, il nostro viaggio nell’immaginario oggi finisce qui. Spero che sia stato interessante incontrare questi esseri fantastici. Esistono centinaia di animali fantastici e ogni regione, ogni paese e ogni città ha i propri.

Questa è la mia lista, ma sono sicura che ci sono molti altri animali interessantissimi.

Per favore, se conosci animali immaginari tipici del tuo paese scrivimi! Oppure vai su Instagram, pubblica una foto e taggami. Il mio nome su Instagram è @italianwithlinda. 

Anche per questa settimana è stato un piacere, a presto e buona settimana

 

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29 – T come Tiramisù

Tutti conoscono il Tiramisù. Il dolce italiano cremoso fatto con savoiardi, mascarpone e caffè. Ma conoscete la storia di questo favoloso dolce? Sapete che questo dolce è stato conteso per anni? Scopriamo oggi insieme la storia del Tiramisù!

Trascrizione

Lo sappiamo tutti, l’Italia è la terra della cucina, del gelato, del gusto. Sono molte le ricette tipiche e ogni piccolo paesino ha qualcosa di gustoso da offrire. Molte parole italiane legate al cibo sono entrate nei vocabolari italiani e sono conosciute in tutto il mondo: pasta, pizza, cappuccino, gelato. Ma se vi chiedo di pensare a un dolce, a cosa pensate?

Immaginate, siete in un ristorante, avete appena mangiato un bel risotto alla zucca e gorgonzola, avete bevuto un buon bicchiere – o due – di vino. La pancia è piena, l’umore è alto. Si avvicina il cameriere e vi chiede: un dolce?

Che cosa rispondete? 

Io so che cosa risponderei, senza pensarci un secondo: Tiramisù!

Eh sì, il tiramisù è il dolce italiano per eccellenza, gustoso, ricco e insostituibile. 

Ma il Tiramisù è un dolce abbastanza recente, non ha una storia molto antica. Non compare nei ricettari antichi, almeno non con questo nome e con questi ingredienti. Non c’è il Tiramisù nel ricettario di Artusi. E la sua storia è stata per anni un mistero. La creazione del Tiramisù è stata contesa – combattuta –  fra molte regioni: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Piemonte. 

Nel 2016 è uscito un libro, scritto da Clara e Gigi Padovani che ha raccontato finalmente la storia del Tiramisù. I due giornalisti hanno iniziato un viaggio in Italia per cercare la ricetta originale e il luogo di nascita di questo famoso dolce amato e gustato in tutto il mondo. 

Oggi parliamo di Tiramisù.

Iniziamo dagli ingredienti.

La ricetta attuale del Tiramisù conosciuta internazionalmente prevede: uova, zucchero, mascarpone, savoiardi, caffè e una spolverata di cacao. Prima di raccontare la storia del Tiramisù, diciamo due parole sugli ingredienti.

I Savoiardi.

I savoiardi sono biscotti dolci, leggeri e friabili di forma lunga. A causa di questa lunga forma che ricorda un dito, sono chiamati in inglese lady fingers. Sono dolci leggeri e conosciuti in tutta Italia.

Il nome arriva dai Savoia, una delle più antiche dinastie d’Europa. Non abbiamo tempo di parlare di questo adesso, ma i Savoia hanno governato in parte dell’Italia per molti anni e la famiglia Savoia ha regnato negli anni in cui l’Italia era una monarchia. L’Italia era una monarchia e questa famiglia governava, era re. Dall’anno dell’unità, il 1861 alla proclamazione della Repubblica nel 1946. Una piccola curiosità, che non è legata al Tiramisù ma è interessante. Sapete perché la nazionale italiana indossa l’azzurro? Il colore azzurro non c’è sulla bandiera italiana ma era il colore di Casa Savoia. Dopo l’arrivo della Repubblica, questo colore è stato tenuto come colore ufficiale della nazionale.

Comunque, torniamo ai Savoiardi.

La ricetta di questi biscotti è antica e risale al 1400, 1500 quando il cuoco di corte inventa la ricetta per accogliere i reali di Francia.

