19 – Italia in numeri

Oggi diamo i numeri!
Scopri con me alcune curiosità legate all’Italia. Con l’aiuto di alcuni numeri, grandi e piccoli, conosciamo meglio il Bel Paese attraverso le sue caratteristiche geografiche, culturali e bizzarre.
Buon ascolto!

Trascrizione

Viva l’Italia
L’Italia liberata
L’Italia del valzer
L’Italia del caffè
L’Italia derubata e colpita al cuore
Viva l’Italia
L’Italia che non muore.
Viva l’Italia presa a tradimento
L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento
L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura
Viva l’Italia
L’Italia che non ha paura.

Francesco De Gregori

Siamo finalmente giunti alla lettera I e come non parlare di Italia? Oggi voglio raccontarvi un po’ l’Italia.  Ovviamente la Storia d’Italia è molto lunga e non ho qui il tempo di ripercorrerla in insieme. Ho deciso quindi di fare affidamento ai numeri.  Attraverso dei numeri voglio condividere con voi alcuni dati interessanti che si riferiscono all’Italia.

Iniziamo:

1861

Conoscete già questo numero. È la data dell’Unità D’Italia. Quando, durante il Risorgimento, l’Italia è stata liberata dalle forze straniere sul territorio ed è diventata ufficialmente Nazione.

1946

È la data invece in cui l’Italia è diventata ufficialmente Repubblica. Fra il 2 e il 3 giugno 1946, infatti, si svolse il referendum che chiedeva a 24 milioni di Italiani di indicare una preferenza e scegliere fra la Monarchia e la Repubblica.
Il Paese era letteralmente diviso in due e c’era un’aria tutt’altro che tranquilla. Si respirava, invece, un’aria da guerra civile.
Ci sono molte storie interessanti che sono legate al voto del 1946, ne ho condivisa qualcuna che riguarda le donne nell’ultimo episodio, però ora non approfondisco oltre. Potremo riparlarne meglio in futuro.

Comunque, alla fine, gli italiani scelsero la Repubblica. Votarono per la Repubblica con 12.718.641 voti per la Repubblica contro i 10.718.502 per la Monarchia.

60 milioni e 391 mila

Questo è numero di persone che, secondo l’Istat, vivono in Italia il Primo gennaio del 2019. Per il quarto anno consecutivo la popolazione italiana è in calo, cioè diminuisce. Gli stranieri registrati residenti in Italia sono 5 milioni e 234 mila e sono in aumento. Gli stranieri rappresentano oggi l’8,7% della popolazione.

Le nascite diminuiscono e l’età della popolazione aumenta. L’indice di fecondità è stabile con 1,32 figli per donna.

40%

Secondo un dato degli avvocati matrimonialisti in Italia, avvocati che si occupano di matrimoni e unioni, la parola Whatsapp compare nel 40% dei divorzi Italiani! Questi sono dati del 2015, pensate che i numeri in questi tre anni siano aumentati?

800

È il numero di Isole che l’Italia possiede all’interno del suo territorio. Alcune sono molto piccole e fanno parte di un arcipelago, altre, invece, come Sicilia e Sardegna sono molto grandi.

In ogni caso, Wikipedia afferma che di queste isole, solo 78 sono abitate.

10

È il numero di vulcani attivi in Italia. Un vulcano attivo è un vulcano che si è “risvegliato” – tra virgolette – almeno una volta negli ultimi 10 mila anni. I 10 vulcani in questione, attivi, sono: Etna, Stromboli, Vesuvio, Ischia, Lipari, Vulcano, Pantelleria, Colli Albani, Campi Flegrei, Isola Ferdinandea.

Gli unici due che per il momento danno eruzioni continue, separate da brevi intervalli di tempo, sono però l’Etna e lo Stromboli.

20

Sono gli italiani che hanno vinto un Premio Nobel. Sei per la letteratura e la medicina, cinque per la fisica, uno per la pace, uno per l’economia e uno per la chimica. Chi sono i premi Nobel per la letteratura?

  • Giosuè Carducci, vinto nel 1906.
  • Grazia Deledda, vince il Nobel nel 1926.
  • Luigi Pirandello, nel 1934.
  • Salvatore Quasimodo, nel 1959.
  • Eugenio Montale, nel 1975.
  • Dario Fo, nel 1997.

Di questi, solo una è una donna: Grazia Deledda che vince appunto nel 1926.

3000

Sono, indovinate un po’, gli Euro che incassa ogni giorno La Fontana di Trevi! Eh sì, probabilmente conoscete la tradizione. Si va a Roma, si danno le spalle alla fontana e si getta una monetina: in questo modo, la leggenda dice, il ritorno a Roma è assicurato!

Dove vanno questi soldi – vi chiederete? Sono raccolti ogni giorno e sono dati alla Caritas, un organismo pastorale italiano.

53

Il numero di Siti Unesco, cioè di attrazioni culturali e naturali presenti sul territorio italiano che sono considerate patrimonio dell’umanità. È interessante notare che l’Italia è il paese con il numero più alto di beni Unesco.

50,4 milioni

Non parliamo questa volta di persone, ma 50,4 milioni sono gli ettolitri di vino che l’Italia ha prodotto nel 2018. Questo è un numero particolarmente apprezzato dagli Stati Uniti che sono i principali consumatori di vino al mondo. Per quanto riguarda la produzione, l’Italia compete con la Francia, con la quale c’è un testa da anni.

1088

È l’anno di fondazione della prima università del mondo occidentale: quella di Bologna che è ancora oggi in funzione. Parlando invece di cinema, il Festival di Venezia è il festival più antico che è stato inaugurato nel 1932.

 

Finiamo qui per oggi di dare i numeri! Spero di aver condiviso con voi cose interessanti. Se volete partecipare alla discussione e interagire in italiano con persone simpatiche vi invito a cercare il gruppo su Facebook che si chiama “Pensieri & Parole – italian literature and language”. Sarò felice di conoscervi e fare due chiacchiere.

Buona settimana e buon giovedì

 

Link e riferimenti utili:

18 – Viva le donne!

Un episodio speciale per fare gli auguri a tutte le donne. In questo episodio ripercorriamo insieme la storia della Giornata Internazionale della Donna e le lotte sociali che hanno portato al diritto di voto per le donne.
Buon ascolto!

Trascrizione

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

EDOARDO SANGUINETI – Ballata delle donne

La poesia ascoltata all’inizio dell’episodio si intitola “Ballata delle Donne” ed è di Edoardo Sanguineti. Dedico la puntata speciale di oggi a tutte le donne. Alle donne che combattono, alle mamme, alle nonne e a quelle che sono ancora giovani e in cerca di risposte. Alle donne che scrivono, a quelle che producono arte, ma anche a quelle che leggono. Insomma, a tutte le donne. Perché è bello essere donne e questo giorno è dedicato a noi.

Image by rawpixel.com

Come sapete, oggi, 8 marzo si celebra la Giornata Internazionale della Donna. Questa celebrazione serve a ricordare le lotte e le conquiste sociali ottenute dalle donne nel corso del 900.

Ma da quando la festeggiamo? Come nasce la festa? E perché in Italia regaliamo le mimose alle donne? Cercherò di rispondere a queste domande durante l’episodio di oggi.

Siamo negli Stati Uniti, è il 1909 e si celebra la primaGiornata Internazionale della Donna. Il partito socialista americano aveva invitato quell’anno le donne a partecipare a una manifestazione per il diritto del voto femminile. È il 28 febbraio 1909 e siamo a New York. In quel periodo storico le donne negli Stati Uniti non avevano ancora il diritto di voto e lottavano per questo e per altri diritti. L’uomo era ancora visto in una posizione privilegiata e le donne erano sottoposte alla potestà, cioè alle decisioni dei mariti.

Per aiutare economicamente la famiglia, molte donne delle classi sociali più umili lavorano come operaie, contadine, sarte, ecc. L’aspirazione sociale diffusa alla fine dell’Ottocento, però, per le donne era quella di essere come le donne delle classi sociali più alte: cioè spose e madri.
Negli Stati Uniti il diritto di voto arriverà poi nel 1920, per l’Italia solo dopo la fine della seconda Guerra Mondiale: nel 1946.

Nel 1910, un anno dopo dalla prima manifestazione, si svolge la Seconda Giornata della Donna negli Stati Uniti e questa volta l’iniziativa è portata all’attenzione del Congresso Socialista che si svolge quell’anno a Copenaghen. Diversi paesi iniziano a proporre la celebrazione che non ha ancora un giorno comune per tutti i paesi. Nel 1911 la festa è celebrata da oltre un milione di donne in Svizzera, Danimarca, nell’allora Impero Austro Ungarico e nell’Impero Tedesco.
La prima giornata internazionale della donna che è effettivamente festeggiata l’8 marzo fu quella del 1914.
La Prima Guerra Mondiale porta un po’ fine alle celebrazioni.

Nel 1917, le donne di San Pietroburgo protestano chiedendo all’Impero Russo la fine della guerra. Lo zar di Russia rinuncia alla sua posizione e il governo provvisorio da il diritto di voto alle donne. Questa manifestazione di San Pietroburgo fu una delle più importanti e una delle prime manifestazioni conosciute oggi con il nome “Rivoluzione di febbraio”. Nel 1922, dopo la rivoluzione bolscevica, Lenin dichiara l’8 marzo una festività ufficiale.

Per l’ufficializzazione della giornata nel resto d’Europa dobbiamo aspettare il 1975 che è dichiarato “Anno internazionale delle donne”. In questa occasione, le Nazioni Unite, invitano tutti i paesi a festeggiare l’8 marzo. La festa è istituzionalizzata due anni dopo.

Ci sono altre teorie sull’origine di questa giornata, ma non sono provate oppure sono versioni della realtà che la storia ha smentito, non ha confermato. Si sente spesso di una fabbrica a New York, dove ci sarebbe stato un incendio nel 1908. In realtà c’è stato un incendio in una fabbrica sì, ma nel 1911. In questo incendio morirono 140 persone tra cui molte donne, ma non è stato l’origine della Giornata della Donna. È stato però usato come simbolo per denunciare le condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici, questo sì.

Parliamo un attimo di quello che succede in Italia, fra il 1945 e il 1946.