Se i Savoiardi sono biscotti molto leggeri, la ricetta del Tiramisù prevede oggi un formaggio non molto leggero: il mascarpone. Il mascarpone è ipercalorico! Non siamo sicuri sull’origine del nome, ma sappiamo che è un prodotto della Lombardia. Alcune fonti dicono che Napoleone amasse questo formaggio, tanto da portarlo nei suoi banchetti a Parigi. La produzione industriale del mascarpone inizia in Lombardia alla fine dell’800. A causa della sua cremosità, il mascarpone è un ingrediente fondamentale del Tiramisù.

Conoscete gli altri ingredienti.

Ora passiamo alla storia.

Eh sì, perchè la storia del Tiramisù è dibattuta, controversa

Sicuramente sono state molte le influenze e gli esperimenti che hanno portato alla creazione del Tiramisù come lo conosciamo oggi. Il Pasticcere Iginio Massari dice che le origini di questo dolce sono povere perché ricordano la colazione contadina dei bambini: un tuorlo d’uovo – il tuorlo è la parte rossa – sbattuto con zucchero in cui si inzuppavano i Savoiardi. Il tutto accompagnato, per gli adulti, da una tazza di latte e caffè. 

Ci sono teorie che dicono che questo dolce è stato inventato in Piemonte, teorie che dicono che risale al 1600 ed è nato in Toscana. In realtà i Savoiardi e il Mascarpone erano ingredienti che non erano diffusi in Toscana in quel periodo, nel 1600 e non ci sono molte prove a sostegno della nascita piemontese del dolce. 

Fortunatamente due giornalisti Clara e Gigi Padovani ci vengono in aiuto.

Nel loro libro “Tiramisù storia , curiosità , interpretazioni del dolce italiano più amato”, Clara e Gigi Padovani cercano di fare chiarezza in una storia che è stata misteriosa per molti anni.

I due autori iniziano un viaggio in Italia per cercare documenti e storie legate alla nascita del Tiramisù.

Che cosa scoprono?

Iniziano da Treviso, perché tutti sapevano che a Treviso, in Veneto negli anni 70 era preparato e venduto un dolce che si chiamava Tiremesu. Poi, cercano nella storia, trovano alcuni documenti che dicono che esiste una ricetta precedente con il nome di Tireme su. Questa ricetta però non ha Savoiardi, Mascarpone e caffè. Ha solo il nome, trovato in una nota fiscale degli anni 50. 

I Padovani continuano la loro ricerca e trovano un altro ristorante, sempre in Friuli Venezia Giulia, in un piccolo paesino, che prepara un dolce uguale al Tiramisù di oggi

Parliamo di Tolmezzo, questo è il nome del paese e Hotel Roma è il nome dell’albergo. Qui la signora Norma Pielli – proprietaria dell’albergo –  preparava un dolce che ti chiamava “Torino”. Questo dolce seguiva una ricetta di Pellegrino Artusi – si, abbiamo già parlato di lui in una puntata precedente del podcast. Artusi è un po’ il padre della cucina italiana, quello che ha scritto il primo ricettario. Il Torino dell’Artusi era fatto con Savoiardi, burro, uova, cioccolato, latte. I Savoiardi erano bagnati in un liquore, non nel caffè. La signora Norma – come racconta il figlio – decide di sostituire il burro con il mascarpone, il liquore con il caffè e il cioccolato con il cacao in polvere.

Riconoscete gli ingredienti? Bene, sì, sono quelli del Tiramisù di oggi! Il nome era Trancia al mascarpone, la ricetta prende il nome di Tirimi-sù più avanti. La forma Tirimi-su compare nei menu dell’Albergo Roma per la prima volta nel 1959. Mario del Fabbro, il figlio dei due proprietari dell’Hotel Roma e della signora Norma, racconta che questo dolce con il mascarpone era diventato popolare e nel fine settimana molte persone passavano in albergo dopo aver sciato. Un giorno, un gruppo di sciatori crea il nome Tirami-su.
Perché? Questo è collegato alla capacità energizzante del dolce. Sempre secondo i racconti questi sciatori dicono: “questo dolce mi tira veramente su!”. Da questa occasione nasce il nome del dolce conosciuto oggi in tutto il mondo.