Il Decreto per il diritto di voto alle donne era già stato emanato nel 1945, ma siamo nel 1946 quando le donne diventano cittadine con pieni diritti politici: possono votare e possono essere candidate. Le donne rispondono in massa, cioè in grande numero, alle elezioni amministrative che si sono tenute nel 1946 in 6000 comuni italiani. Siamo a marzo, appunto, del 1946 e l’89 % delle donne con diritto di voto va a votare. Le donne – pensate – sono il 52,2% dell’elettorato. 2000 candidate sono elette, in questa occasione, nei consigli comunali, nelle amministrazioni comunali. Alcuni mesi dopo, sempre nel 1946, il 2 giugno, le donne rispondono con altrettanto entusiasmo al referendum politico in cui gli Italiani hanno scelto la Repubblica. Ricordiamo, infatti, che prima del 1946, l’Italia era ancora una Monarchia.

Durante questa elezione, in un numero di 226 candidate donne, 21 di queste candidate entrano all’Assemblea Costituente. L’Assemblea Costituente è il primo organo di governo dopo la guerra, prima che venisse eletto il Nuovo Parlamento in Italia, solo nel 1948.
21, molto poche, ma fu in quel momento una grande emozione. Le donne fino ad allora non avevano mai votato in Italia e non si erano mai candidate per ruoli amministrativi. I membri di questa Assemblea Costituente erano in totale 556. Su questi, appunto, 21 sono state le donne elette. La percentuale di donne è molto bassa, appunto, ma è stato un momento importantissimo per storia italiana. Era la prima volta che donne entravano in parlamento. L’Italia, come abbiamo visto, era in ritardo nel voto alle donne. Altri paesi avevano dato questo diritto un po’ di anni prima.

Queste 21 donne sono donne di alta cultura, sono molto consapevoli politicamente e sono appartenenti a due generazioni diverse. Cinque di queste donne entrano nella Commissione incaricata di scrivere la nuova Costituzione Italiana. 5 donne in un totale di 75 persone. Si deve a loro la specifica inserita nell’articolo 3 sulla parità di genere. L’articolo 3 della Costituzione Italiana dice ancora oggi questo:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Le donne contribuiscono anche alla redazione degli articoli relativi a materie femminili, famiglia e infanzia.

Le mimose e i fiori per la Festa della Donna.

Ancora oggi, in Italia, le donne ricevono un fiore l’8 marzo. Un fiore giallo, morbido e profumato che si chiama mimosa. Anche in altri paesi si regalano fiori, ma la mimosa è diventata in Italia il simbolo della donna.

Perché?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Partito Comunista Italiano e l’Unione delle Donne ripropongono la Giornata Internazionale della Donna in Italia. Gli organizzatori della ricorrenza cercano un fiore da usare come simbolo per la festa. Secondo i racconti, all’inizio vogliono usare la violetta, un fiore già usato in altre occasioni dalla sinistra in Europa.

Alcune donne nel partito però vanno contro a questa proposta: la violetta è costosa e difficile da trovare. Non può essere usata come un simbolo popolare. L’Italia era stata distrutta dalla guerra e molte famiglie non avevano grandi possibilità economiche.

Teresa Mattei, un’ex partigiana, insieme a Rita Montagna e Teresa Noce, propone di usare un fiore più accessibile ed economico. Un fiore di stagione che fiorisse alla fine dell’inverno e facile da raccogliere nei campi. La stessa Teresa Mattei, anni dopo, in un’intervista dice che la mimosa era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette.

Cosa sono le staffette? Le staffette partigiane erano le numerose donne, ma anche uomini e giovani, che trasportavano i messaggi durante gli anni della Resistenza in Italia. Si muovevano a piedi o in bicicletta e trasportavano di nascosto importanti messaggi della Resistenza. Durante la Resistenza, le donne italiane hanno potuto, quindi, dimostrare la loro responsabilità politica nel paese.

La tradizione della mimosa ha successo e continua con forza ancora oggi. Come disse una volta Teresa Mattei, morta a 92 anni nel 2013: «Quando nel giorno della festa della donna vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa penso che tutto il nostro impegno non è stato vano».

E con questa citazione concludo l’episodio speciale di oggi e auguro a tutte le donne una buona festa!

 

Fonti e collegamenti utili:

 

 

17 – G come Giappone

Un mini viaggio nel paese del Sol Levante con l’episodio di oggi. Parliamo di Igort e dei suoi meravigliosi Quaderni Giapponesi. Leggo poi per voi una storia presa da un libro di racconti giapponesi.
Siete stati in Giappone? Ci andreste?
Buon ascolto!

Trascrizione

E poi, immerso in quel silenzio mi perdevo per ore a disegnare o prendere appunti. Da Tokyo l’Europa, la mia vita di sempre, sembrava davvero lontana.

Per introdurre il tema di oggi, parto da un episodio di vita personale.

Il mese scorso sono stata per due settimane in Giappone. Due settimane non sono abbastanza per conoscere le meraviglie del paese del Sol Levante, avrei voluto stare per almeno tre mesi.
Comunque, mentre mi preparavo al mio viaggio per il Giappone ho consultato alcuni libri, guide turistiche e romanzi di persone che avevano già viaggiato in questo paese.
Fra tutti, sono rimasta fortemente affascinata da un fumetto, una graphic novel di un fumettista italiano che si chiama Igort.

L’ultima volta abbiamo parlato del fumetto e così, con l’episodio di oggi, vorrei collegarmi all’ultimo argomento. Oggi parliamo di Giappone. Non avevo mai letto niente di questo fumettista, di Igort, e sono rimasta felicemente sorpresa.

Mi piacciono molto i fumetti e quando posso cerco nuove letture.
Il libro mi ha aiutato molto a entrare nello spirito giapponese e si chiama Quaderni Giapponesi” – Un viaggio nell’impero dei segni“.

Due parole su Igort

Igort è il nome d’arte di Igor Tuveri. È un artista poliedrico, che analizza diverse forme espressive ed è anche un eterno viaggiatore. Ha pubblicato numerose graphic novel, numerosi fumetti, premiati e apprezzati dal pubblico. È illustratore ed editore e pensate che è  stato il primo occidentale a disegnare un manga in Giappone. Lodevole! Ha pubblicato su tutte le più prestigiose riviste italiane e internazionali.

Ha viaggiato molto in Giappone. I suoi libri sono un misto fra graphic novel, fumetto e giornalismo. È un artista molto originale e vi consiglio sicuramente i suoi libri.

I Quaderni Giapponesi

I Quaderni Giapponesi sono due volumi, cioè due libri. L’autore è originario di Cagliari, in Sardegna e racconta dei suoi numerosi viaggi, appunto in Giappone, e del suo rapporto personale e professionale con questo paese affascinante. Sono scritti sottoforma di diario, con storie e leggende giapponesi mescolate a momenti di vita quotidiana che lui stesso ha vissuto in Giappone.

I disegni sono davvero sconvolgenti, così belli che è possibile fermarsi 5 minuti su una sola pagina a osservare tutti i particolari.

Igort ha lavorato come fumettista in Giappone e nel suo stile originalissimo, mescola tecniche di disegno occidentale a pagine con uno stile più nipponico, più stile giapponese.
Avrei voluto leggervi una piccola parte di questo fumetto, ho cercato tanto. Poi però ho capito che è molto difficile trasmettere con l’aiuto solo della mia voce, la bellezza di questo capolavoro. Ho deciso di mettere nella descrizione del podcast il link al sito di Igort che vi invito a visitare: i disegni sono molto molto belli e troverete tutti i suoi libri, le sue pubblicazioni.

E oggi vi leggo un piccolo racconto giapponese che ho preso da un piccolo e grazioso volumetto intitolato “Racconti dei saggi del Giappone”, edito da L’ippocampo.

 

Andiamo, il racconto si intitola: I due monaci e la Geisha

(…)

Racconti dei saggi del Giappone, edizioni l’Ippocampo, p.63

Trovate il libro qui. 

Fine!

Siete stati in Giappone? Che cosa ne pensate? Se volete, cercate la pagina di Speak Italiano su Facebook e parliamone! Sarei molto felice di sentire le vostre opinioni.

 

Buona settimana,

Parliamo presto,

ciao ciao.

15 – E come Europa

Viviamo in un momento storico molto complesso, confuso, contraddittorio, dove l’idea di Europa è messa giornalmente in discussione.
La domanda a cui voglio cercare di rispondere è questa: esiste una cultura europea? Al di là del concetto di Europa politica o economica, possiamo parlare di cultura Europea?
Esiste inoltre una letteratura Europea?

Trascrizione

Europa.

Ho pensato molto alla lettera E, poi dopo molto pensamento, ho deciso di correre il rischio e parlare di Europa.

Viviamo in un momento storico, probabilmente sapete, molto complesso, confuso, contraddittorio, dove l’idea di Europa è messa giornalmente in discussione. La fiducia di molte persone nell’ideale di Europa è svanita e molti italiani vorrebbero fare un passo indietro, uscire dall’Euro, tornare ad essere un paese che non deve niente a nessuno.

Non voglio oggi fare un trattato di politica e tantomeno parlare di temi delicati e complessi come l’idea di Europa. La domanda, però, a cui voglio cercare di rispondere è questa: esiste una cultura europea? Al di là del concetto di Europa, oltre al concetto di Europa politica o economica, possiamo parlare di cultura Europea? Esiste inoltre una letteratura Europea?

L’Unione Europea come entità politica nasce nel 1958, ufficialmente, anche se c’erano accordi fra i paesi prima, precedenti. Nel 1958 grazie all’accordo di sei paesi: Belgio, Germania, Francia, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi che creano quella che si chiamava la Comunità Economica Europea. Il nome Unione Europea arriva poi nel 1993. Quest’unione politica, oggi, comprende 28 stati membri. In questo numero è compreso il Regno Unito, ancora, che come sapete ha avviato un processo per uscire dall’Unione Europea, la cossiddetta Brexit.

Di questi 28 stati, 19 usano l’Euro, la moneta unica che è stata creata nel 2002. Oggi però non voglio parlare di Unione Europea. Voglio capire se prima dell’Unione Europea esisteva fra le persone che vivevano in Europa un senso di appartenenza a una cultura comune.

Se guardiamo all’Europa in modo generale, infatti, vediamo un insieme di popoli molto diversi fra loro. Parliamo lingue diverse, siamo fisicamente e caratterialmente diversi. Lo stereotipo dice che l’italiano è basso, lo svedese alto, lo spagnolo parla a voce alta, l’irlandese è gioviale e via così. Ma è vero questo? Sicuramente ci sono molte differenze.

Però, ci sono anche cose che possono raggrupparci?