E il Veneto?

Il Veneto è la regione dove c’è Venezia. Guardate una mappa dell’Italia così vedete bene le due regioni: il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. Bene, il Veneto non è molto contento! I veneti non sono stati molto contenti quando hanno saputo che il Tiramisù non è stato inventato in Veneto. Però dobbiamo dire una cosa. È vero che la ricetta originale arriva dal Friuli, ma il Veneto è la regione che ha fatto diventare questo dolce famoso nel mondo. Grazie al lavoro dei ristoratori Veneti, primo fra tutti il famoso ristorante Alle Beccherie di Treviso, il Tiramisù è diventato famoso in tutto il mondo. 

E non solo sulla Terra, ma anche nello spazio! 

Nel maggio 2013 l’astronauta italiano Luca Parmitano, in orbita nella stazione spaziale Internazionale ha richiesto un menu speciale. Dovete sapere che gli astronauti europei possono portare in orbita un menù tipico del proprio paese, per sentirsi un po’ più vicini a casa. Questo è il menu che Parmitano ha scelto nel 2013. Sentite:

tarallucci alla cipolla con crema di pomodoro, lasagne alla bolognese, risotto al pesto e, da buon siciliano, una parmigiana di melanzane (che lui dice “mi serviva per sopravvivere”), tutto seguito da un ottimo Tiramisù. 

Un menù da buon italiano. Cosa portereste nello spazio? Se io fossi un astronauta, io porterei nello spazio parmigiana di melanzane, insalata caprese e fiori di zucca in padella. 

Bene, ho raccontato un po’ la storia del Tiramisù. In Italia, avete visto, siamo un po’ competitivi e ci sono altri piatti che sono contesi fra regioni diverse. Prima fra tutte la pasta alla carbonara. A me non importa, quando ho un cucchiaio in mano e un tiramisù davanti sono contenta!

Ciao a tutti,

buona settimana

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28 – S come Scrittura – Jhumpa Lahiri

Oggi racconto la storia di Jhumpa Lahiri, una scrittrice che si è innamorata della lingua italiana e ha deciso di adottarla. Oggi parliamo di “In altre parole”, un viaggio nella lingua italiana. Il viaggio nella lingua italiana è fatto di passione, scoperta, ricerca, ma anche imperfezione e frustrazione. Un libro consigliatissimo a tutti quelli che stanno studiando l’italiano.

Trascrizione

La scrittura è uno strumento terapeutico. Uno strumento che ci aiuta a indagare noi stessi, a entrare in profondità, e a osservare le cose del mondo.  La scrittura è un mezzo per l’arte. Molti scrittori scrivono soprattutto per se stessi, per analizzare i propri sentimenti, per sfogarsi, per affrontare demoni e paure.  Di solito la scrittura è nella nostra lingua madre. La nostra lingua madre infatti ci rappresenta. Le nostre parole ci rappresentano. La nostra lingua madre è la nostra identità. 

Ho finito di leggere da poco un libro scritto da una scrittrice che non è nata in Italia. Una scrittrice che ha deciso di usare l’Italiano come lingua della scrittura e del quotidiano,  anche se l’italiano non è la sua lingua. Questa donna ha deciso di mettersi alla prova, di abbandonare la sua lingua madre e iniziare un viaggio in un mondo fatto di parole straniere.

 Lei si chiama Jhumpa Lahiri, il suo libro è In altre parole.

Jhumpa nasce a Londra da genitori Bengalesi e cresce negli Stati Uniti, a Rhode Island. Si dedica alla scrittura fin da giovane e nel 2000 vince il premio Pulitzer con il romanzo “L’interprete dei malanni” – questo il titolo in Italiano. Pubblica vari libri di successo e scrive per il New Yorker. 

Il suo contatto con l’Italiano inizia dopo l’università, quando fa un viaggio a Firenze e si innamora del nostro paese, ma soprattutto della nostra lingua. L’Italiano le sembra da subito qualcosa di familiare. La stessa Lahiri scrive: 

“L’italiano sembra già dentro di me e, al tempo stesso, del tutto esterno. Non sembra una lingua straniera, benché io sappia che lo è. Sembra, per quanto possa apparire strano, familiare. Riconosco qualche cosa, nonostante non capisca quasi  nulla”.

Dopo questo primo viaggio in Italia, torna a New York e continua con la sua vita. Ma non dimentica l’Italiano. Continua a studiarlo, con tenacia e insistenza. Nel 2012 una scelta drastica: Jhumpa Lahiri decide di trasferirsi con la famiglia in Italia. Così lascia tutto e si trasferisce a Roma con il marito e i figli. Ben presto capisce che questo non basta, il suo viaggio non finisce qui. Inizia a dedicarsi con ossessione allo studio dell’italiano, si avvicina a questa lingua che era straniera per lei. E fa una cosa più grande: inizia a scrivere in Italiano

In altre parole

In altre parole, il libro che vi consiglio oggi, è un libro scritto da Jhumpa in italiano. 

 In questo libro Jhumpa racconta del suo amore per la lingua italiana e del suo viaggio coraggioso in un altro mondo.  Un amore che diventa quasi un ossessione quando lei decide di lasciare tutto quello che ha negli Stati Uniti e di trasferirsi con la sua famiglia in Italia.  Dovete pensare che al momento del trasferimento in Italia lei era una scrittrice famosa è affermata negli Stati Uniti, aveva appena vinto un premio molto importante, un premio Pulitzer.  I suoi libri vendevano e lei era una scrittrice di successo.

Perché allora lasciare tutto e decidere di trasferirsi in un altro paese, con un’altra lingua, un’altra cultura e altre abitudini.  E soprattutto, perché iniziare a scrivere in una lingua che non è la nostra? In una lingua che non ci appartiene?

Per lei, questo è un esperimento, è la ricerca di un altro punto di vista. Cerca “altre parole” per descrivere la realtà fuori e la sua realtà interiore. 

Il libro è molto molto interessante perché parla di questo viaggio  e racconta in un modo molto profondo e semplice le difficoltà e le frustrazioni che tutti proviamo quando vogliamo esprimerci  con una lingua che non è la nostra. Il libro racconta degli ostacoli e dei dubbi. Racconta della solitudine e del senso di inadeguatezza.  Con capitoli brevi Jhumpa racconta il suo trasferimento a Roma, il suo amore per la lingua, i primi racconti in italiano e le prime interviste in italiano. Racconta di questo rapporto d’amore con questo amante – la lingua italiana appunto – che la attrae ma poi la respinge. Racconta anche del suo incontro con i grandi autori del passato, i grandi della letteratura italiana che lei incontra nel suo studio solitario. 

Il viaggio nell’italiano si intreccia con un viaggio nel passato, nella sua vita.  Parla della sua infanzia da bambina nata da genitori bengalesi a Londra e poi cresciuta negli Stati Uniti.  Parla del rapporto con le lingue della sua vita: il bengalese e l’inglese. Tutte e due forti ma nessuna completamente la sua lingua madre. Ed è qui che entra l’italiano.  La lingua italiana per Jhumpa, oltre a essere un grande amore, è anche una via di fuga. Un modo per una scrittrice esperta e una donna profonda di liberarsi dalle aspettative,  dalle abitudini e dalle maschere che portiamo ogni giorno. Questo viaggio in Italia e nella lingua italiana e anche un viaggio nell’identità.

 Chi sono io?  Qual è il mio passato? Che cosa sto cercando?  Tutte queste domande sono una ricerca continua per tutti noi.

Il libro mi è piaciuto molto perché Jhumpa è una scrittrice molto profonda che sa analizzare con parole perfette il mondo intorno a sé e il mondo dentro di sé.  

 I capitoli sono brevi, la difficoltà del testo aumenta piano piano e le parole sono ricercate. Penso che questo libro sia adatto a tutte le persone che stanno studiando una lingua straniera. 

Non voglio parlare troppo oggi, ma voglio leggervi un piccolo pezzo del libro. 