Ci sono caratteristiche che tutti noi Europei condividiamo?
È interessante sapere che già nel Rinascimento, alcuni intellettuali sentivano questo sentimento di appartenere a un’anima comune. Erasmo da Rotterdam e Giovanni Pico della Mirandola, ad esempio, parlavano di Europa letteraria. Anche Voltaire diceva che nonostante le guerre e le diversità religiose, in Europa le arti e le scienze avevano continue influenze da un paese a un altro.  Voltaire, come altri intellettuali, usa il termine “Repubblica letteraria”. La letteratura, lui dice, ha unito Italia e Russia, inglesi con tedeschi e francesi. C’era un continuo scambio di intellettuali che studiavano e viaggiavano dall’uno all’altro paese senza problemi.

Il politico Giuseppe Mazzini, nei primi anni del 1800 parla di una nuova Letteratura europea e dice così:

  • Citazione –

“Esiste dunque in Europa una concordia di bisogni, e di desideri, un comune pensiero, un’anima universale, che avvia le nazioni per sentieri conformi a una medesima meta – esiste una tendenza europea”

  • Fine citazione –

Mazzini tiene molto all’idea di Europa, e può essere considerato un precursore, un anticipatore italiano all’idea dell’unione Europea. Il politico credeva infatti nell’esistenza di uno spirito europeo. Lo conosciamo e ricordiamo però soprattutto per il suo contributo letterario e ideologico durante il Risorgimento italiano, quella serie di battaglie che hanno poi portato all’unificazione italiana del 1861.

Abbiamo visto, quindi, che fin dai tempi più antichi, molti scrittori parlano di letteratura europea.

Possiamo parlare in modo più generale di cultura europea?

Per rispondere, voglio fare riferimento a un intervento di Umberto Eco durante una serie di conferenze che si sono svolte nel 2014 in Quirinale.

Sono sicura che conoscete Umberto Eco. È uno scrittore, linguista, professore e filosofo conosciuto internazionalmente. Quello che però lo rende conosciuto al grande pubblico è il suo romanzo storico “Il nome della rosa”. Il nome della Rosa è diventanto poi anche un bellissimo film con Sean Conery che forse avete visto; se non avete visto consiglio molto.

Parlando di Europa, Umberto Eco dice che tutto il pensiero europeo si è sviluppato sul pensiero di Platone e Aristotele. È vero che in Europa si parlano 24 lingue diverse (o più), ma se osserviamo la cattedrale di Burgos in Spagna e quella di Colonia, in Germania, osserviamo subito che sono diversissime ma hanno una fisionomia comune se paragonati a un tempio Indiano, una moschea o una pagoda cinese. Capiamo subito che è architettura europea. Fin da subito l’Europa ha avuto una sua architettura, prima il romanico, gotico, poi i vari rinascimenti, il barocco, rococo, neoclassico, liberty, ecc. Nel 1088, dopo la nascita delle prime università, i chierici vaganti viaggiano in tutta Europa portando il sapere. Queste persone, questi letterati, parlavano una lingua franca: a quell’epoca era il latino. Viaggiavano, di qua e di là. A Bologna, prima università d’Italia, sono passati Copernico, Erasmo da Rotterdam e altre personalità importanti nel Medioevo.

Oggi abbiamo stati molto definiti: Italia, Francia, Spagna. Ma dovete pensare che in quel periodo, nel Medioevo, la cultura era Europea, non c’erano distinzioni di nazionalità. Sappiamo che l’Italia è diventata nazione sono alla fine del, insomma, a metà del 1800. San Tommaso e San Bonaventura, italiani, insegnavano a Parigi, lo stesso Dante difendeva una politica, un imperatore filogermanico. Le canzoni di gesta, le storie del Gral migravano in tutta Europa.
I banchieri italiani andavano a lavorare nelle Fiandre, Leonardo da Vinci andava alla corte di Francia come pittore. Era uno scambio continuo fra corti.

Nel 1500/1600 l’italiano era parlato da molti intellettuali in tutta Europa. Il francese era lingua franca europea che poi è stato sostituito dall’inglese.
Tutte le culture europee sono state influenzate da Shakespeare e da Dante. L’opera e la musica classica sono qualcosa di comune per un intero continente.

Esiste sì quindi una cultura europea, possiamo vederla e riconoscerla nonostante le differenze.

Eco, termina il suo intervento e dice questo – e ora voglio usare le sue parole:

 

  • Citazione –

Ecco che cosa sta alla base dell’identità culturale europea, un lungo dialogo fra letterature, filosofie, opere musicali e teatrali. Niente che si possa cancellare nonostante una guerra, e su questa identità si fonda una comunità che resiste alla più grande delle barriere, quella linguistica. Ma sino a che punto la barriera linguistica è così drammatica?

E d’altra parte si parla sempre più di plurilinguismo e plurilinguismo non vuol dire solo saper parlare molte lingue: esiste un plurilinguismo moderato e passivo per cui, se non si sa parlare una lingua, si riesce in parte a capirla. E accade sovente, tra giovani che hanno viaggiato e in genere tra persone colte, che si possa sedere intorno a una tavola a cena, dove ciascuno parla la propria lingua e gli altri riescono a intenderne qualcosa. Sogno un’Europa plurilingue di questo tipo.

Ringraziate Iddio o la sorte, come preferite, di essere nati europei e non fidatevi dei falsi profeti che vorrebbero farci tornare indietro di settant’anni.

  • Fine citazione –

È capitato anche a voi di provare quello che dice Eco? Di sedervi a un tavolo con tante persone di nazionalità diverse e riuscire in qualche modo a capirsi? A me è capitato varie volte, mentre vivevo in Irlanda, ed è molto molto bello vedere questo.

Bene, l’incontro di oggi termina qui. Sono temi delicati e complessi, non voglio in questa occasione dare nessuna risposta, ma solo offrire spunti di riflessione.

Mi piacerebbe molto sentire la vostra opinione. Per questo, ho pensato di creare un gruppo su Facebook per incontrarci e parlare insieme (in Italiano ovviamente) di questi argomenti. Se siete persone social, vi invito a cercare il gruppo e partecipare alla discussione. Se non siete persone così social e non avete Facebook vi faccio i miei complimenti! In quel caso, se volete, potete semplicemente mandarmi un’email o iscrivervi alla mia newsletter.

Per oggi è tutto, grazie ancora,

A presto

 

Link utili:

14 – Extra – Carnevale

Maschere, colori, risate e allegria, ma anche satira e politica. Tutto questo è oggi il Carnevale. Ma come nasce la festa più amata da grandi e piccini? Sapete che i romani avevano una festa simile? E cosa c’entano il teatro e Venezia? Scopritelo con me nel podcast di questa settimana!

Trascrizione:

Il carnevale è speranza:
La gente torna dalla lontananza
La gente triste ride nella danza
La gente grande vive un’altra infanzia

 

Le parole che avete sentito in apertura sono di un artista brasiliano di nome Chico Buarque. Probabilmente i brasiliani che ci stanno ascoltando lo sanno, ma questo cantante Brasiliano ha vissuto per un periodo in Italia. Negli anni 70, infatti, il brasile stava vivendo una dittatura militare che ha portato cantanti come Chico all’esilio. In Italia ha inciso alcuni cd in lingua italiana e questa canzone d’apertura è contenuta in un cd scritto con Ennio Morricone e chiamato “Per un pugno di samba”. Comunque, tutta questa premessa per dire che oggi voglio parlare di Carnevale!

Lo so, abbiamo passato da tempo la lettera C, ma voglio dedicare questa puntata extra al carnevale perché oggi in Italia stiamo vivendo il carnevale, un momento dell’anno vivo e di festa, nonostante i problemi.
Ho deciso quindi di dedicare questo momento alla storia del carnevale.
Eh sì, perché tutti sappiamo cos’è il carnevale, pochi però ne conoscono la storia e l’origine.

Oggi, il carnevale è un momento di divertimento che si svolge durante i mesi invernali e precede la Quaresima. Il Martedì Grasso, infatti, segna nei paesi cattolici la fine del carnevale e l’inizio della penitenza di 40 giorni rappresentata dalla Quaresima.

Da dove arriva però il carnevale?

Ci sono diverse teorie, ma sicuramente è un rito molto antico che unisce rituali pagani dedicati alla fecondità e all’allegria con celebrazioni per la fertilità della natura. Risate, danze e scherzi rendono il Carnevale un momento molto felice e celebrativo.

La stessa parola Carnevale ha interpretazioni diverse. Può derivare dal latino car navalis, un rito antico che coinvolgeva, appunto, una nave. Oppure, sempre dal latino, carnes levare (togliere la carne) oppure ancora dal latino carne vale (carne, addio), due nomi che alludono alla Quaresima e quindi al rito cristiano del digiuno. Digiuno significa: non mangiare; quando non mangiamo.

Probabilmente il Carnevale unisce diversi riti che erano celebrati nell’antichità in questo stesso periodo. Nell’antica Roma, febbraio era il mese della purificazione. Il passaggio dall’inverno alla primavera rendeva possibile comunicare con il mondo dell’aldilà, il mondo dei morti.

A queste cerimonie di purificazione si univano i riti di fecondazione come i Lupercali – così chiamate – feste antiche che erano fatte in onore di Marte e del dio Fauno.
In epoca romana c’era una festa che si svolgeva a dicembre che può aver influenzato il carnevale. I Saturnali, così erano chiamati, erano dedicati al dio Saturno. Durante questa festa, per un giorno soltanto, l’ordine costituito si rovesciava lasciando spazio alla libertà totale.
Le classi più basse della società potevano vivere un giorno di libertà e benessere. Pensate che gli schiavi per un giorno potevano comportarsi come uomini liberi.
Anche se i Saturnali erano festeggiati a dicembre, hanno molti lati simili al Carnevale moderno, che rappresenta un po’ un giorno di libertà dove tutti possiamo essere quello che vogliamo, pensateci.

Queste feste continuano poi per tutto il Medioevo, con dei piccoli cambiamenti. Poco a poco, si integrano nel calendario Cristiano e il Carnevale diventa il momento che precede la Quaresima. Ancora oggi diciamo: “a Carnevale, ogni scherzo vale!. Bene, nel Medioevo ci sono mascherate danzanti, gioia e feste. Oltre ovviamente a grandi mangiate nelle corti. Scorpacciate, come diciamo in italiano. Conoscete questa parola? Una scorpacciata, mangiare tanto.