Andiamo:

“Per colpa della mia identità divisa, per colpa, forse, del mio carattere, mi considero una persona incompiuta, in qualche modo manchevole. Può darsi che ci sia una causa linguistica: la mancanza di una lingua con cui possa identificarmi. Da ragazzina, in America, provavo a parlare il bengalese alla perfezione, senza alcun accento straniero, per accontentare i miei genitori, soprattutto per sentirmi completamente figlia loro. Ma non era possibile. D’altro canto volevo essere considerata un’americana, ma nonostante parlassi quella lingua perfettamente, non era possibile neanche quello. Ero sospesa anziché radicata. Avevo due lati, entrambi imprecisi. L’ansia che provavo, e talvolta provo ancora, proviene da un senso di inadeguatezza, di essere una delusione.

Qui in Italia, dove mi trovo benissimo, mi sento imperfetta più che mai. Ogni giorno, mentre parlo, mentre scrivo in italiano, mi scontro con l’imperfezione. Questa linea sinuosa lascia una traccia, mi accompagna ovunque. Mi tradisce, rivela che non sono radicata in questa lingua.

Perché mi interessa, da adulta, da scrittrice, questa nuova relazione con l’imperfezione? Cosa mi offre? Direi una chiarezza sbalorditiva, una consapevolezza più profonda di me stessa. L’imperfezione dà lo spunto all’invenzione, all’immaginazione, alla creatività. Stimola. Più mi sento imperfetta, più mi sento viva.

Scrivo fin da piccola per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita. In un certo senso la scrittura è un omaggio prolungato all’imperfezione. Un libro, così come una persona, rimane qualcosa di imperfetto, di incompiuto, durante tutta la sua creazione. Alla fine della gestazione la persona nasce, poi cresce. Ma ritengo che un libro sia vivo solo mentre viene scritto. Dopo, almeno per me, muore.”

(da “In altre parole” di Jhumpa Lahiri)

 

Bene, vi lascio questo invito oggi: cercate quest’autrice, ascoltate le interviste, leggete il suo libro. Le sue parole sono un messaggio per tutte le persone che provano a esprimersi con una lingua che non è la loro lingua madre.

Per oggi è tutto,

A presto

Fonti e risorse utili:

The Italian Book Club

Hai letto questo libro e vuoi parlarne con persone che studiano l’italiano? Unisciti al Book Club di Speak Italiano! Un incontro mensile per parlare di libri, cultura e lingua italiana.

Trovi tutte le informazioni qui.

27 – S come Sport

Ripercorriamo oggi insieme la storia del Giro d’Italia. Parliamo di sport e di un momento importante della storia sportiva italiana. Ci sono molti aneddoti legati al Giro d’Italia e oggi voglio raccontarne alcuni! Buon ascolto.

Trascrizione

Si sta svolgendo in questi giorni il Giro d’Italia. Questo, il Giro D’Italia, è una corsa in bicicletta, maschile a tappe. Si svolge una volta all’anno sulle strade italiane. Occasionalmente la gara coinvolge anche altri paesi. Il Giro d’Italia è una manifestazione molto importante nel calendario sportivo italiano e quest’anno è l’edizione numero 102. Sono 21 tappe, per un totale di 3.578 (ripeto 3578) chilometri. Ogni tappa è lunga in media 170km. In media significa che alcune tappe sono un po’ più lunghe altre un po’ più brevi.

In questo episodio voglio raccontarvi brevemente la storia di questa manifestazione. Ci sono molte cose interessanti legate al Giro d’Italia e oggi le vediamo insieme. 

La prima edizione del Giro è nel 1909. 

Qual è il contesto politico della Penisola in quell’anno? Gli italiani erano 33 milioni – pensateci, quasi la metà di quello che siamo oggi, la metà – ma alle elezioni di quell’anno avevano votato solo 2 milioni. A Belfast in Irlanda del Nord era iniziata la costruzione del Titanic. Lo stipendio di un operaio era di due lire al giorno, più o meno il prezzo di un pezzo di pane. Le biciclette erano 600000, non tantissime. Ma pesavano tanto. Di solito pesavano 15 kg o di più perché erano fatte di ferro. Le biciclette avevano un freno solo e non avevano il cambio. Il cambio è quel meccanismo che permette di cambiare la lunghezza della catena, per fare meno fatica in salita. Insomma, le biciclette nel 1909 non erano comode come le biciclette di oggi.

Una bicicletta discreta, discreta significa non ottima, ma non brutta, costava più o meno 100 lire. 

La Gazzetta dello Sport è un giornale sportivo che, nel 1909, esce tre volte a settimana e costa 50 centesimi. Nel 1909 la Gazzetta dello Sport organizza il primo Giro d’Italia. 

Oggi gli Italiani seguono molto il calcio, probabilmente conoscete il calcio italiano. In quel periodo il calcio non era popolare come oggi. Le persone seguivano la scherma, il pugilato, il canottaggio e il ciclismo. 

Aumentavano le gare di ciclismo su strada. Nel 1870 c’era stata una gara da Firenze a Pistoia e nel 1876 la prima Milano-Torino. Il tour de France era nato nel 1903.
Il primo Giro d’Italia del 1909 prevede 2.448 chilometri in otto tappe. Si iscrivono 166 persone, partono in 127 e 49 persone riescono a finire il giro. Molti numeri oggi, oggi pratichiamo i numeri!
Ripeto: il primo Giro d’Italia del 1909 prevede 2.448 chilometri in otto tappe. Si iscrivono 166 persone, partono in 127 e 49 persone riescono a finire il giro.

Dovete pensare che oggi partecipare al Giro d’Italia non è semplice. È necessario avere uno sponsor e una forma fisica eccezionale. I ciclisti che partecipano oggi sono atleti e si allenano tutto l’anno per questo. 

Nel 1909 invece, durante il primo giro d’Italia, le iscrizioni erano aperte. Questo significa che tutti potevano partecipare, quelli un po’ matti – insomma – abbastanza per provare un’impresa  così grande e faticosa!

Anche nel 1909 c’erano sei squadre con il nome dello sponsor e chi dava le gomme per le biciclette. L’assistenza però non era sicuramente come quella di oggi. Pensate anche alle strade: le strade non erano assolutamente come quelle di oggi.

Gli isolati

C’erano  molti corridori chiamati “isolati”. Isolati significa che non avevano uno sponsor ma correvano da soli. Queste persone dovevano fare tutto: pagare le spese e trovare da mangiare e da dormire. Ma voi chiederete: Perché queste persone partecipano al Giro con condizioni così difficili? Perché speravano di guadagnare di più rispetto al lavoro nei campi o alla fabbrica. Il premio per il vincitore prevedeva infatti soldi un premio in denaro.
Gli isolati lasciavano il loro bagaglio alla partenza e lo recuperavano all’arrivo. Dopo 10 ore o più sulla bicicletta dovevano trovare da mangiare e da dormire. 

Le strade, poi, come ho già detto, in quegli anni erano sconnesse e spesso non asfaltate. Era insomma un’ impresa e molta molta fatica. 

Il Primo Giro D’Italia

Il primo Giro d’Italia inizia a Milano e i ciclisti partono di notte. Molte persone avevano tra i venti e i trenta anni e quasi tutti erano poveri o non molto ricchi. Fra gli iscritti del 1909 ci sono 5 stranieri, che però non riescono a concludere tutto il Giro. Sicuramente le persone che partecipano nel 1909 erano molto diversi dal modello di ciclista che vediamo oggi in televisione. Molti avevano i baffi (che erano di moda a quell’epoca), erano abituati a biciclette molto pesanti e a strade polverose e non asfaltate. Non avevano vestiti costosi, erano persone umili. 

Il vincitore del primo giro d’Italia si chiama Luigi Ganna. Rossignoli, un altro ciclista molto forte e possibile vincitore, arriva terzo perché investito da un cavallo! Sì, avete sentito bene: investito da un cavallo. Un cavallo, l’animale.

Luigi Ganna, il vincitore, aveva 25 anni e aveva lavorato come muratore. Prima della sua carriera come ciclista, la bicicletta era per Ganna un importante mezzo di spostamento. La sua famiglia non era ricca e fin da giovane usa la bicicletta per andare a lavorare a Milano come muratore. Percorre ogni giorno molti chilometri, su strade malmesse e sterrate.