Le leggi della morale e le regole erano sospese per un giorno. Gli uomini si vestivano con abiti femminili, i ricchi si travestivano da poveri, perché secondo un antico detto latino è lecito essere folli una volta l’anno! Folli significa pazzi.
Le danze ballate in queste feste ricordavano i rituali legati alla terra. C’è ad esempio una danza, che si chiama “il saltarello laziale”, che ricorda il crescere delle spighe di grano.
Danze, risate e amore santificavano il ritorno della primavera.

Nel Rinascimento

Nel Rinascimento poi, nascono i carri allegorici, quelle grandi costruzioni colorate che ancora oggi sfilano per carnevale in molte città italiane. Non so se avete mai visto questi carri. I carri, chiamati in quell’epoca trionfi, permettevano a tutti di partecipare e la città si trasformava in una grande festa.
A Firenze, questa tradizione è stimolata da Lorenzo il Magnifico. Ma anche in altre grandi città come Roma, Milano, Bologna e Ferrara, ecc, si organizzavano carri che rappresentavano storie mitologiche, episodi della Bibbia, allegorie, favole e leggende.

Questi carri, chiamati anche Trionfi, appunto, diventano poco a poco uno strumento di propaganda politica e culturale delle classi al potere per il popolo. Anche oggi, in Italia, i carri che vengono fatti durante il periodo di Carnevale devono raccontare una storia oppure contengono allusioni politiche molto spesso.

Le maschere

A Carnevale, come sappiamo, tutti usano le maschere. Le maschere sono usate sin da tempi antichi, ma in Italia nascono a Venezia. Nel 1600 la Commedia dell’Arte porta le maschere in teatro e sono inventati molti personaggi che sono ancora oggi molto conosciuti: Arlecchino, Pantalone, Balanzone. Tutti questi personaggi ereditano dalla festa del Carnevale il gusto per la risata, lo scherzo, il travestimento.
Nel 1700 e nel 1800 poi si aggiungono altri personaggi, come Pulcinella, e la Commedia dell’Arte diventa popolare in tutta Europa.  

Oggi il Carnevale rimane molto forte ed è una festa amata da tutti, grandi e piccini. Negli anni, questa festa ha perso un po’ l’origine sacra che aveva in principio, ma non, però, la vena satirica e a volte politica.
I carri, i dolci tipici, le maschere e i coriandoli sono gli elementi tipici del Carnevale Italiano. Oltre al Carnevale di Venezia, altre tradizioni, come quella del Carnevale di Viareggio sono diventate famose internazionalmente.

Bene, abbiamo un po’ percorso la storia del carnevale insieme.
Terminiamo con una filastrocca per bambini scritta dal grande Gianni Rodari. Questa filastrocca parla di tre maschere: Arlecchino, Gianduia e Pulcinella. Arlecchino è una maschera bergamasca, Gianduia è una maschera piemontese e Pulcinella è la famosa maschera napoletana. 

Ecco qui, filastrocca:

Se comandasse Arlecchino
il cielo sai come lo vuole?
A toppe di cento colori
cucite con un raggio di sole.

Se Gianduia diventasse
ministro dello Stato,
farebbe le case di zucchero
con le porte di cioccolato.

Se comandasse Pulcinella
la legge sarebbe questa:
a chi ha brutti pensieri
sia data una nuova testa.

 

Anche per oggi abbiamo finito. Se volete scambiare qualche idea, vi aspetto sul gruppo Facebook del podcast oppure potete mandarmi un’email.

A presto e grazie per l’ascolto

 

Link e collegamenti utili:

13 – D come Design

“Complicare è facile, semplificare é difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Semplificare è il segno dell’intelligenza”.
Scopriamo oggi Bruno Munari, un artista, scrittore e designer tra i più interessanti e sperimentatori nell’Italia del boom economico. Un autore attento ai bambini che crede nel potere della fantasia e della curiosità.
Buon ascolto!

Trascrizione

«Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere tutto quello che si vuole, colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose… La semplificazione è il segno dell’intelligenza»

Bruno Munari

 

La citazione che avete ascoltato a inizio puntata è di Bruno Munari, artista poliedrico, scrittore, grafico, designer innovativo del Novecento Italiano.

La puntata di oggi è dedicata al Design, quello con la D maiuscola.

Design, Moda e Cibo sono la triade che sempre viene nominata quando parliamo di Italia. Queste tre cose sono ancora il primato oggi in Italia? Non saprei rispondere a questa domanda, ma sicuramente il nostro paese può vantare un passato glorioso in queste tre aree.
Il Design è un ambito molto vasto, va dall’architettura, all’arredamento, fino all’attuale design digitale che tocca la nostra vita di tutti i giorni.
Sono molti gli artisti che hanno fatto la storia del design italiano e non posso oggi ripercorrere in dettaglio la storia del design.

Tra i migliori designer italiani del Novecento possiamo ricordare brevemente Franco Albini, i fratelli Castiglioni, gli architetti Gian Luigi Banfi, Ludovico Babbiano e molti altri che hanno lasciato opere molto importanti per la storia della produzione artistica industriale italiana.
Siccome il nostro podcast analizza in particolare il legame fra cultura e letteratura, voglio oggi soffermarmi  sulla figura di Bruno Munari. Vi dirò chi è, perché è importante e quale apporto ha dato alla letteratura italiana.

Ma chi è Bruno Munari?

La figura di Munari è stata molto importante per la storia del design italiano del XX secolo. Come artista e pensatore, ha contribuito alle diverse aree dell’espressione visiva e non visiva, dalla grafica alla didattica. In particolare, durante la sua vita e il suo lavoro, fa molta ricerca sul tema della luce e del movimento. Vive a Milano durante gli anni del boom economico e della rinascita industriale degli anni 50 in Italia.

Munari era un uomo che amava il gioco, la sperimentazione e la creatività. Era molto ironico e sentite cosa dice sulla sua stessa nascita avvenuta a Milano il 24 ottobre 1907:

Citazione –

“All’improvviso, senza che alcuno mi avesse avvertito, mi trovai completamente nudo in piena città di Milano. Mio padre aveva continui contatti con le più alte personalità di Milano, essendo cameriere al Gambrinus (antico Caffè-Ristorante in Galleria), e mia madre si dava delle arie ricamando ventagli”

Fine citazione –

Nasce a Milano ma si trasferisce presto con la famiglia in Veneto, per gestire un albergo. Qui vive a contatto con la natura. A 18 anni torna a Milano e inizia a lavorare nello studio di uno zio ingegnere.
Inizia a frequentare gli ambienti artistici della città ed entra in contatto con il gruppo futurista, partecipando alla prima mostra collettiva nel 1927.
Nel 1929, un Brunari ventenne lascia lo studio dello zio per lavorare come bozzettista in diversi studi grafici. Inizia la sua sperimentazione artistica in questo periodo.

Negli anni 30 crea quelle che lui chiama “Tavole tattili”, cioè tavole multisensoriali che riprendono un concetto ideato dal futurista Marinetti. Sono tavole di legno su cui sono attaccati oggetti di materiali diversi. Munari usa queste tavole in pedagogia, per educare i bambini a sviluppare il senso del tatto.

Citazione –

“Tutti gli umani, al momento della nascita, sono forniti di un apparato plurisensoriale, per natura”, diceva Bruno Munari. “Col passare degli anni, gran parte di questo apparato viene atrofizzato perché l’individuo, per lo sviluppo della conoscenza, dà la prevalenza alla logica e alla letteratura”.

“Occorre attivare di nuovo questo apparato che ci fa conoscere scale di valori tattili, sonori, termici, materici, di durezza e di morbidezza, di ruvidità e di levigatezza, di impenetrabilità, di equilibrio e di staticità, di leggerezza e di pesantezza, di fragilità e di solidità… tutti valori che, spiegati a parole diventano argomenti complicatissimi e quasi incomprensibili.”

Fine citazione –

Negli anni 70, a Milano, Munari inizia dei veri e propri laboratori tattili per bambini, in cui sperimenta l’educazione ai sensi e mette in pratica quei concetti che inizia a ideare già negli anni 30.
La sperimentazione di questo artista è molto ricca e negli anni arriva a ideare quelle che lui chiama “macchine aeree” poi “macchine inutili” e “macchine aritmiche”. Munari dice, infatti, che l’artista deve studiare le macchine, comprenderle per poi farle funzionare in modo diverso dalla norma.

Ma cosa sono queste “macchine” di cui Munari parla?

Che cosa significa? Sono macchine inutili, pensate! Oggetti ideati e inventati dall’artista per il solo scopo della sperimentazione e della fantasia.

Vi consiglio di guardare delle immagini su google perché è un po’ difficile da capire questo concetto delle macchine di Munari. Sono oggetti, di solito di forme geometriche, che lui mette insieme per creare dei meccanismi, delle composizioni di colori e di forme. Sono molto belle.

Citazione –

Mettiamoci prima d’accordo sulla funzione delle macchine inutili: che siano macchine non c’è dubbio, dato che è una macchina la leva, volgarmente detta “quel pezzo di ferro lì”. Resta da chiarire l’aggettivo “inutile”: inutili perché non fabbricano, non eliminano manodopera, non fanno economizzare tempo e denaro, non producono niente di commerciabile. Non sono altro che oggetti mobili colorati, appositamente studiati per ottenere quella determinata varietà di accostamenti, di movimenti, di forme e di colori. Oggetti da guardare come si guarda un complesso mobile di nubi dopo essere stati sette ore nell’interno di un’officina di macchine utili.

Fine Citazione –

 

Utili o inutili, le macchine di Munari sono sicuramente inconsuete, particolari. Fra le tante macchine, Munari idea una macchina per addomesticare i cani, un misuratore automatico del tempo di cottura per uova sode, e sentite questa: un agitatore di code per cani pigri… 

Avete un cane pigro? Avete un cane che fa fatica a muovere la coda quando tornate a casa dal lavoro? Questa macchina di Munari potrebbe risolvere i vostri problemi.

Quello che Munari ha inventato e studiato nel corso della sua lunga vita – eh sì, dico lunga perché muore a Milano all’età di 91 anni. Quello che ha inventato e studiato è molto e non abbiamo tempo oggi per parlare di tutto.

L’episodio di oggi serve un po’ a darvi spunti di riflessione, attraverso le parole di Munari, serve a farci ragionare sull’importanza della curiosità nella vita e della fantasia. Perché sono questi due elementi che servono al bambino per imparare e che non farebbero male anche a noi adulti.

Cosa pensate? Dov’è finita la nostra curiosità? E la nostra fantasia? Le alleniamo tutti i giorni?
Sicuramente un uomo come Bruno Munari ha allenato la sua fantasia fino a 91 anni e tutti noi dovremmo imparare da lui!

Ma Linda – voi direte – cosa c’entra questo Bruno Munari con la letteratura?

Tranquilli, tranquilli, arrivo, ci arrivo!

Già negli anni 30, Munari inizia a lavorare come grafico illustratore nella casa editrice Mondadori – eccoci qui. Nel 1940 però, in occasione della nascita di suo figlio Alberto, inizia a dedicarsi alla letteratura per bambini. Inventa una serie di libri innovativa e molto fortunata.

Munari dedica molte molte attenzioni ai bambini. Sentite cosa dice:

-Citazione

C’è sempre qualche vecchia signora che affronta i bambini facendo delle smorfie da far paura e dicendo delle stupidaggini con un linguaggio informale pieno di ciccì e di coccò e di piciupaciù. Di solito i bambini guardano con molta severità queste persone che sono invecchiate invano; non capiscono cosa vogliono e tornano ai loro giochi, giochi semplici e molto seri.

Fine citazione –

I primi libri pubblicati per Mondadori, sono quindi pensati per suo figlio. Più avanti Munari sposta la sua attenzione alle prime fasi dell’apprendimento: crea libri tattili e visivi per bambini che non sanno ancora leggere e scrivere.

Questi libri – sono molto interessanti – sono chiamati “prelibri” perché non hanno parole ma colori e sorprese visive: secondo Munari infatti la sorpresa può portare i bambini a imparare. L’obiettivo di questi libri “illeggibili”, che non si possono leggere – è un paradosso – è quello di portare lo stupore dei bambini verso oggetti utili ed educativi. Questi libri, come i giochi che Munari inventa, sono una risposta alla società che lui trova omologata e ripetitiva.

“I bambini di oggi sono gli adulti di domani”, diceva.

La sperimentazione didattica continua per tutta la sua vita, e negli anni 70 prendono forma a Milano i primi laboratori pratici dedicati ai bambini.

Illustra per Mondadori molti libri di Gianni Rodari, il creativo e geniale scrittore per l’infanzia. Rodari è una figura interessantissima e importantissima e dedicheremo a lui un’intera puntata del podcast.
In ogni caso, Bruno Munari riceve molti premi durante la sua carriera e si spegne, muore, a Milano a 91 anni. Pochi giorni prima aveva detto: – citazione – “A questo punto, bisogna fare il punto, e mettere dei punti…”– fine citazione -.

Bene, spero di aver risvegliato in voi interesse per questo importante artista e designer italiano. Cercate informazioni su di lui e lasciatevi stupire dalle sue bizzarre invenzioni. Per tornare bambini un po’ e per divertirsi con le cose semplici. Terminiamo con un’ultima citazione e un consiglio di Munari:

 

Conservare l’infanzia dentro di sé vuol dire conservare la curiosità di conoscere, il piacere di capire, la voglia di comunicare.

Buona settimana a tutti,

A presto,

Linda

 

12 – C come Caffè

Pensiamo a Italia, pensiamo a caffè! Espresso, cappuccino, macchiato, caffè in tutti i modi e in tutte le salse. Ma perché in Italia beviamo caffè? Ne beviamo davvero così tanto? Dove e quando nasce l’espresso? Molte curiosità e risposte per voi in questa nuova puntata del podcast!

Trascrizione

Tre chicchi di moca / tritava il tricheco / per fare il caffè. / Lo vide la foca/ e disse “Che spreco! / Due chicchi, non tre!

Questa è una poesia di Scialoja, intitolata “Tre chicchi di Moka” e contenuta in un libro, pubblicato da Edizioni Lapis nel 2011, un libro per bambini.

Bevo quaranta caffè al giorno, per essere ben sveglio e pensare, pensare a come combattere i tiranni e gli imbecilli.

Questa invece è una citazione di Voltaire.

Ultima:

A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco.

Questa è una citazione tratta da un libro di un autore italiano, Erri de Luca.

Come potrete immaginare, oggi voglio dedicare la puntata al caffè. Rimango per un attimo ancora sulla C e parlo oggi della storia del caffè.

Il caffè è un elemento indispensabile nella cucina italiana. Tutti noi adoriamo il caffè, l’espresso, il caffè che deve essere bevuto velocemente. Il caffè è una bevanda molto molto consumata mondialmente, ma è interessante sapere che l’espresso italiano non è un’invenzione molto antica. È un’invenzione abbastanza contemporanea, del 1900. E ora vi dirò come siamo arrivati noi italiani ad avere una Moka in ogni casa italiana ed a consumare caffè come rito sociale.

La storia del caffè parte da molto lontano.

In particolare, possiamo dire che il caffè arriva dall’Etiopia, dallo Yemen. In Yemen coltivavano queste piante, in realtà avevano queste piante e hanno poi capito che questi chicchi potevano dare degli effetti al corpo. Il caffè inizia a venire considerato un bene prezioso ed era difficile da commercializzare. Col tempo, le piantine risalgono verso nord fino alla Mecca e a Medina in Arabia dove già alla fine del XV secolo nascono luoghi di degustazione in cui le persone si riunivano a bere questo prezioso caffè.

Il Cairo, nel XVI secolo era uno dei principali centri di smistamento. La religione islamica in particolare, che vietava di bere vino, aiuta un po’ nel successo del caffè. Diciamo però che il caffè è riuscito ad espandersi anche grazie all’espansione dell’Impero Ottomanno. In questo modo, grazie all’impero Ottomanno, il caffè arriva fino a Vienna. All’inizio era consumato prevalentemente dai nobili e dagli intellettuali, poi diventa disponibile anche per la gente comune. Nascono a Istambul le prime caffetterie che si moltiplicano velocemente. Dal secolo XVII anche l’Europa vede il boom delle botteghe del caffè.

E in Italia? Pietro Della Valle, un veneziano, è stato il primo italiano ad aprire uno spaccio di caffè in Italia. Parliamo del 1615. Nel 1720 poi a Venezia apre il Caffè Florian che è ancora oggi il più antico caffè italiano. E pensate che è ancora attivo, potete passarci durante il vostro prossimo viaggio a Venezia. Non so quanto possa costare un caffè in questo Caffè Florian a Venezia, ma se andate forse potete prendere un caffè al banco che è sempre meno costoso.

Per secoli il caffè era stato considerato “la bevanda del diavolo”. La Chiesa, infatti, non era contenta dell’ascesa del caffè, di questo successo del caffè, che poteva raddoppiare l’io – si diceva – e quindi doveva essere considerato una sostanza diabolica. Si dice però che Papa Clemente VIII, all’inizio del 600 amasse questa “bevanda nera”, fosse un grande amatore del caffè.

Nel 700, i caffè erano frequentati da giovani e intellettuali. Poi, sempre più spesso, chi voleva discutere di politica e contestare il governo inizia a radunarsi nei caffè. Alla fine del 1700 Pietro Verri fonda una rivista e la chiama proprio “Il caffè”. Questa rivista ha un ruolo fondamentale per la diffusione dell’Illuminismo in Italia, nel 1700.

Il monopolio del caffè, in questo periodo, era ancora però del mondo arabo. L’Olanda riesce nel 1690 a rubare alcune piantine di caffè e inizia la coltivazione in quello che è attuale Sri Lanka e in Indonesia. La compagnia delle Indie Orientali diventa un punto di riferimento per il mercato del caffè in Europa.

Poi, la storia vuole che nel 1714 sono offerte a Luigi XIV, in Francia, due piantine in regalo per la sua serra reale. Un ufficiale di marina ruba poi una pianta e la porta oltre l’atlantico: ha inizio così la coltivazione di caffè nella Martinica francese che è un’isola delle Antille.

Negli anni successivi la coltivazione di caffè si estende, si espande, a tutta l’area caraibica, da Haiti alla Giamaica, fino a Cuba e a Portorico.

Oggi, nel 2018 i maggiori consumatori di caffè – pensate – sono gli Stati Uniti, seguiti dal Brasile che è anche il maggior produttore di caffè al mondo. Il consumo pro capite però – consumo pro capite significa consumo per persona, pro capite, dalla parola capo. Pensateci, per persona – raggiunge i numeri più alti in Nord Europa, Finlandia, Danimarca e Svezia.

Vivete in uno di questi paesi? Stati Uniti, Brasile o Nord Europa? Quanto caffè consumate al giorno? Vi sentite grandi consumatori di caffè?

In Italia

In Italia il caffè è simbolo nazionale – tutti sappiamo – però i nostri consumi in realtà, a essere sinceri, sono più bassi del Nord Europa. Già nel 1750 Carlo Goldoni che è un importantissimo commediografo italiano – scrive per il teatro – scrive un’opera che si intitola “La bottega del caffè”.

Nello stesso periodo il caffè è cantato nella canzone napoletana. La tazzulella e cafè – scusate per questo pessimo accento napoletano! – la tazzina e caffè, diventa famosa in tutta italia. Dal 1700 a Napoli si usa un tipo di caffettiera particolare, una variante al metodo turco. Il nuovo metodo napoletano, creato nel 1700, filtrava l’acqua bollente che veniva fatta colare dall’alto e attraversava la polvere di caffè. Era una caffettiera, forse potete cercare su internet, che doveva essere girata, al momento del consumo del caffè. L’acqua calda, quindi, colava nella polvere di caffè.

L’espresso nasce solo a Milano nel 1902. L’espresso nasce solo nel 1902, è un’epoca abbastanza contemporanea, grazie all’invenzione di un’ingegnere: Luigi Bezzerra.

E la moka?

La caffettiera che ogni italiano ha oggi in casa? Conoscete questa caffettiera, sì? È la caffettiera con quel piccolo uomo sopra, stampato sopra: la caffettiera Bialetti. La moka nasce nel 1933 per opera di Alfonso Bialetti.

Nel primi decenni del 900 la moka ancora non esiste, pensate. Si utilizza la cosiddetta “ caffettiera napoletana” di cui abbiamo parlato prima. Una caffettiera che è divisa in due parti e deve essere rovesciata, girata e non usa il principio dell’evaporazione dell’acqua. Questa caffettiera non è molto comoda, infatti si rischia di bruciarsi e poi gli aromi del caffè sono dispersi nel processo.

Bialetti ha un’intuizione. Osservando delle donne che lavano i vestiti, nel 1933, ha l’idea per creare un nuovo tipo di caffettiera. Decide di elaborare un nuovo modello e di usare l’alluminio che permette di assorbire con l’utilizzo, cioè più lo usiamo più assorbe, l’aroma di caffè. La forma serve a tenere il calore nel fondo della caldaia. Il nome è scelto a causa di un racconto di Verne. La moka express fa il suo ingresso nelle case degli italiani negli anni 50.

Questa è la cosa interessante: oggi tutti abbiamo una moka, ma le prime caffettiere che oggi noi utilizziamo sono state immesse nel mercato solo negli anni 50, non molti anni fa.

Il lancio è stato preceduto da una grandissima campagna marketing efficace e innovativa ideata dal figlio di Alfonso, Renato Bialetti. Le pubblicità promettevano agli italiani un caffè casalingo, in casa, ma buono ed economico, come al bar. Il marketing a quel tempo non era qualcosa di affermato, soprattutto in Italia e Renato ha creato qualcosa di davvero innovativo.

Renato Bialetti ha inventato l’omino coi baffi, che vi invito a cercare su youtube. È un omino molto simpatico. L’omino coi baffi è quel piccolo uomo che ancora oggi è nel logo della Bialetti e potete osservare su ogni caffettiera che è prodotta appunto dalla Bialetti. Osservate bene questo omino che appunto ha dei grandi baffi – per questo si chiama “l’ omino coi baffi”- perché è un po’ la caricatura di Renato Bialetti. Il rito del caffè, grazie alla Moka, entrava quindi in maniera definitiva nella casa degli italiani.

Il design della Moka è così innovativo, semplice e funzionale, che il disegno non è mai stato cambiato in tutti questi anni. Sì, hanno poi creato caffettiere diverse, più colorate, ecc. Ma il disegno dell’ingegneristica della Moka non è mai stato cambiato. La prima Moka creata è oggi esposta al Moma e si stima che negli anni siano state vendute più di 270 milioni di caffettiere.

Voi avete caffettiere in casa? In questa casa io penso di avere 3, 4…caffettiere. Dobbiamo avere una caffettiera per ogni occasione: da tre persone, da sei persone, da dieci. E basta, poi mi fermo lì. Esistono anche caffettere più grandi.

Bene, vi ringrazio come sempre per l’ascolto.

Se volete mantenervi in contatto con me e volete ricevere novità su questi podcast e su altre iniziative, vi invito ad iscrivervi alla mia newsletter. Metterò il link in descrizione a questo episodio oppure potete trovare il form da compilare sul mio sito. Vi prometto che non spammerò, niente spam!
Di solito invio due email al mese, quindi una ogni due settimane. E questo… Per oggi finiamo, spero che sia stato interessante sapere un po’ di più sul caffè, vi auguro una buona settimana e ci sentiamo presto.

Ciao ciao!

 

Link e riferimenti utili:

 

 

 

11 – Lettura – La Scienza e l’Arte in Cucina

Vi piace cucinare? Cucinate piatti italiani? Qui per voi il Decalogo di Pellegrino Artusi. Per imparare a cucinare con gusto e semplicità seguendo i consigli del grande Maestro dell’Ottocento.
Buon ascolto e buona cucina!

Trascrizione

Ciao a tutti.

Come promesso, oggi continuiamo con la parola Cibo e voglio, in particolare, leggervi alcuni piccoli pezzi tratti dal libro di Pellegrino Artusi: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.

Come detto la settimana scorsa, questo libro è uscito alla fine dell’ Ottocento ed è il primo libro che racchiude in forma, in italiano contemporaneo, e anche in forma patriottica le ricette tradizionali della cucina italiana. È stato scritto da un emiliano che si chiama Pellegrino Artusi e oggi voglio, in particolare, parlare delle sue 10 regole, delle del decalogo, le dieci regole della cucina artusiana, della cucina di Pellegrino Artusi.
Queste regole sono state, in particolare, raccolte da casa Artusi che è la casa museo che ancora oggi organizza eventi dedicati alla figura di questo personaggio. E, insomma, vi leggerò quindi una serie di 10 punti molto brevi.

Vi piace cucinare? se vi piace cucinare forse potrete trovare interessanti queste osservazioni e questi consigli di Pellegrino, che sono consigli del 1800, però rimangono tutt’ora interessanti e validi.
Questi consigli ovviamente sono scritti da lui, sono pezzi di libro, quindi il linguaggio che sentirete è linguaggio contemporaneo, ma magari qui e là potrete sentire alcune parole che sono un po’ antiquate, che oggi non usiamo più con tanta regolarità.

 

  1. Rispettate gli ingredienti naturali. Amate il bello ed il buono ovunque si trovino e non tollerate di vedere straziata la grazia di Dio.
  2. Usate ingredienti di qualità. Scegliete sempre per materia prima roba della più fine, ché questa vi farà figurare. 
  3. Usate ingredienti di stagione [Gli ortaggi] preparateli nel colmo della raccolta, quando costano poco; però vanno scelti di buona qualità e giusti di maturazione [ricetta 423]. Non fate uso che di frutta sana e ben matura a seconda della stagione [Cucina per gli stomachi deboli]
  4. Siate semplici. La mia cucina inclina al semplice e al delicato, sfuggendo io quanto più posso quelle vivande che, troppo complicate e composte di elementi eterogenei, recano imbarazzo allo stomaco [ricetta 301]
  5. Mettete passione, siate attenti e precisi. Se non si ha la pretesa di diventare un cuoco di baldacchino… per riuscire… basta la passione, molta attenzione e l’avvezzarsi precisi. [Prefazio]
  6. Esercitatevi con pazienza. Abbiate la pazienza di far qualche prova (ne ho fatte tante io!) [ricetta 435]. Se poi voi non vi riuscirete alla prima, non vi sgomentate. [Prefazio]
  7. Variate, ma rispettando il territorio e la stagionalità. [Il minestrone] ecco come l’avrei composto a gusto mio: padronissimi di modificarlo a modo vostro a seconda del gusto d’ogni paese e degli ortaggi che vi si trovano. [ricetta 47]
  8. Se variate, fatelo con semplicità e buon gusto …tutte le pietanze si possono condizionare – cioè condire – in vari modi secondo l’estro di chi le manipola; ma modificandole a piacere non si deve però mai perder di vista il semplice, il delicato e il sapore gradevole, quindi tutta la questione sta nel buon gusto di chi le prepara [ricetta 540]
  9. Valorizzate la cucina povera Questa zuppa che, per modestia, si fa dare l’epiteto di contadina, sono persuaso che sarà gradita da tutti. [ricetta 58]
  10. Diffidate dei libri di cucina (anche del mio). Diffidate dei libri che trattano di quest’arte: sono la maggior parte fallaci o incomprensibili… al più al più… potrete attingere qualche nozione utile quando I’arte la conoscete. [Prefazio]

Fine!

Quello che mi piace di più di questo decalogo finalmente compilato da casa Artusi è l’importanza che viene data da Artusi alla semplicità, al buon gusto e ai prodotti regionali. Lui parla spesso di stagionalità, dice di scegliere i prodotti che sono stagionali e sono disponibili in natura in un determinato periodo e parla anche di prodotti locali, prodotti presenti, vicini alla propria regione di nascita. Questi sono temo fortemente attuali, sono temi che sentiamo molto e sono ritornati in voga, sono ritornati un po’ pubblicamente presenti nella vita di tutti noi negli ultimi anni. Quindi, pensate già Pellegrino Artusi parlava di questo: della cucina semplice, sana, locale e stagionale nel 1800.

Vediamo sempre più che la cultura la storia e sono cicliche.
Va bene, non mi dilungo troppo anche perché il linguaggio a volte può essere complesso. Però trovate questo decalogo come trascrizione sul mio sito., quindi potete andare a leggere e leggendo cercherò di mettere in parentesi vicino alle parole più difficili una un sinonimo più contemporaneo.

Vi ringrazio ancora per l’ascolto e vi auguro una buonissima settimana. Ciao ciao!

 

Link e risorse utili:

10 – C come Cibo

 

Oggi parliamo di Cibo. Pasta, pizza, lasagne, tutti conoscono il cibo italiano. Ma da dove arriva la pasta al pomodoro? La mangiamo da sempre? Chi è Pellegrino Artusi e perché è importante per l’Italia? Un viaggio nella cucina italiana attraverso le pagine del primo ricettario nazionale!

Trascrizione

Grazie grazie grazie grazie.

Oggi inizio la nostra puntata con un grande Grazie a tutti voi per ascoltarmi e anche perché nelle ultime settimane ho ricevuto qualche email da persone che mi ascoltano: mi hanno fatto davvero tanto tanto piacere. Quindi vi ringrazio qui in diretta – tra virgolette.

Se volete scrivermi per suggerimenti, per commenti, consigli, eccetera, io sono sempre contenta di ricevere le vostre email. Quindi, potete scrivermi a: linda@speakitaliano.org. Sarò felice di rispondere a ogni email che mi manderete.  Oggi, in particolare, voglio rispondere a un commento, a una domanda che una ragazza dall’Argentina, Sofia, mi ha fatto. Sofia vorrebbe sapere di più sul cibo italiano e io risponderò in maniera un po’ originale, quindi rispondo un po’ a modo mio.

Ho pensato quindi di dedicare la puntata di oggi, visto che siamo arrivati alla C nel nostro vocabolario, nel nostro sillabario, ho deciso di dedicare la puntata di oggi proprio al cibo.

Pensiamo a Italia, pensiamo a cucina

 Pasta, pizza, lasagne alla bolognese, tutti conoscono la cucina italiana. Ma è sempre stato così? Qual è l’origine della culinaria italiana? Come si è evoluta? Qual è stato l’ambiente che ha permesso lo sviluppo di ricette comuni e di una cultura così legata al cibo?

Oggi provo a rispondere a queste domande

Prendiamo gli spaghetti al pomodoro, simbolo della cucina italiana. Vi piacciono gli spaghetti? Io adoro gli spaghetti alla carbonara. Gli spaghetti sono il frutto di due mondi molto diversi tra loro. Nel Medioevo gli arabi , nel cuore del Mediterraneo, rinnovano la tradizione della pasta. Iniziano a seccarla. La pasta diventa così un prodotto da esportazione, non è più un prodotto fresco. La pasta può essere industrializzata a partire da questo momento. Gli stessi arabi inventano una pasta lunga, come un filo, anzi, come uno spago; da qui poi il nome “spaghetti”. Dalla Sicilia questi prodotti risalgono la penisola, pastifici nascono in Liguria, poi in Sardegna, Toscana, Campagna, nelle Puglie, eccetera. Anche in Cina si facevano spaghetti e Marco Polo nei suoi viaggi si accorge che i due tipi di pasta sono simili.

Allo stesso tempo, in America Centrale, gli indigeni coltivavano da secoli una pianta: il pomodoro. Cristoforo Colombo, quando sbarca nelle Indie, non nota questa pianta.
Il pomodoro arriva in Europa dopo, nel 1500. I pomodori suscitano meraviglia per i colori molto belli che avevano: rossi, gialli, neri. I pomodori gialli, in particolare, colpiscono  gli italiani che iniziano a chiamarli: pomi d’oro. Appunto, “frutti dorati”. Il giallo è simbolo di felicità e del sole, ed era un colore molto amato. I pomodori  per lungo tempo sono una pianta ornamentale: vengono usati semplicemente per decorazione. Così nel 1500 pomodori e spaghetti non sono ancora entrati in contatto. La pasta era condita “in bianco” come diciamo noi, cioè con burro e formaggio.
Poi, in epoca molto recente, il pomodoro è trasformato in salsa. Oggi sembra una cosa banale, abbiamo salse di pomodoro “in tutte le salse”, di tutti i tipi, ma a quel tempo non lo era. Il pomodoro riesce a entrare in cucina sotto forma di salsa, questo è interessante. In Europa si usavano tantissime salse in quel momento. Il pomodoro entra in cucina un po’ camuffato! I primi esperimenti probabilmente sono fatti in Spagna. Infatti, in Italia, la salsa di pomodoro, alla fine del 1600 è chiamata “salsa spagnola”. È usata, in particolare, in accompagnamento con la carne.

Nel 1700 il pomodoro è presente nei ricettari italiani, inizia ad entrare nella cucina italiana. Solo nel 1800 arriva l’abbinamento con la pasta. Immaginate, quindi, una cosa che noi oggi abbiamo come cibo tradizionale, in realtà è entrato nei ricettari italiani solo a partire dal 1800. Nel 1839 Ippolito Cavalcanti, un napoletano, scrive per primo questa ricetta: la ricetta della pasta col pomodoro. Era probabilmente una ricetta del popolo, che non poteva mangiare carne e quindi mangiava più pasta, un cibo più povero. Questa ricetta è scritta in dialetto napoletano.

Pellegrino Artusi

Adesso parliamo un po’ di un uomo che si chiama Pellegrino Artusi.

Pellegrino Artusi è il padre della cucina italiana moderna; lui consacra la centralità di questi due elementi: la pasta al pomodoro. Pellegrino Artusi – e vi dirò adesso come, in che modo – elegge la pasta come piatto principale del menu italiano e la salsa di pomodoro come principale accompagnatore. È Pellegrino Artusi che crea un po’ l’immagine della pasta al pomodoro che noi oggi intendiamo.
Oggi quindi voglio proprio soffermarmi, fermarmi un attimo, sulla figura di Pellegrino Artusi, un emiliano.

Perchè questo personaggio è considerato il padre della cucina moderna?

Perché quest’uomo, Artusi, scrive nel 1891 scrive un libro intitolato “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Questo, signore e signori, è il primo ricettario italiano moderno dell’Italia Unità. Eh sì, perchè l’Italia è stata unificata politicamente nel 1861 e Pellegrino Artusi con la sua opera letteraria lavora verso l’unificazione linguistica e culturale.
In cucina, Pellegrino Artusi è una figura fondamentale per l’unità linguistica. Lui è stato il primo intellettuale che raccoglie e codifica le ricette più importanti delle cucine regionali del giovane stato Italiano. Oggi è molto facile identificare gli ingredienti tipici della cucina italiana. Sappiamo tutti, se pensiamo a cucina italiana pensiamo a: pomodoro, olio, aglio, pasta, eccetera. Ma prima di Pellegrino Artusi ogni zona, ogni provincia e ogni piccola frazione in Italia aveva le sue abitudini e le sue ricette. Le tecniche di conservazione dei cibi anche erano diverse, così come le tecniche di cottura. Artusi fa un viaggio in tutta Italia, per vent’anni lavora alla sua opera e raccoglie ricette regionali e variazioni.

In vent’anni sono uscite quindici edizioni di questo libro e la Scienza in Cucina è ancora oggi il ricettario più letto. Però ci sono altre caratteristiche che rendono questo libro unico e importante e oggi voglio un attimo parlarvi di queste caratteristiche.

Prima di tutto il titolo.

Il titolo completo del libro è: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Manuale pratico per famiglie. Vedete quindi l’unione della parola scienza e cucina. E poi il pubblico, le famiglie. In un’Italia che era ancora socialmente molto divisa e diversa, Artusi vuole creare un’opera che è alla portata di tutti,  può raggiungere ogni casa italiana. Un opera per famiglie più o meno ricche. Lo spazio che l’autore dedica alle minestre è una prova del fatto che si rivolge anche e in particolare a un pubblico meno ricco, il popolo italiano. L’opera prevede 790 ricette nazionali. Artusi scrive nel suo ricettario questo: Amo il bello ed il buono ovunque si trovino.

Il secondo punto è questo:

Come anticipato, il ricettario Artusi è un progetto patriottico, che vuole lavorare per la costruzione di una cultura nazionale. Le ricette raccolte superano, infatti, i confini regionali e parlano a un’Italia che ormai è unita, anche se da pochi anni. Ricordate quando abbiamo parlato della lingua? Ricordate il tentativo di Manzoni nel 1800 di creare un romanzo nazionale con una lingua comune a tutta Italia? Bene, Pellegrino Artusi, come abbiamo detto, fa la stessa cosa. È nato in Emilia Romagna, ma nel processo di scrittura della sua opera tiene come riferimento, anche lui, il lessico toscano e fiorentino. Sostituisce inoltre termini stranieri con equivalenti italiani. In particolare, in quel periodo, c’erano molti termini francesi nella cucina italiana, nei ricettari italiani. Continua negli anni a rivedere la sua opera per correggere e perfezionare la lingua con attenzione quasi maniacale (un po’ come il nostro amico Manzoni).
Il libro non è solo un ricettario, ma ha uno stile quasi di romanzo. È ironico, non prescrittivo ma interessato al lettore. Le ricette sono accompagnate da aneddoti e storie.

Durante la prossima registrazione vorrei proprio leggervi un piccolo pezzo di questo manuale, che è del 1800 ma è ancora estremamente contemporaneo.

Oggi, tutti, quando vogliamo fare una ricetta dove andiamo a cercare? Dal nostro amico Google. Nel web ci sono molti molti blog di cucina. La scienza e l’arte della cucina di Artusi è stato forse il primo blog non virtuale della storia italiana!

Perché?

Voi direte: Linda, ma cosa dici? Un blog? Il Blog è qualcosa di estremamente contemporaneo. Vero. Però Artusi ha usato nella sua scrittura un metodo particolare, un metodo un po’ interattivo con i suoi lettori.
Prima di tutto, gli editori del tempo non hanno voluto pubblicare il libro, quindi Pellegrino Artusi ha poi pubblicato il libro a sue spese.
Secondo, il manuale era spedito per  corrispondenza, direttamente da casa dell’autore. Lui spediva ogni sua copia.
Questo crea fin da subito un contatto molto forte fra autore e pubblico: i lettori e le lettrici iniziano a scrivergli per condividere dubbi, domande, chiedere consigli, dare suggerimenti e segnalare nuove ricette. Per questo possiamo dire che L’arte della scienza in cucina è un libro un po’ interattivo per così dire. La natura dell’opera è collettiva; il libro non è solo scritto per gli italiani, ma anche dagli italiani stessi tramite i loro contributi, proprio quello che oggi facciamo un po’ virtualmente.

La cosa bella del libro, e poi concludo per oggi, è lo spirito nazionale con cui è scritto. Artusi infatti non appiattisce, ma esalta le diversità. È molto attento alle diversità nazionali. Riesce a raggruppare, in un libro solo, abitudini simili senza cancellare le diversità. Spesso lascia proprio al lettore la libertà di cucinare una o l’altra versione. La cucina italiana diventa con il libro di Artusi un luogo di condivisione e di scambio. Artusi tratta le diversità regionali come un punto di forza della nostra cucina. E sentite che cosa dice riguardo ai condimenti e alla frittura:

– aperte le virgolette, queste sono parole sue –

«Ogni popolo usa per friggere quell’unto che si produce migliore nel proprio paese. In Toscana si dà la preferenza all’olio, in Lombardia al burro, e nell’Emilia al lardo che vi si prepara eccellente» (Pellegrino Artusi, 1891)

La cucina descritta nel libro è assolutamente libera e Pellegrino stesso dice che: “il miglior maestro è la pratica”. Unico limite è solo il “buon gusto”, frutto di un equilibrio che si costruisce con la pratica e l’esperienza.

Pellegrino Artusi non era un cuoco, attenzione, quindi lui non cucinava; ed è molto dolce come parla di “Marietta”. Chi è Marietta? La Marietta era una giovane intraprendente che, insieme a un altro cuoco, Francesco Ruffili, lo aiuta a mettere in pratica le ricette. A Marietta, Artusi dedica il “panettone Marietta”, e dice questo: «La Marietta è una brava cuoca e tanto buona ed onesta da meritare che io intitoli questo dolce col nome suo, avendolo imparato da lei».

Pensate, e questo è molto dolce, appunto, da parte di Artusi, che la gratitudine   è così grande verso i suoi due collaboratori che lascerà proprio a loro due i diritti d’autore della sua opera.

Bene, ci sarebbero molte altre cose interessanti da dire su Artusi e sul suo ricettario, ma per oggi mi fermo qui. La prossima volta leggerò alcuni piccoli pezzi.
Ci tengo a sottolineare che ho preso queste informazioni dagli studi di Massimo Montanari (potete trovare molte interessanti interviste dello studioso su Youtube) e dal sito di Casa Artusi. Casa Artusi è un museo e uno spazio interattivo che ancora oggi organizza iniziative legate alla figura di Pellegrino Artusi. Vi consiglio di guardare il loro sito web, organizzano sempre cose interessanti, metterò tutti i link in descrizione.

Ancora una volta grazie dell’ascolto e ci sentiamo presto.

Ciao ciao!

Fonti e link utili:

 

08 – B come Bellezza

Usiamo le parole “bello” e “bellezza” quotidianamente, ma che cosa significano? Possiamo definire la bellezza? Nella puntata di oggi parliamo di questo e riflettiamo su questi due concetti con l’aiuto di scrittori e poeti. Buon ascolto!

Trascrizione:

Ciao a tutti e buon 2019. Dopo una piccola pausa, sono tornata per nuove puntate del nostro podcast. Spero che sarà un anno bellissimo, ricco di letteratura, cultura e lingua italiana. Continuiamo con il nostro abbecedario, le nostre lettere, il nostro dizionario virtuale e continuiamo con la lettera B. Per la lettera B oggi ho scelto due parole, simili, che significano la stessa cosa: bello e bellezza, un aggettivo e un nome.

Le parole bello e bellezza sono molto usate nel linguaggio quotidiano, però sfuggono a una definizione assoluta. Cos’è bello? Che cosa significa bello? E cos’è bellezza? Vediamo questa indeterminatezza soprattutto quando parliamo di arte. Quante volte, infatti, avete considerato un’opera d’arte un capolavoro, una cosa bellissima, mentre i vostri amici consideravano la stessa opera d’arte orribile?

Proprio a causa di questa caratteristica della bellezza, dall’antichità a oggi, il bello e la bellezza sono stati un po’ interpretati in modi sempre diversi. Queste diverse interpretazioni hanno portato nel tempo a opere, significati e valori sempre nuovi e sempre diversi.

Voltaire nel suo Dizionario filosofico parla della bellezza e dice: “chiedete a un rospo cos’è la bellezza, il bello assoluto, il to kalòn. Vi risponderà che è la sua femmina, con i suoi due grossi occhi rotondi sporgenti dalla piccola testa, la gola larga e piatta, il ventre giallo, il dorso bruno”.

E poi, Voltaire, più avanti nel brano aggiunge: “il bello è assai relativo, così come quel che è decente in Giappone è indecente a Roma e quel che è di moda a Parigi non lo è a Pechino”.

Da dove arrivano le parole “bello” e “bellezza”?

Non possiamo trovare né un significato preciso né una definizione valida e univoca, unica, perché usiamo queste parole per indicare cose molto diverse fra loro.

Bello è un aggettivo che usiamo spesso per indicare qualcosa che ci piace, non solo perché ha doti di armonia ed equilibrio tra le parti (un luogo, un oggetto, un essere vivente, un quadro, un libro possono essere belli), ma anche qualità morali. Diciamo infatti anche: una “bella azione”, una “bella persona”. Quando diciamo “bella persona” non parliamo esclusivamente di bellezza estetica, spesso usiamo la parola bello per indicare qualità più astratte in una persona, come ad esempio la generosità, la bontà, la gentilezza, ecc.

Possiamo dire però che quando usiamo la parola bello per indicare una cosa che ci piace, non siamo sempre spinti da un desiderio di possesso. Bello è  qualcosa che ci attrae, sì, è vero,  ma non vogliamo necessariamente avere questa cosa, è una cosa che possiamo contemplare, osservare con distacco.

Possiamo dire, quindi, che quello che definisce la bellezza è proprio la sua indeterminatezza, è qualcosa che non possiamo toccare, qualcosa che non possiamo definire in modo statico. In quello che definiamo bello c’è qualcosa che sentiamo ma non riusciamo a descrivere bene. Questo succede ancora di più quando parliamo di un’opera d’arte. E come opera d’arte intendo anche letteratura, poesia, pittura, musica.

Parliamo di letteratura

Perché questo podcast riguarda prevalentemente la letteratura. Se leggiamo una poesia, immaginiamo di leggere la poesia L’infinito di Leopardi, sappiamo che la bellezza non è data dal significato letterale, non è data dalla traduzione  che possiamo fare con l’aiuto del dizionario. Quando leggiamo una poesia, come quella di Leopardi, sappiamo subito, immediatamente, che oltre al contenuto c’è qualcos’altro. Le parole che leggiamo dicono molto di più del significato letterale.

Osserviamo appunto il significato letterale. Il verso finale  della poesia L’Infinito di Leopardi, dice così: “E il naufragar m’è dolce in questo mare“. Leopardi usa la parola “naufragare”. Sapete cosa significa “naufragare”? Naufragare significa letteralmente “affondare in mare”: è quello che succede quando una barca affonda, pensiamo al Titanic. È chiaro però che nella poesia di Leopardi  “naufragare” e il “mare” che lui nomina, non sono reali. Immaginate di leggere la stessa parola “naufragare” su un giornale, legata a una tragedia. Pensiamo subito a un incidente, a qualcosa di negativo; questo non è il caso per la poesia di Leopardi. Il verso di questa poesia può essere letto e riletto molte volte, e ogni volta avrà un significato nuovo, un significato diverso per noi. Le interpretazioni sono numerose e varie. Possiamo dire che diamo un significato diverso alla poesia in base alle fasi della nostra vita. Quante volte abbiamo letto una poesia, un racconto o un libro in fasi diverse della nostra vita e abbiamo dato un significato completamente diverso alle parole che leggevamo? Anche se le parole erano esattamente le stesse. Queste stesse parole creano nella nostra testa immagini sempre nuove e la bellezza diventa in questo caso una fonte di infinito stupore e meraviglia. Possiamo, quindi, dire che la parola ha un potere incredibile, un potere grandissimo.

Questa impossibilità di dare una definizione al bello emerge anche se osserviamo la storia e in particolare la storia dell’Arte. Ogni epoca infatti, e ogni cultura, esprimono un’idea di bello diversa. In particolare, dobbiamo precisare che Arte e Bellezza si incontrano più o meno a partire dal 1700. Perché prima di questo momento la bellezza era qualcosa di divino, era riservata alla Natura o al Divino.

Nella storia, tutti i filosofi più importanti hanno riflettuto sulla definizione di bello. Per Platone bello è qualcosa di eterno e assoluto, per Aristotele la bellezza è simmetria e proporzione. E per Dante? Ovvio, non possiamo non nominare Dante! Per Dante la bellezza è un mezzo di perfezionamento morale e di elevazione a Dio. Dante collega la bellezza con Dio e sceglie la sua amata Beatrice, la donna che lui ha amato in vita, per incarnare la bellezza nella sua Divina Commedia.

Ma andando avanti nel tempo…

Fra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si afferma un’idea di bellezza che è un po’ più astratta. La bellezza è infatti nelle cose della vita, però è invisibile. La bellezza si trova nelle cose di tutti i giorni. Pensiamo ad alcuni autori molto famosi, ad esempio Proust o James Joyce, questi autori vedono la bellezza in oggetti quotidiani che apparentemente sono insignificanti. Anche se insignificanti però, questi oggetti possono collegarsi ai ricordi, a qualcosa del nostro passato, del nostro inconscio. In questo modo la bellezza ci fa sentire, ci fa percepire qualcosa che va oltre il tempo, qualcosa di eterno.

Nel 900, poi, smettiamo semplicemente di rappresentare la realtà per come è e cerchiamo nuove forme.  Nel 1900 la bellezza può essere ovunque e in qualunque oggetto.
Interessante osservare che fino ad adesso abbiamo parlato di bellezza, sì, è vero, ma anche la Bruttezza, i canoni del brutto rispondono alle stesse regole. Che cosa è brutto? Anche brutto è un concetto relativo che dipende dagli occhi di chi guarda.

Dopo tutto questo discorso non ci rimane che chiederci:

La bellezza influenza la nostra vita? Possiamo educare il nostro gusto alla bellezza? Ci sono studi interessanti a questo riguardo che parlano, appunto,  della bellezza e la nostra percezione e anche la percezione che gli altri hanno verso di noi. Durante la prossima puntata voglio leggere un breve racconto di uno scrittore italiano che si chiama Gianrico Carofiglio. In questo racconto, intitolato “Calligrafia”, lui parla dell’effetto alone. Avete mai sentito parlare di questo?

Che cos’è l’effetto alone?

Bene, partiamo da descrivere cos’è un alone.

La parola “alone” indica una sfumatura che noi percepiamo intorno a un oggetto, di solito intorno a una fiamma o a un’altra sorgente luminosa. Pensate al fuoco, pensate all’alone, alla parte che noi vediamo oltre alla fiamma, intorno alla fiamma, che non è fuoco.

Questo fenomeno di cui parla Carofiglio si chiama, appunto, “effetto alone” (oppure “halo effect” in inglese), e indica un fenomeno in psicologia che corrisponde a una distorsione cognitiva. Una distorsione cognitiva per la quale la percezione di un tratto di una persona, una caratteristica particolare di una persona, è utilizzato dal nostro cervello per esprimere un giudizio complessivo su quella persona o su quella cosa.

Ci sono studi, infatti, che dicono che tendiamo a giudicare una persona bella e di bell’aspetto anche intelligente e buona, anche se non la conosciamo. In realtà, tutti sappiamo che non c’è nessun collegamento tra la bellezza e l’altezza ad esempio di una persona con intelligenza, la simpatia, l’onestà, il cervello però in questo caso ci inganna. Potremmo dedicare un’episodio intero a questo effetto alone, perché è molto molto interessante e influenza molto la nostra vita di tutti i giorni, sia nel nostro giudicare le persone, sia nel comprare determinati prodotti, quindi nel marketing. Però, per oggi mi fermo qui. Lascio la conclusione e ulteriori riflessioni su questo al prossimo appuntamento in cui, appunto, vi leggerò questo racconto, che parla di questo. 

E oggi concludo con un modo di dire italiano che è adatto all’argomento di oggi. In Italiano spesso diciamo: L’abito non fa il monaco. Che cosa significa “l’abito non fa il monaco”?

Usiamo questa espressione quando vogliamo dire di non fidarsi delle apparenze. Questa frase significa proprio: non giudicare le persone per il loro aspetto esterno, in quanto, non sempre ciò che si vede esternamente corrisponde con il valore interiore di una persona. Mi sembra un modo di dire molto simpatico e anche molto efficace.

 

Va bene, per oggi è tutto. Vi ringrazio per l’ascolto. Come sempre, sono aperta a feedback, commenti e suggerimenti. Vi auguro una buona settimana e ci vediamo presto. Ciao Ciao.

Link utili e collegamenti:

Passeggeri Notturni – Gianrico Carofiglio