Dopo la vittoria, Luigi Ganna diventa famoso, corre altre gare e negli anni successivi fino alla sua morte si dedica alla sua  fabbrica di biciclette.

Il Giro d’Italia è cresciuto molto dalla prima edizione del 1909 e oggi è un appuntamento molto importante in Italia. È conosciuto internazionalmente e trasmesso in diretta televisiva. Ancora molte persone scendono in strada per vedere i campioni passare. 

Si è fermato per un paio d’anni durante la Prima e poi la Seconda guerra Mondiale. Per questo motivo, anche se il primo Giro è stato 110 anni fa, l’edizione di quest’anno è la numero 102.

Ci sono molte storie interessanti e simpatiche legate al Giro e ci sono molti libri belli e interessanti che raccontano dei grandi campioni. Storie di sofferenze, vittorie, sconfitte, paure e desideri. Storie di quando lo sport era un sogno per le classi più povere e umili.
Il Giro d’Italia ha alimentato per anni la fantasia e la passione di scrittori e cantanti. Il Giro d’Italia è una gara agonistica che fino a qualche anno fa riusciva davvero a unire gli Italiani che si sentivano parte di una stessa nazione.

Ecco per voi un paio di aneddoti divertenti sul giro.

La storia racconta che quando Luigi Ganna, il primo vincitore, arriva al traguardo del primo giro d’Italia, dopo ore e ore sulla sua bicicletta, le prime parole che pronuncia ai giornalisti non sono molto raffinate. A una domanda di un giornalista su come sta, Ganna risponde in dialetto della Lombardia: “me brüsa tanto el cü”, espressione che si può tradurre con: “mi brucia tanto il fondoschiena!”. Sì, la parte bassa della schiena. Beh, dobbiamo pensare che i sellini delle biciclette non erano molto comodi in quegli anni, pensate ore sulla bicicletta! 

I furbetti

Nella storia del Giro d’Italia ci sono stati anche atleti un po’ furbetti. Nel 1909 non c’erano ancora i sistemi di controllo che ci sono oggi e non c’erano le telecamere. Quattro ciclisti sono squalificati perché hanno preso un treno per andare da Bologna a Chieti. Come diciamo in italiano: “ci hanno provato”!

Nel 1914, invece, tre ciclisti si attaccano a un’automobile per fare una salita.

Record

Il Giro non è stato mai vinto dalla stessa persona per più di 5 volte. I ciclisti che hanno raggiunto questo record sono Alfredo Binda, Fausto Coppi e il belga Eddy Merckx – scusatemi ancora, perdonatemi per la mia pronuncia di nomi stranieri. Questo in particolare, Eddy Merckx, ha un sacco di consonanti. Mi scuso se ci sono persone dal Belgio che mi ascoltano. Dovrei fare un corso intensivo per pronuncia di nomi stranieri! Comunque…

Fausto Coppi è stato anche il vincitore più giovane, ha partecipato al suo primo Giro d’Italia con vent’anni. 

Nel 1997 Mario Cipollini batte il record della velocità con 48, 52 km all’ora. Praticamente, Cipollini ha quasi preso una multa per eccesso di velocità perché in Italia la multa per eccesso di velocità arriva con 50 km all’ora in centro abitato e Mario Cipollini tocca quasi questa velocità, un record.

Alfonsina Strada

Il Giro d’Italia è una gara maschile, ma nel 1924 una donna riesce a partecipare fra tutti concorrenti uomini. Il suo nome è Alfonsina Strada e riesce a partecipare tra molte polemiche. Quell’anno partono 90 persone, arrivano al traguardo 30 persone. Alfonsina riesce a completare il giro, ma i suoi tempi non sono calcolati perché è fuori tempo massimo. Quindi non calcolano i tempi delle ultime tappe. In ogni caso, Alfonsina è l’unica donna ad aver partecipato al giro e la prima donna che in una competizione sportiva italiana ha provato a competere con gli atleti uomini.

 

Bene, spero di aver ispirato in voi un po’ di curiosità sul giro d’Italia. Potete vedere in televisione o su internet ancora le ultime tappe del Giro di quest’anno. Per oggi vi saluto, a presto, Ciao Ciao.

Fonti e link utili: