31 – V come Viaggio

Perché viaggiamo? Che cosa ci spinge a preparare lo zaino e partire per giorni o mesi. È faticoso, stancante, costoso. Una cosa è sicura, l’uomo ha sempre viaggiato. L’essere umano migra e viaggia dall’inizio dei secoli.
Oggi parliamo di viaggio, viaggio reale e immaginario e di letteratura di viaggio.

Trascrizione

Per quanto mi riguarda, io non viaggio per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per il viaggio. La cosa importante è muoversi.

Stevenson

 

Perché viaggiamo? Che cosa ci spinge a preparare lo zaino e partire per giorni o mesi. È faticoso, stancante, costoso. Dobbiamo cambiare le nostre abitudini, dormire in letti che non sono i nostri, mangiare cibo strano. Eppure perchè viaggiamo? E oggi abbiamo aerei, crociere, treni ad alta velocità, bus di alta classe. In passato molte persone viaggiavano a piedi oppure con mezzi non molto sicuri. Una cosa è sicura, l’uomo ha sempre viaggiato. L’essere umano migra e viaggia dall’inizio dei secoli. Forse è un po’ della nostra origine nomade che ci portiamo nel Dna.

Oggi parliamo di viaggio, viaggio reale e immaginario e di letteratura di viaggio. 

Prima di tutto, definiamo che cosa significa letteratura di viaggio.

Un racconto di viaggio è di solito un racconto, reale o immaginario, che descrive alcuni luoghi estranei a casa nostra. Possono essere viaggi di avventura, di esplorazione, ma anche reportage turistici o giornalistici. Una cosa importante per la letteratura di viaggio è il punto di vista della persona che racconta. Il viaggio è una storia soggettiva, con opinioni, sentimenti e una parte di vita vissuta. Non importa che il viaggio sia vero. Ci sono scrittori che non sono mai andati da nessuna parte. La cosa importante è la voce del narratore, che è una voce in prima persona. 

Detto questo, oggi provo a tracciare brevemente una linea, che percorre alcuni momenti importanti della letteratura di viaggio e dei grandi libri che sono arrivati fino a noi. 

La letteratura che parla di viaggi è una cosa antichissima. L’opera più antica che parla di viaggio è l’Epopea di Gilgamesh, un antichissimo libro sumero. Bhe, libro, in realtà sono tavolette d’argilla! Questa storia ha più o meno 4500 anni, è pazzesco. Gilgamesh è un eroe che ha conosciuto i Paesi del mondo e su queste tavolette sono raccontati i suoi viaggi.

La storia di Gilgamesh si può chiamare “epopea”. Epopea è di solito un racconto di gesta eroiche raccontate in forma di poesia. Anche l’Odissea, la storia dell’eroe greco Ulisse, parla di viaggi ed è un’epopea. Poi abbiamo l’Eneide di Virgilio, il poeta latino che nella Divina Commedia guida Dante nell’Inferno. L’Eneide è la storia di Enea, l’uomo che è destinato a fondare la città di Roma.

Poi abbiamo l’arrivo del Cristianesimo e il Medioevo. Nel Medioevo il viaggio è verso Dio e iniziano i grandi pellegrinaggi dell’umanità. I cristiani diventano pellegrini e iniziano a viaggiare sui grandi cammini latini che esistono ancora oggi. I più famosi sono i pellegrinaggi che vanno a Gerusalemme, a Roma e a Santiago di Compostela. Nascono diari di viaggio e guide per i pellegrini. Allo stesso tempo, il tema del viaggio, è ripreso dal cristianesimo per parlare del viaggio dell’anima, che lascia la terra per avvicinarsi a Dio. 

Ovviamente, se parliamo di viaggio e di letteratura, non possiamo non parlare di Marco Polo. Dal 1100 inizia il desiderio di raccontare viaggi reali. Di solito sono viaggi commerciali, religiosi oppure diplomatici. 

Il Milione di Marco Polo è l’opera più famosa.

Marco Polo era un mercante di Venezia. Lui fa un viaggio in Asia con suo padre e suo zio alla fine del 1200. Marco Polo non scrive il diario, ma racconta i suoi viaggi a uno scrittore che si chiama Rustichello da Pisa. È lui che poi scrive il libro. Il libro parla delle usanze della corte del Gran Kahn, da informazioni utili ai mercanti che nel Medioevo dovevano viaggiare e parla anche di alcuni luoghi biblici, come la valle dell’Eden, ad esempio. Qui, in questo libro, realtà e fantastico sono mescolati. 

Se andiamo avanti nel tempo, troviamo poi le prime esplorazioni geografiche e i diari di bordo. I diari di bordo sono quei diari che i navigatori tenevano quando esploravano nuove terre. Un uomo italiano, Antonio Pigafetta, scrive la relazione del primo viaggio intorno al mondo. Pigafetta scrive il diario di bordo del Primo viaggio intorno al globo di Ferdinando Magellano. Questo viaggio è avvenuto fra il 1519 e il 1522. 

La stampa è inventata a metà del 1400.

Per questo motivo e a causa delle grandi esplorazioni geografiche, le poche persone che sanno leggere iniziano ad interessarsi alla letteratura di viaggio.

I viaggi in terre lontane iniziano ad essere raccontati in modo diverso. E iniziano i grandi romanzi, in prosa o in versi, che raccontano di grandi viaggi reali o inventati.

Un esempio classico è un romanzo che si chiama Orlando Furioso, di Ludovico Ariosto del 1500. I protagonisti di questo romanzo viaggiano in continuazione e si spostano per mari e boschi. Uno di loro va addirittura sulla Luna! I personaggi viaggiano e vedono cose sorprendenti.

Nel tardo 1600 inizia un po’ il turismo. 

Veramente, in questo periodo, i viaggi si dividono un po’ in due categorie: uno i viaggi verso mete già conosciute e due i viaggi di esplorazione. I viaggi verso mete conosciute sono un po’ anticipatori del turismo di oggi. È un turismo intellettuale, di formazione dei giovani.

Gli aristocratici inglesi iniziano a mandare i giovani a Sud, in Sud Europa. Perché? Per educarli. Questo era un viaggio che i giovani facevano per diventare adulti, per entrare in contatto con la cultura, i costumi e l’arte di altri paesi. Il nome di questi viaggi è Grand Tour. Il viaggio durava qualche mese o anche alcuni anni e l’Italia era una delle mete preferite dell’aristocrazia europea. Il fenomeno, il Gran Tour, inizia nel 1500 in Inghilterra, ma piano piano si espande in tutta Europa. Nel 1800 diventa una vera e propria moda europea. Alcuni scrittori e artisti famosi che hanno viaggiato in Italia in questo periodo sono: Byron, Dickens, Mary Shelley, Goethe, Stendhal, Wagner e altri. 

I racconti di viaggio diventano così un modo per esplorare se stessi. Non sono più semplici descrizioni geografiche o oggettive, ma diventano riflessioni filosofiche. 

Il turismo moderno nasce poi dal 1800. Dobbiamo pensare infatti che per le persone diventa sempre più facile spostarsi: il treno rende il viaggio più facile, breve e accessibile. 

Parlando di viaggi scientifici, possiamo accennare brevemente al famoso viaggio che Charles Darwin fa sulla nave Beagle. Durante il suo viaggio fra mari e terre, Darwin può sviluppare le sue capacità analitiche e raccogliere importanti campioni biologici e botanici che sono una vera rivoluzione per l’epoca. Questo viaggio straordinario permette al giovane Darwin di sviluppare la teoria evoluzionistica delle specie. 

Quindi, con il passare del tempo, si separano sempre più i viaggi scientifici da quelli letterari. Per Goethe, il viaggio in Italia è in realtà un viaggio nell’io, un viaggio per scoprire la sua anima. Il viaggio diventa interiore. 

In  Italia, abbiamo uno scrittore molto famoso, che ha scritto tanto e ha viaggiato tanto… Con la mente però! Emilio Salgari non ha mai lasciato la biblioteca. Eppure, nei suoi libri, parla di tigri, di pirati della Malesia e terre lontanissime. In trent’anni di attività, scrive più di 80 romanzi d’avventura. Studia molto, legge molto e i suoi viaggi nella mente sembrano reali.

Dopo la seconda guerra mondiale inizia il viaggio moderno e quello che oggi conosciamo come turismo. I mezzi di trasporto migliorano e diventano più veloci. Non è necessario fare un tour di anni, ma è possibile andare in una meta specifica. I luoghi lontani diventano più vicini. L’uomo esplora il mondo e va nello spazio. 

Il cinema, la televisione e la fotografia portano le immagini dei mondi lontani e le mete diminuiscono. Le persone iniziano ad andare negli stessi posti, nascono stabilimenti, nasce la pubblicità, nasce il moderno turismo. Internet è poi un’altra rivoluzione, perché con internet possiamo viaggiare comodamente seduti sul nostro divano di casa. Il viaggio contemporaneo è un viaggio in cui stiamo fermi, un paradosso.

Voglio concludere l’episodio di oggi con il nome di un grande giornalista e scrittore di viaggio.

Lui è un esempio di letteratura di viaggio, ma anche di reportage. Il suo nome è Tiziano Terzani e secondo me è uno dei migliori giornalisti e scrittori italiani. I suoi libri sono un’analisi dell’uomo, delle paure e dei desideri. Tiziano ha analizzato la realtà in un modo molto personale e affascinante. Ha viaggiato molto in Asia e ha lasciato un ritratto di alcuni conflitti grandissimi: la guerra in Vietnam, la dittatura in Cambogia, il crollo dell’Unione Sovietica, la morte di Mao in Cina. I suoi racconti di viaggio rimarranno sicuramente nella storia. Mi piace questo autore soprattutto per la sua visione profonda e positiva sul mondo. Le guerre, la sofferenza, le tragedie che ha visto non hanno cancellato la sua voglia di vivere e lo sguardo gioioso sul mondo. Vi consiglio di fare una piccola ricerca su internet e di guardare le interviste con quest’uomo. Sicuramente vi piaceranno.

Il nostro viaggio di oggi finisce qui. Buona settimana e buona calda giornata d’agosto!

Link e risorse utili:

30 – U come Unicorno

Unicorni, draghi, basilischi, fenici… La letteratura è piena di animali immaginari. Gli animali immaginari esistono fin dall’antichità e sono una cosa molto antica nella storia umana. A volte la fantasia serve a proteggerci dalla realtà e dalla paura e quando l’uomo non sa qualcosa, usa la fantasia. Oggi facciamo insieme un viaggio nel mondo degli animali immaginari!

Trascrizione

La letteratura è piena di animali immaginari. Gli animali immaginari esistono fin dall’antichità e sono una cosa molto antica nella storia umana. Gli dei Egizi spesso erano una fusione fra un corpo umano e un animale, anche i romani usavano gli animali come simboli. Ancora oggi abbiamo i nostri animali preferiti, gli animali guida e i simboli. Pensiamo all’unicorno che ultimamente va di moda. Esistono oggi nel mercato calzini con gli unicorni e mutande e cappelli e chi più ne ha più ne metta! Io particolarmente amo gli accessori con tartarughe e balene. Tu hai qualche oggetto con gli unicorni? O con altri animali?

Nel podcast di oggi facciamo un viaggio alla scoperta di alcuni animali immaginari che sono presenti nella cultura e nella letteratura.

Durante la storia dell’umanità, l’uomo inventa numerosi animali. Spesso sono creature che sono un mix fra animali reali e caratteristiche immaginarie. A volte sono due animali mescolati insieme. Altre volte l’uomo è unito a corpi d’animali (pensiamo ad esempio al Minotauro che è un incrocio fra un uomo e un toro o a una sirena che è un incrocio fra una donna e un pesce). Pensate che alcune persone credono di aver visto questi animali nel mondo reale e leggiamo sempre sui giornali casi di persone che pensano di aver visto un lupo mannaro o un mostro di Loch Ness. 

A volte la fantasia serve a proteggerci dalla realtà e dalla paura e quando l’uomo non sa qualcosa, usa la fantasia. 

La storia di oggi inizia nel Medioevo

Il Medioevo è un periodo della storia d’Europa che va più o meno dal V secolo dopo Cristo al XV. Pensate, molti molti anni della nostra storia. Il Medioevo È il periodo storico che sta fra l’epoca classica e il Rinascimento. 

Bene, in questo periodo gli animali sono molto importanti e molto presenti. Gli animali nel medioevo sono simboli. E la cosa interessante è che nel Medioevo non si distingue fra animali reali e animali immaginari. Negli affreschi o nelle decorazioni delle chiese nel Medioevo possiamo trovare animali reali insieme ad animali che non esistono. Per l’uomo Medievale questo non è importante. Per lui quello che è reale non è necessariamente vero. Realtà e fantasia si uniscono. 

Nel Medioevo c’erano alcuni libri particolari chiamati Bestiari. Questi libri raccoglievano la descrizione di moltissimi animali, sia reali, sia fantastici. Di solito, le descrizioni degli animali erano accompagnate da insegnamenti morali e frasi dalla Bibbia. Questi libri avevano il compito di insegnare a essere buoni cristiani. 

Ogni animale aveva caratteristiche fisiche e di comportamento e veniva usato per rappresentare una qualità particolare. Pensiamo al leone. Nel Medioevo, le persone pensano che il leone dorma con gli occhi aperti. Per questo motivo, il leone è usato in questo periodo spesso come simbolo di vigilanza. Vigilanza significa “stare attenti”, osservare e proteggere. Per questo motivo oggi possiamo vedere statue di leoni alle porte delle chiese o dei luoghi sacri. Il leone rappresenta in alcune occasioni anche Dio o il Cristo. Il maiale, invece, è un animale opposto che mangia nello sporco, per terra e per gli uomini del Medioevo il maiale è considerato simbolo dell’uomo peccatore, che pensa ai piaceri della terra e dimentica Dio. 

Questi libri, i bestiari, hanno grande successo fino al XIV secolo e poi lasciano piano piano spazio alla scienza. Prima le esplorazioni geografiche e poi la ricerca scientifica portano l’uomo a rappresentare gli animali e la natura in modo più realistico. Si sviluppano biologia, zoologia e medicina.

Questo però non vuol dire che gli animali fantastici sono scomparsi, anzi.

Gli animali immaginari sono presenti nella letteratura, nella scultura, nel cinema, nei nostri disegni da bambini e nei nostri sogni o incubi. 

Vi faccio alcuni esempi. Cercate su internet un quadro di Raffaello che si chiama “la dama col liocorno”. Troverete una donna elegante con lo sguardo misterioso e in braccio un piccolo di unicorno. Nel 1600 è comune trovare l’unicorno vicino a una giovane donna. Perché? L’unicorno è il simbolo della purezza e della castità e per questo è spesso rappresentato vicino a donne vergini. 

Dama col Liocorno, Raffaello

La letteratura è piena zeppa – piena zeppa significa “pienissima – di riferimenti ad animali immaginari. Partendo dai libri antichi, c’è un libro di Plinio il Vecchio, uno scrittore latino, che si chiama “Storia naturale”, poi possiamo pensare al “Beowulf”, un antichissimo poema epico scritto in inglese arcaico. Poi l’Orlando Furioso, un bellissimo poema italiano del 1500 scritto da Ludovico Ariosto. Anche qui troviamo animali immaginari, ma vi parlo di questo più avanti nell’episodio. La Divina Commedia, come non parlare della nostra amata Divina Commedia, con i suoi mostri e gli esseri fantastici. Se poi andiamo avanti nel tempo possiamo pensare ad un autore argentino, Borges che ha scritto il “Manuale di Zoologia Fantastica”. Ancora più contemporaneo e più popolare, pensiamo a Harry Potter e a tutti i libri magici scritti da J.K. Rowling

Parlando di film: tutti conosciamo La storia Infinita del 1984. E poi Dragon Heart oppure il cartone Hercules della Disney. Poi animazioni, Dragon Trainer e altri.

Oggi, parlo un paio di animali immaginari. State tranquilli, non mi dilungherò troppo, non sarò troppo lunga. Ma penso che siano cose interessanti. 

Il primo animale è lui: l’unicorno!

Questo animale è di solito bianco, con gli occhi blu, il corpo di un cavallo, un corno a spirale sulla fronte. Era anche rappresentato in passato con la coda di un leone e la barbetta di capra. Anche se oggi questi elementi non ci sono sempre. Ha poteri magici, in particolare il suo corno protegge da tutti i veleni. 

ca. 1602 — The Maiden and the Unicorn by Domenichino — Image by © Alinari Archives/CORBIS

La prima persona che descrive un unicorno è un medico che si chiama Ctesia e vive in Grecia 2500 anni fa. L’unicorno, senza corno, non può vivere o almeno così dice la leggenda. Tanto tempo fa esistevano veri e propri cacciatori di unicorni, persone che davano la caccia a questo animale per prendere il suo corno magico. Dal corno, infatti, era possibile creare delle coppe da cui bere senza aver paura di essere avvelenati. Nessuno ha mai catturato un unicorno. Ma alcuni ciarlatani del Medioevo vendevano altri tipi di corni fingendo di vendere un corno vero di unicorno. La parola “ciarlatano” che ho usato poco fa significa persona disonesta, di solito è una persona che con le bugie vuole avere un vantaggio economico. È una parola simpatica: ciarlatano.

L’unicorno era anche chiamato Leocorno o Alicorno o Liocorno. Anche Leonardo da Vinci parla di lui e lo disegna. Oggi, una contrada del famoso Palio di Siena si chiama Leocorno ed ha come simbolo questo animale. Il Palio di Siena è una competizione storica di origine medievale dove i quartieri di Siena (le contrade appunto) si sfidano in una corsa con i cavalli. 

Un animale un po’ più pericoloso è il basilisco.

Il basilisco, chiamato anche “re dei serpenti” è appunto un serpente con la testa di gallo. È un animale mortale che può uccidere con un solo sguardo o con il suo potentissimo veleno. Plinio il Vecchio, il poeta latino, scrittore e filosofo latino del I secolo dopo Cristo, dice che il basilisco è molto piccolo, ha una lunghezza di circa 20 centimetri. 

Rappresentazione del basilisco (1510)

Il basilisco può uccidere con un morso oppure può pietrificare con lo sguardo. Come nasce? Questo è interessante. Nasce da un uovo di gallo vecchio, quindi un gallo vecchio, sentite, un uovo di gallo vecchio covato per circa nove anni da un serpente o un rospo. Covare un uovo significa tenerlo al caldo, come fanno le galline. L’uovo del basilisco è covato da un serpente o un rospo. 

Se avete letto i libri o visto i film di Harry Potter, potete ricordare che nel secondo capitolo della saga, il mago affronta proprio un enorme basilisco. 

E se siete fan di Harry Potter come me, ricorderete anche un altro animale mitologico che compare nel film: l’ippogrifo. Se non seguite Harry Potter, tranquilli, vi perdono.

Adesso vi spiego io che cos’è l’ippogrifo

Questo è un animale che è metà cavallo e metà grifone. Il grifone è anche lui un animale leggendario, un misto fra un’aquila e un leone. L’ippogrifo ha le ali, il corpo da cavallo, il petto da leone e la testa d’ aquila. Ha grossi artigli, ma non è cattivo. Mangia insetti e piccoli mammiferi. 

Probabilmente si parlava da prima di questo animale, ma il primo a parlare e scrivere dell’ippogrifo è stato Ludovico Ariosto, uno scrittore italiano del 1500. Nel suo Orlando Furioso parla di questo animale e lo descrive. Dopo Ariosto, la letteratura si è riempita di ippogrifi e questo animale è entrato nella conoscenza comune. 

Poi abbiamo il drago. Beh, il drago è forse l’animale mitologico fra tutti più presente nelle nostre storie e nei film. Il drago è una specie di grande lucertolone, di grande serpente con zampe e ali che può volare molto in alto e possiede una forza straordinaria. A volte è simbolo del male, spesso nella nostra cultura occidentale è così, però nella cultura orientale rappresenta spesso la protezione ed è un simbolo positivo. Può nuotare e spesso sputa il fuoco.

Nella cultura greca il drago è già presente e sia greci che romani usavano la parola “drago” per descrivere piccoli rettili, di solito non pericolosi. La letteratura religiosa ha molti draghi. E sono famose le lotte fra i draghi e i santi: pensiamo ad esempio a San Giorgio, che nella leggenda combatte contro un drago. 

Paolo Uccello, San Giorgio e il Drago, 1460 circa

Anche un conte italiano ha combattuto contro un drago. Siamo in Italia, precisamente in Toscana nel 1488. Un drago terrorizza le persone del paese e il conte Guido Sforza decide di intervenire. Entra nella foresta e combatte contro il mostro. Torna nel suo castello con il teschio dell’animale. Il teschio sono le ossa della testa. Il teschio, questo teschio è ancora presente in questo piccolo paesino in Toscana. Tutti negli anni hanno sempre pensato che fosse una testa di drago, quando Nel 1900 un esperto di coccodrilli americano analizza le ossa e dice che sono ossa di un coccodrillo del Nilo. Bene, un coccodrillo del Nilo. Che cosa ci facevano le ossa di un coccodrillo del Nilo in Toscana nel 1500? A questa domanda non abbiamo ancora una risposta!

Bene, il nostro viaggio nell’immaginario oggi finisce qui. Spero che sia stato interessante incontrare questi esseri fantastici. Esistono centinaia di animali fantastici e ogni regione, ogni paese e ogni città ha i propri.

Questa è la mia lista, ma sono sicura che ci sono molti altri animali interessantissimi.

Per favore, se conosci animali immaginari tipici del tuo paese scrivimi! Oppure vai su Instagram, pubblica una foto e taggami. Il mio nome su Instagram è @italianwithlinda. 

Anche per questa settimana è stato un piacere, a presto e buona settimana

 

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29 – T come Tiramisù

Tutti conoscono il Tiramisù. Il dolce italiano cremoso fatto con savoiardi, mascarpone e caffè. Ma conoscete la storia di questo favoloso dolce? Sapete che questo dolce è stato conteso per anni? Scopriamo oggi insieme la storia del Tiramisù!

Trascrizione

Lo sappiamo tutti, l’Italia è la terra della cucina, del gelato, del gusto. Sono molte le ricette tipiche e ogni piccolo paesino ha qualcosa di gustoso da offrire. Molte parole italiane legate al cibo sono entrate nei vocabolari italiani e sono conosciute in tutto il mondo: pasta, pizza, cappuccino, gelato. Ma se vi chiedo di pensare a un dolce, a cosa pensate?

Immaginate, siete in un ristorante, avete appena mangiato un bel risotto alla zucca e gorgonzola, avete bevuto un buon bicchiere – o due – di vino. La pancia è piena, l’umore è alto. Si avvicina il cameriere e vi chiede: un dolce?

Che cosa rispondete? 

Io so che cosa risponderei, senza pensarci un secondo: Tiramisù!

Eh sì, il tiramisù è il dolce italiano per eccellenza, gustoso, ricco e insostituibile. 

Ma il Tiramisù è un dolce abbastanza recente, non ha una storia molto antica. Non compare nei ricettari antichi, almeno non con questo nome e con questi ingredienti. Non c’è il Tiramisù nel ricettario di Artusi. E la sua storia è stata per anni un mistero. La creazione del Tiramisù è stata contesa – combattuta –  fra molte regioni: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Piemonte. 

Nel 2016 è uscito un libro, scritto da Clara e Gigi Padovani che ha raccontato finalmente la storia del Tiramisù. I due giornalisti hanno iniziato un viaggio in Italia per cercare la ricetta originale e il luogo di nascita di questo famoso dolce amato e gustato in tutto il mondo. 

Oggi parliamo di Tiramisù.

Iniziamo dagli ingredienti.

La ricetta attuale del Tiramisù conosciuta internazionalmente prevede: uova, zucchero, mascarpone, savoiardi, caffè e una spolverata di cacao. Prima di raccontare la storia del Tiramisù, diciamo due parole sugli ingredienti.

I Savoiardi.

I savoiardi sono biscotti dolci, leggeri e friabili di forma lunga. A causa di questa lunga forma che ricorda un dito, sono chiamati in inglese lady fingers. Sono dolci leggeri e conosciuti in tutta Italia.

Il nome arriva dai Savoia, una delle più antiche dinastie d’Europa. Non abbiamo tempo di parlare di questo adesso, ma i Savoia hanno governato in parte dell’Italia per molti anni e la famiglia Savoia ha regnato negli anni in cui l’Italia era una monarchia. L’Italia era una monarchia e questa famiglia governava, era re. Dall’anno dell’unità, il 1861 alla proclamazione della Repubblica nel 1946. Una piccola curiosità, che non è legata al Tiramisù ma è interessante. Sapete perché la nazionale italiana indossa l’azzurro? Il colore azzurro non c’è sulla bandiera italiana ma era il colore di Casa Savoia. Dopo l’arrivo della Repubblica, questo colore è stato tenuto come colore ufficiale della nazionale.

Comunque, torniamo ai Savoiardi.

La ricetta di questi biscotti è antica e risale al 1400, 1500 quando il cuoco di corte inventa la ricetta per accogliere i reali di Francia.

Se i Savoiardi sono biscotti molto leggeri, la ricetta del Tiramisù prevede oggi un formaggio non molto leggero: il mascarpone. Il mascarpone è ipercalorico! Non siamo sicuri sull’origine del nome, ma sappiamo che è un prodotto della Lombardia. Alcune fonti dicono che Napoleone amasse questo formaggio, tanto da portarlo nei suoi banchetti a Parigi. La produzione industriale del mascarpone inizia in Lombardia alla fine dell’800. A causa della sua cremosità, il mascarpone è un ingrediente fondamentale del Tiramisù.

Conoscete gli altri ingredienti.

Ora passiamo alla storia.

Eh sì, perchè la storia del Tiramisù è dibattuta, controversa

Sicuramente sono state molte le influenze e gli esperimenti che hanno portato alla creazione del Tiramisù come lo conosciamo oggi. Il Pasticcere Iginio Massari dice che le origini di questo dolce sono povere perché ricordano la colazione contadina dei bambini: un tuorlo d’uovo – il tuorlo è la parte rossa – sbattuto con zucchero in cui si inzuppavano i Savoiardi. Il tutto accompagnato, per gli adulti, da una tazza di latte e caffè. 

Ci sono teorie che dicono che questo dolce è stato inventato in Piemonte, teorie che dicono che risale al 1600 ed è nato in Toscana. In realtà i Savoiardi e il Mascarpone erano ingredienti che non erano diffusi in Toscana in quel periodo, nel 1600 e non ci sono molte prove a sostegno della nascita piemontese del dolce. 

Fortunatamente due giornalisti Clara e Gigi Padovani ci vengono in aiuto.

Nel loro libro “Tiramisù storia , curiosità , interpretazioni del dolce italiano più amato”, Clara e Gigi Padovani cercano di fare chiarezza in una storia che è stata misteriosa per molti anni.

I due autori iniziano un viaggio in Italia per cercare documenti e storie legate alla nascita del Tiramisù.

Che cosa scoprono?

Iniziano da Treviso, perché tutti sapevano che a Treviso, in Veneto negli anni 70 era preparato e venduto un dolce che si chiamava Tiremesu. Poi, cercano nella storia, trovano alcuni documenti che dicono che esiste una ricetta precedente con il nome di Tireme su. Questa ricetta però non ha Savoiardi, Mascarpone e caffè. Ha solo il nome, trovato in una nota fiscale degli anni 50. 

I Padovani continuano la loro ricerca e trovano un altro ristorante, sempre in Friuli Venezia Giulia, in un piccolo paesino, che prepara un dolce uguale al Tiramisù di oggi

Parliamo di Tolmezzo, questo è il nome del paese e Hotel Roma è il nome dell’albergo. Qui la signora Norma Pielli – proprietaria dell’albergo –  preparava un dolce che ti chiamava “Torino”. Questo dolce seguiva una ricetta di Pellegrino Artusi – si, abbiamo già parlato di lui in una puntata precedente del podcast. Artusi è un po’ il padre della cucina italiana, quello che ha scritto il primo ricettario. Il Torino dell’Artusi era fatto con Savoiardi, burro, uova, cioccolato, latte. I Savoiardi erano bagnati in un liquore, non nel caffè. La signora Norma – come racconta il figlio – decide di sostituire il burro con il mascarpone, il liquore con il caffè e il cioccolato con il cacao in polvere.

Riconoscete gli ingredienti? Bene, sì, sono quelli del Tiramisù di oggi! Il nome era Trancia al mascarpone, la ricetta prende il nome di Tirimi-sù più avanti. La forma Tirimi-su compare nei menu dell’Albergo Roma per la prima volta nel 1959. Mario del Fabbro, il figlio dei due proprietari dell’Hotel Roma e della signora Norma, racconta che questo dolce con il mascarpone era diventato popolare e nel fine settimana molte persone passavano in albergo dopo aver sciato. Un giorno, un gruppo di sciatori crea il nome Tirami-su.
Perché? Questo è collegato alla capacità energizzante del dolce. Sempre secondo i racconti questi sciatori dicono: “questo dolce mi tira veramente su!”. Da questa occasione nasce il nome del dolce conosciuto oggi in tutto il mondo.

E il Veneto?

Il Veneto è la regione dove c’è Venezia. Guardate una mappa dell’Italia così vedete bene le due regioni: il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. Bene, il Veneto non è molto contento! I veneti non sono stati molto contenti quando hanno saputo che il Tiramisù non è stato inventato in Veneto. Però dobbiamo dire una cosa. È vero che la ricetta originale arriva dal Friuli, ma il Veneto è la regione che ha fatto diventare questo dolce famoso nel mondo. Grazie al lavoro dei ristoratori Veneti, primo fra tutti il famoso ristorante Alle Beccherie di Treviso, il Tiramisù è diventato famoso in tutto il mondo. 

E non solo sulla Terra, ma anche nello spazio! 

Nel maggio 2013 l’astronauta italiano Luca Parmitano, in orbita nella stazione spaziale Internazionale ha richiesto un menu speciale. Dovete sapere che gli astronauti europei possono portare in orbita un menù tipico del proprio paese, per sentirsi un po’ più vicini a casa. Questo è il menu che Parmitano ha scelto nel 2013. Sentite:

tarallucci alla cipolla con crema di pomodoro, lasagne alla bolognese, risotto al pesto e, da buon siciliano, una parmigiana di melanzane (che lui dice “mi serviva per sopravvivere”), tutto seguito da un ottimo Tiramisù. 

Un menù da buon italiano. Cosa portereste nello spazio? Se io fossi un astronauta, io porterei nello spazio parmigiana di melanzane, insalata caprese e fiori di zucca in padella. 

Bene, ho raccontato un po’ la storia del Tiramisù. In Italia, avete visto, siamo un po’ competitivi e ci sono altri piatti che sono contesi fra regioni diverse. Prima fra tutte la pasta alla carbonara. A me non importa, quando ho un cucchiaio in mano e un tiramisù davanti sono contenta!

Ciao a tutti,

buona settimana

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28 – S come Scrittura – Jhumpa Lahiri

Oggi racconto la storia di Jhumpa Lahiri, una scrittrice che si è innamorata della lingua italiana e ha deciso di adottarla. Oggi parliamo di “In altre parole”, un viaggio nella lingua italiana. Il viaggio nella lingua italiana è fatto di passione, scoperta, ricerca, ma anche imperfezione e frustrazione. Un libro consigliatissimo a tutti quelli che stanno studiando l’italiano.

Trascrizione

La scrittura è uno strumento terapeutico. Uno strumento che ci aiuta a indagare noi stessi, a entrare in profondità, e a osservare le cose del mondo.  La scrittura è un mezzo per l’arte. Molti scrittori scrivono soprattutto per se stessi, per analizzare i propri sentimenti, per sfogarsi, per affrontare demoni e paure.  Di solito la scrittura è nella nostra lingua madre. La nostra lingua madre infatti ci rappresenta. Le nostre parole ci rappresentano. La nostra lingua madre è la nostra identità. 

Ho finito di leggere da poco un libro scritto da una scrittrice che non è nata in Italia. Una scrittrice che ha deciso di usare l’Italiano come lingua della scrittura e del quotidiano,  anche se l’italiano non è la sua lingua. Questa donna ha deciso di mettersi alla prova, di abbandonare la sua lingua madre e iniziare un viaggio in un mondo fatto di parole straniere.

 Lei si chiama Jhumpa Lahiri, il suo libro è In altre parole.

Jhumpa nasce a Londra da genitori Bengalesi e cresce negli Stati Uniti, a Rhode Island. Si dedica alla scrittura fin da giovane e nel 2000 vince il premio Pulitzer con il romanzo “L’interprete dei malanni” – questo il titolo in Italiano. Pubblica vari libri di successo e scrive per il New Yorker. 

Il suo contatto con l’Italiano inizia dopo l’università, quando fa un viaggio a Firenze e si innamora del nostro paese, ma soprattutto della nostra lingua. L’Italiano le sembra da subito qualcosa di familiare. La stessa Lahiri scrive: 

“L’italiano sembra già dentro di me e, al tempo stesso, del tutto esterno. Non sembra una lingua straniera, benché io sappia che lo è. Sembra, per quanto possa apparire strano, familiare. Riconosco qualche cosa, nonostante non capisca quasi  nulla”.

Dopo questo primo viaggio in Italia, torna a New York e continua con la sua vita. Ma non dimentica l’Italiano. Continua a studiarlo, con tenacia e insistenza. Nel 2012 una scelta drastica: Jhumpa Lahiri decide di trasferirsi con la famiglia in Italia. Così lascia tutto e si trasferisce a Roma con il marito e i figli. Ben presto capisce che questo non basta, il suo viaggio non finisce qui. Inizia a dedicarsi con ossessione allo studio dell’italiano, si avvicina a questa lingua che era straniera per lei. E fa una cosa più grande: inizia a scrivere in Italiano

In altre parole

In altre parole, il libro che vi consiglio oggi, è un libro scritto da Jhumpa in italiano. 

 In questo libro Jhumpa racconta del suo amore per la lingua italiana e del suo viaggio coraggioso in un altro mondo.  Un amore che diventa quasi un ossessione quando lei decide di lasciare tutto quello che ha negli Stati Uniti e di trasferirsi con la sua famiglia in Italia.  Dovete pensare che al momento del trasferimento in Italia lei era una scrittrice famosa è affermata negli Stati Uniti, aveva appena vinto un premio molto importante, un premio Pulitzer.  I suoi libri vendevano e lei era una scrittrice di successo.

Perché allora lasciare tutto e decidere di trasferirsi in un altro paese, con un’altra lingua, un’altra cultura e altre abitudini.  E soprattutto, perché iniziare a scrivere in una lingua che non è la nostra? In una lingua che non ci appartiene?

Per lei, questo è un esperimento, è la ricerca di un altro punto di vista. Cerca “altre parole” per descrivere la realtà fuori e la sua realtà interiore. 

Il libro è molto molto interessante perché parla di questo viaggio  e racconta in un modo molto profondo e semplice le difficoltà e le frustrazioni che tutti proviamo quando vogliamo esprimerci  con una lingua che non è la nostra. Il libro racconta degli ostacoli e dei dubbi. Racconta della solitudine e del senso di inadeguatezza.  Con capitoli brevi Jhumpa racconta il suo trasferimento a Roma, il suo amore per la lingua, i primi racconti in italiano e le prime interviste in italiano. Racconta di questo rapporto d’amore con questo amante – la lingua italiana appunto – che la attrae ma poi la respinge. Racconta anche del suo incontro con i grandi autori del passato, i grandi della letteratura italiana che lei incontra nel suo studio solitario. 

Il viaggio nell’italiano si intreccia con un viaggio nel passato, nella sua vita.  Parla della sua infanzia da bambina nata da genitori bengalesi a Londra e poi cresciuta negli Stati Uniti.  Parla del rapporto con le lingue della sua vita: il bengalese e l’inglese. Tutte e due forti ma nessuna completamente la sua lingua madre. Ed è qui che entra l’italiano.  La lingua italiana per Jhumpa, oltre a essere un grande amore, è anche una via di fuga. Un modo per una scrittrice esperta e una donna profonda di liberarsi dalle aspettative,  dalle abitudini e dalle maschere che portiamo ogni giorno. Questo viaggio in Italia e nella lingua italiana e anche un viaggio nell’identità.

 Chi sono io?  Qual è il mio passato? Che cosa sto cercando?  Tutte queste domande sono una ricerca continua per tutti noi.

Il libro mi è piaciuto molto perché Jhumpa è una scrittrice molto profonda che sa analizzare con parole perfette il mondo intorno a sé e il mondo dentro di sé.  

 I capitoli sono brevi, la difficoltà del testo aumenta piano piano e le parole sono ricercate. Penso che questo libro sia adatto a tutte le persone che stanno studiando una lingua straniera. 

Non voglio parlare troppo oggi, ma voglio leggervi un piccolo pezzo del libro. 

Andiamo:

“Per colpa della mia identità divisa, per colpa, forse, del mio carattere, mi considero una persona incompiuta, in qualche modo manchevole. Può darsi che ci sia una causa linguistica: la mancanza di una lingua con cui possa identificarmi. Da ragazzina, in America, provavo a parlare il bengalese alla perfezione, senza alcun accento straniero, per accontentare i miei genitori, soprattutto per sentirmi completamente figlia loro. Ma non era possibile. D’altro canto volevo essere considerata un’americana, ma nonostante parlassi quella lingua perfettamente, non era possibile neanche quello. Ero sospesa anziché radicata. Avevo due lati, entrambi imprecisi. L’ansia che provavo, e talvolta provo ancora, proviene da un senso di inadeguatezza, di essere una delusione.

Qui in Italia, dove mi trovo benissimo, mi sento imperfetta più che mai. Ogni giorno, mentre parlo, mentre scrivo in italiano, mi scontro con l’imperfezione. Questa linea sinuosa lascia una traccia, mi accompagna ovunque. Mi tradisce, rivela che non sono radicata in questa lingua.

Perché mi interessa, da adulta, da scrittrice, questa nuova relazione con l’imperfezione? Cosa mi offre? Direi una chiarezza sbalorditiva, una consapevolezza più profonda di me stessa. L’imperfezione dà lo spunto all’invenzione, all’immaginazione, alla creatività. Stimola. Più mi sento imperfetta, più mi sento viva.

Scrivo fin da piccola per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita. In un certo senso la scrittura è un omaggio prolungato all’imperfezione. Un libro, così come una persona, rimane qualcosa di imperfetto, di incompiuto, durante tutta la sua creazione. Alla fine della gestazione la persona nasce, poi cresce. Ma ritengo che un libro sia vivo solo mentre viene scritto. Dopo, almeno per me, muore.”

(da “In altre parole” di Jhumpa Lahiri)

 

Bene, vi lascio questo invito oggi: cercate quest’autrice, ascoltate le interviste, leggete il suo libro. Le sue parole sono un messaggio per tutte le persone che provano a esprimersi con una lingua che non è la loro lingua madre.

Per oggi è tutto,

A presto

Fonti e risorse utili:

The Italian Book Club

Hai letto questo libro e vuoi parlarne con persone che studiano l’italiano? Unisciti al Book Club di Speak Italiano! Un incontro mensile per parlare di libri, cultura e lingua italiana.

Trovi tutte le informazioni qui.

27 – S come Sport

Ripercorriamo oggi insieme la storia del Giro d’Italia. Parliamo di sport e di un momento importante della storia sportiva italiana. Ci sono molti aneddoti legati al Giro d’Italia e oggi voglio raccontarne alcuni! Buon ascolto.

Trascrizione

Si sta svolgendo in questi giorni il Giro d’Italia. Questo, il Giro D’Italia, è una corsa in bicicletta, maschile a tappe. Si svolge una volta all’anno sulle strade italiane. Occasionalmente la gara coinvolge anche altri paesi. Il Giro d’Italia è una manifestazione molto importante nel calendario sportivo italiano e quest’anno è l’edizione numero 102. Sono 21 tappe, per un totale di 3.578 (ripeto 3578) chilometri. Ogni tappa è lunga in media 170km. In media significa che alcune tappe sono un po’ più lunghe altre un po’ più brevi.

In questo episodio voglio raccontarvi brevemente la storia di questa manifestazione. Ci sono molte cose interessanti legate al Giro d’Italia e oggi le vediamo insieme. 

La prima edizione del Giro è nel 1909. 

Qual è il contesto politico della Penisola in quell’anno? Gli italiani erano 33 milioni – pensateci, quasi la metà di quello che siamo oggi, la metà – ma alle elezioni di quell’anno avevano votato solo 2 milioni. A Belfast in Irlanda del Nord era iniziata la costruzione del Titanic. Lo stipendio di un operaio era di due lire al giorno, più o meno il prezzo di un pezzo di pane. Le biciclette erano 600000, non tantissime. Ma pesavano tanto. Di solito pesavano 15 kg o di più perché erano fatte di ferro. Le biciclette avevano un freno solo e non avevano il cambio. Il cambio è quel meccanismo che permette di cambiare la lunghezza della catena, per fare meno fatica in salita. Insomma, le biciclette nel 1909 non erano comode come le biciclette di oggi.

Una bicicletta discreta, discreta significa non ottima, ma non brutta, costava più o meno 100 lire. 

La Gazzetta dello Sport è un giornale sportivo che, nel 1909, esce tre volte a settimana e costa 50 centesimi. Nel 1909 la Gazzetta dello Sport organizza il primo Giro d’Italia. 

Oggi gli Italiani seguono molto il calcio, probabilmente conoscete il calcio italiano. In quel periodo il calcio non era popolare come oggi. Le persone seguivano la scherma, il pugilato, il canottaggio e il ciclismo. 

Aumentavano le gare di ciclismo su strada. Nel 1870 c’era stata una gara da Firenze a Pistoia e nel 1876 la prima Milano-Torino. Il tour de France era nato nel 1903.
Il primo Giro d’Italia del 1909 prevede 2.448 chilometri in otto tappe. Si iscrivono 166 persone, partono in 127 e 49 persone riescono a finire il giro. Molti numeri oggi, oggi pratichiamo i numeri!
Ripeto: il primo Giro d’Italia del 1909 prevede 2.448 chilometri in otto tappe. Si iscrivono 166 persone, partono in 127 e 49 persone riescono a finire il giro.

Dovete pensare che oggi partecipare al Giro d’Italia non è semplice. È necessario avere uno sponsor e una forma fisica eccezionale. I ciclisti che partecipano oggi sono atleti e si allenano tutto l’anno per questo. 

Nel 1909 invece, durante il primo giro d’Italia, le iscrizioni erano aperte. Questo significa che tutti potevano partecipare, quelli un po’ matti – insomma – abbastanza per provare un’impresa  così grande e faticosa!

Anche nel 1909 c’erano sei squadre con il nome dello sponsor e chi dava le gomme per le biciclette. L’assistenza però non era sicuramente come quella di oggi. Pensate anche alle strade: le strade non erano assolutamente come quelle di oggi.

Gli isolati

C’erano  molti corridori chiamati “isolati”. Isolati significa che non avevano uno sponsor ma correvano da soli. Queste persone dovevano fare tutto: pagare le spese e trovare da mangiare e da dormire. Ma voi chiederete: Perché queste persone partecipano al Giro con condizioni così difficili? Perché speravano di guadagnare di più rispetto al lavoro nei campi o alla fabbrica. Il premio per il vincitore prevedeva infatti soldi un premio in denaro.
Gli isolati lasciavano il loro bagaglio alla partenza e lo recuperavano all’arrivo. Dopo 10 ore o più sulla bicicletta dovevano trovare da mangiare e da dormire. 

Le strade, poi, come ho già detto, in quegli anni erano sconnesse e spesso non asfaltate. Era insomma un’ impresa e molta molta fatica. 

Il Primo Giro D’Italia

Il primo Giro d’Italia inizia a Milano e i ciclisti partono di notte. Molte persone avevano tra i venti e i trenta anni e quasi tutti erano poveri o non molto ricchi. Fra gli iscritti del 1909 ci sono 5 stranieri, che però non riescono a concludere tutto il Giro. Sicuramente le persone che partecipano nel 1909 erano molto diversi dal modello di ciclista che vediamo oggi in televisione. Molti avevano i baffi (che erano di moda a quell’epoca), erano abituati a biciclette molto pesanti e a strade polverose e non asfaltate. Non avevano vestiti costosi, erano persone umili. 

Il vincitore del primo giro d’Italia si chiama Luigi Ganna. Rossignoli, un altro ciclista molto forte e possibile vincitore, arriva terzo perché investito da un cavallo! Sì, avete sentito bene: investito da un cavallo. Un cavallo, l’animale.

Luigi Ganna, il vincitore, aveva 25 anni e aveva lavorato come muratore. Prima della sua carriera come ciclista, la bicicletta era per Ganna un importante mezzo di spostamento. La sua famiglia non era ricca e fin da giovane usa la bicicletta per andare a lavorare a Milano come muratore. Percorre ogni giorno molti chilometri, su strade malmesse e sterrate.

Dopo la vittoria, Luigi Ganna diventa famoso, corre altre gare e negli anni successivi fino alla sua morte si dedica alla sua  fabbrica di biciclette.

Il Giro d’Italia è cresciuto molto dalla prima edizione del 1909 e oggi è un appuntamento molto importante in Italia. È conosciuto internazionalmente e trasmesso in diretta televisiva. Ancora molte persone scendono in strada per vedere i campioni passare. 

Si è fermato per un paio d’anni durante la Prima e poi la Seconda guerra Mondiale. Per questo motivo, anche se il primo Giro è stato 110 anni fa, l’edizione di quest’anno è la numero 102.

Ci sono molte storie interessanti e simpatiche legate al Giro e ci sono molti libri belli e interessanti che raccontano dei grandi campioni. Storie di sofferenze, vittorie, sconfitte, paure e desideri. Storie di quando lo sport era un sogno per le classi più povere e umili.
Il Giro d’Italia ha alimentato per anni la fantasia e la passione di scrittori e cantanti. Il Giro d’Italia è una gara agonistica che fino a qualche anno fa riusciva davvero a unire gli Italiani che si sentivano parte di una stessa nazione.

Ecco per voi un paio di aneddoti divertenti sul giro.

La storia racconta che quando Luigi Ganna, il primo vincitore, arriva al traguardo del primo giro d’Italia, dopo ore e ore sulla sua bicicletta, le prime parole che pronuncia ai giornalisti non sono molto raffinate. A una domanda di un giornalista su come sta, Ganna risponde in dialetto della Lombardia: “me brüsa tanto el cü”, espressione che si può tradurre con: “mi brucia tanto il fondoschiena!”. Sì, la parte bassa della schiena. Beh, dobbiamo pensare che i sellini delle biciclette non erano molto comodi in quegli anni, pensate ore sulla bicicletta! 

I furbetti

Nella storia del Giro d’Italia ci sono stati anche atleti un po’ furbetti. Nel 1909 non c’erano ancora i sistemi di controllo che ci sono oggi e non c’erano le telecamere. Quattro ciclisti sono squalificati perché hanno preso un treno per andare da Bologna a Chieti. Come diciamo in italiano: “ci hanno provato”!

Nel 1914, invece, tre ciclisti si attaccano a un’automobile per fare una salita.

Record

Il Giro non è stato mai vinto dalla stessa persona per più di 5 volte. I ciclisti che hanno raggiunto questo record sono Alfredo Binda, Fausto Coppi e il belga Eddy Merckx – scusatemi ancora, perdonatemi per la mia pronuncia di nomi stranieri. Questo in particolare, Eddy Merckx, ha un sacco di consonanti. Mi scuso se ci sono persone dal Belgio che mi ascoltano. Dovrei fare un corso intensivo per pronuncia di nomi stranieri! Comunque…

Fausto Coppi è stato anche il vincitore più giovane, ha partecipato al suo primo Giro d’Italia con vent’anni. 

Nel 1997 Mario Cipollini batte il record della velocità con 48, 52 km all’ora. Praticamente, Cipollini ha quasi preso una multa per eccesso di velocità perché in Italia la multa per eccesso di velocità arriva con 50 km all’ora in centro abitato e Mario Cipollini tocca quasi questa velocità, un record.

Alfonsina Strada

Il Giro d’Italia è una gara maschile, ma nel 1924 una donna riesce a partecipare fra tutti concorrenti uomini. Il suo nome è Alfonsina Strada e riesce a partecipare tra molte polemiche. Quell’anno partono 90 persone, arrivano al traguardo 30 persone. Alfonsina riesce a completare il giro, ma i suoi tempi non sono calcolati perché è fuori tempo massimo. Quindi non calcolano i tempi delle ultime tappe. In ogni caso, Alfonsina è l’unica donna ad aver partecipato al giro e la prima donna che in una competizione sportiva italiana ha provato a competere con gli atleti uomini.

 

Bene, spero di aver ispirato in voi un po’ di curiosità sul giro d’Italia. Potete vedere in televisione o su internet ancora le ultime tappe del Giro di quest’anno. Per oggi vi saluto, a presto, Ciao Ciao.

Fonti e link utili:

26 – R come Risata – Campanile

Continuiamo il viaggio nell’umorismo con un altro autore che mi piace molto: Achille Campanile.

Trascrizione

Durante l’ultima puntata abbiamo parlato di Luigi Pirandello, continuo oggi e parlo di uno scrittore che si chiama Achille Campanile.

Ho scoperto Achille Campanile durante l’università. Questo scrittore non è molto conosciuto, sicuramente non come Pirandello. Anche lui è un umorista del 1900. Nasce nel 1899 a Roma, è leggermente più giovane di Pirandello. 

L’umorismo di Campanile è un po’ surreale, intellettuale, che gioca con le parole e con i significati. Campanile era un personaggio bizzarro, al confine fra il particolare e il pazzo. Inizia la sua carriera come giornalista e poi scrive molto. Anche lui pubblica opere teatrali, romanzi, poesie. Scrive molte “tragedie in due battute”. Queste sono piccole frasi, con un finale ad effetto. Spesso sono giochi di parole o giochi intellettuali.

Anche per Campanile ridere è uno strumento con cui possiamo affrontare la vita. Con la risata, possiamo analizzare la realtà e reagire di fronte a quei momenti che non sono molto felici. Voglio leggervi oggi un piccolo pezzo preso da un romanzo di Campanile che si chiama “Il povero Piero”. Qui Campanile parla della morte in un modo un po’ particolare. Rompe un tabù e parla della morte in modo ironico, senza filtri. Ascoltate. 

Malgrado la quasi assoluta certezza che tutti dovremo morire, e l’assoluta certezza che tutti quelli che ci hanno preceduto sono morti, pure tutti restano sorpresi dal fenomeno. Dirò di più: lo considerano una cosa incredibile e addirittura impossibile. Sentite questi due signori:

(…)

Il Povero Piero, Achille Campanile

 

Bene, il libro va avanti in un modo molto divertente, ci sono molte vicissitudini, molti avvenimenti che ruotano intorno a questa morte del “povero Piero” , che poi non si sa bene se morte è o non è, o è solo finzione. Vi invito a leggere il libro che è molto divertente.

Anche per Campanile l’umorismo è un modo appunto per analizzare la vita, per fare alcuni ritratti graffianti di personalità e per analizzare l’assurdità di alcuni comportamenti umani. Anche per oggi abbiamo filosofeggiato abbastanza. Spero che questo tema sia stato interessante.

Vi auguro una buona settimana e a presto.

25 – R come Risata I – Pirandello

Ridere e piangere sono parti della nostra vita.
Perché gli uomini ridono? E che cosa fa ridere? Il riso dipende dalla società? Il riso rappresenta un sentimento di benessere o sofferenza?
Ci sono molte interpretazioni sul perché ridiamo, che cosa ci fa ridere e qual è l’importanza della risata. Voglio usare lo spazio di oggi per parlare di Luigi Pirandello, un autore italiano importantissimo che ha analizzato la Risata e l’Umorismo.

Trascrizione

“Ridete franco e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via: tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto, se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, (…), se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi.

In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile(…) è la potenza del riso: chi ha il coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha il coraggio di morire.”

Giacomo Leopardi

 

La risata e il riso sono parti importanti della personalità di una persona. E attenzione che con la parola riso non voglio dire l’alimento. “Riso” in italiano è sì un alimento, ma è anche il gesto del ridere.

La letteratura mondiale ha provato ad analizzare la risata e il riso. Perché gli uomini ridono? E che cosa fa ridere? Il riso dipende dalla società? Il riso rappresenta un sentimento di benessere o sofferenza?

Sappiamo che ridere era una parte importante di alcuni riti antichi, romani e greci, ma anche egizi. In alcuni particolari momenti durante la semina degli alimenti, le persone ridevano. Pensate poi al Carnevale! Il Carnevale è la festa della risata, del sottosopra, del ridicolo. 

La storia della filosofia e della letteratura analizzano la risata e i diversi lati del riso, chiamati spesso con nomi differenti: risata, umorismo, ironia, sarcasmo. Lo scrittore russo Dovstojeski diceva che possiamo conoscere una persona dal modo in cui ride. Il premio Nobel Dario Fo diceva che il riso e la risata hanno un potere politico. E quando un popolo non sa più ridere, diventa pericoloso.

Ci sono molte interpretazioni sul perché ridiamo, che cosa ci fa ridere e qual è l’importanza della risata. Voglio usare lo spazio di oggi per parlare di due autori che mi hanno fatta avvicinare alla letteratura umoristica e che potete trovare interessanti.

Il primo scrittore che incontriamo oggi è ovviamente Luigi Pirandello. Pirandello nelle sue opere analizza e mette in pratica l’umorismo. Ma come vedrete oggi, l’umorismo di Pirandello non è una cosa leggera e spensierata. 

Prima di parlare di Umorismo, due parole su di lui.

Luigi Pirandello nasce in Sicilia nel 1867. Scrive di tutto: novelle, romanzi, poesie, storie brevi, ma è molto famoso soprattutto per le sue opere teatrali, che sono tradotte e interpretate in tutto il mondo. Nel 1934 Pirandello vince il Premio Nobel per la letteratura. Questo scrittore rivoluziona il teatro e porta la psicologia e la psicanalisi dentro ogni opera. Luigi Pirandello crea nelle sue opere dei personaggi che analizzano la propria condizione e identità. L’identità è un aspetto importante nelle opere di Pirandello, i personaggi si chiedono: chi sono io?

Fra le tante cose che scrive, Pirandello scrive anche un saggio sull’Umorismo. Qui prova a spiegare questa parola e prova a spiegare l’importanza della risata nella letteratura e nella sua opera. 

Prima di parlare di quello che dice Pirandello, vediamo però che cosa dice l’Enciclopedia italiana se cerchiamo la parola Umorismo.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, umorismo è la capacità di percepire gli aspetti più curiosi e contraddittori della realtà che possono provocare in noi il riso e il sorriso, con umana partecipazione, comprensione e simpatia. Insomma, vediamo una cosa assurda, capiamo che è strana e sentiamo il bisogno di ridere o sorridere. Questo ci fa partecipare alla scena. Ridere è un gesto sociale, che facciamo quando interagiamo con una situazione.

Treccani però dice anche che questa risata non è un piacere intellettuale, in quel caso possiamo parlare di comicità o satira. 

Con l’umorismo vediamo che in tutte le cose umane coesistono, cioè vivono insieme, lati opposti. E così il comico può essere presente in una storia tragica, una persona folle può essere anche saggia. L’umorismo e il comico hanno in questo modo una natura sociale, ci aiutano a capire il mondo e ad integrarci nella società.

E adesso, parliamo dell’Umorismo secondo Pirandello. L’episodio del podcast di oggi è un po’ filosofico, spero però che riuscirete a seguirmi lo stesso. Come sempre, per rendere le cose più semplici, potete trovare la trascrizione di questo episodio sul mio sito: www.speakitaliano.org.

Bene, Pirandello.

Pirandello si concentra molto sulla costruzione artificiale della realtà. Che cosa significa? Significa che la realtà, quello che noi vediamo tutti i giorni, per lui è una costruzione. Non è una cosa reale e autentica. L’opera d’arte serve allora per dare un’interpretazione della realtà. L’umorismo, in particolare, scompone la realtà, la divide in parti. E in questo modo la nostra mente, il nostro intelletto può analizzarla. Pirandello parla di sentimento del contrario. La realtà è vista dal contrario. Ma adesso vi spiego meglio questo concetto.

Pirandello fa l’esempio della “signora imbellettata”. Che cosa significa imbellettato? Imbellettato, pensate alla parola, ha dentro bello. Imbellettato. Significa una signora decorata, con accessori, per apparire bella. Possiamo anche usare la parola “agghindata”. Anche se poi vediamo che l’effetto non è riuscito e la signora, più che essere bella, diventa qualcosa di ridicolo, bizzarro.

Adesso provo a descrivere questa scena come fa Pirandello nel suo libro. State bene a sentire, chiudete gli occhi e immaginate la scena.

Vedo una vecchia signora, con capelli ritinti, tutti unti non si sa con che cosa, e poi goffamente imbellettata e vestita con abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, una prima impressione e superficialmente, fermarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. 

La signora è ridicola ai miei occhi, perché vuole apparire come una cosa che non è. Giovane, vuole fermare la vecchiaia. 

Poi però, arriva la riflessione. Il primo momento di risata si ferma e io inizio a pensare. Perché quella signora si veste così? Forse non ha nessun piacere a vestirsi come un pappagallo. Forse soffre e fa questo soltanto per ingannare se stessa. Per nascondere le rughe e la vecchiaia. Forse fa questo per tenere vicino a sè il marito, per la pausa che lui la lasci.

Quando la riflessione entra in me, non posso più ridere come prima. La mia risata diventa amara. Questo è il sentimento del contrario di cui parla Pirandello. La risata mi aiuta a vedere la realtà con occhi diversi e a interpretarla e codificarla. 

L’umorismo richiede un passaggio ulteriore, non si ferma alla risata. Dobbiamo indagare, farci domande. Perché la signora ha bisogno di vestirsi in questo modo?

Con le domande capiamo i lati più tragici della storia e la risata si trasforma in un sentimento amaro. Per Pirandello l’umorismo, la comicità, non è mai separata dal tragico. L’umorismo riflette allora la realtà che è contraddittoria, molteplice, ha molte facce. L’umorismo distrugge la realtà, ci fa vedere qualcosa sotto punti di vista diversi. Il comico non può separarsi dal tragico. 

E questo riguarda anche l’identità, un altro tema importante per Pirandello. Entra la psicologia, la psicanalisi, un aspetto tipico della letteratura del 1900. In Pirandello l’io è diviso, non è più unico. L’identità dei suoi personaggi è divisa, spesso non sanno più chi sono. 

Possiamo parlare di crisi dell’io. Questo fa riflettere. Vi è mai capitato nella vita che quello che pensate di voi stessi non corrisponda con quello che pensano gli altri di voi? Che esistono due persone, anzi, tre, quattro, cento, mille. Un’opera di Pirandello si chiama proprio “Uno, nessuno, centomila” e parla di questo. Parla delle mille facce che assumiamo nella nostra vita, lui non parla di facce, ma di maschere. Pirandello però è un po’ tragico, o meglio pessimista. Per lui, tutte queste maschere che gli altri ci danno, ci fanno essere centomila persone diverse e in fondo nessuna. La nostra identità è persa. 

Io sono un po’ più positiva. Penso che gli altri ci aiutino a scoprire alcuni lati di noi stessi. E penso anche che alcuni lati della nostra persona possano cambiare con il passare del tempo. 

Voi invece cosa pensate? Siete più pirandelliani, oppure non vedete questo sdoppiamento della personalità?

Comunque, Pirandello ha scritto tantissimo e ci sarebbe davvero molto da analizzare. Vi piacerebbe leggere qualcosa di Pirandello insieme? Se sì, per favore scrivetemi. Creerò altri materiali su di lui. 

Comunque, ho detto all’inizio dell’episodio che avrei voluto parlare di due scrittori, ma siccome questo episodio sta diventando lungo, lo dividerò in due parti. Quindi termino qui la prima parte dedicata a Pirandello e nella seconda parte parlerò di un altro autore che ho scoperto all’università e che mi piace molto che si chiama Achille Campanile.

Quindi a fra poco per il secondo episodio dedicato all’umorismo.

Ciao ciao, a presto

Fonti e risorse utili:

24 – P come Petaloso

Come nasce una parola? Quando una parola è inserita nel dizionario?
Non ci pensiamo molto, ma la lingua cambia, evolve. Nuove parole entrano nel dizionario e altre parole muoiono. La lingua è un essere in evoluzione.
Grazie alla storia del piccolo Matteo e della parola “petaloso” scopriamo oggi come far entrare una parola nel dizionario.

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola: petaloso! Questa è una parola che non esiste in italiano, ma nel 2016 è diventata caso mediatico sui social netwook. Perché?

Bene, torniamo indietro, oggi vi racconto questa storia. Oggi vi racconto la storia di Petaloso.

È il 2016, siamo in una scuola elementare in provincia di Ferrara. In una classe di terza elementare, la maestra Margherita Aurora, dà un compito ai bambini. Stanno praticando gli aggettivi. La maestra chiede ai bambini di pensare a tre aggettivi per la parola “fiore”. Il piccolo Matteo, per descrivere il fiore, inventa la parola Petaloso. 

La maestra Aurora, divertita, scrive con i bambini una lettera all’Accademia della Crusca. Vi ricordate di questa Accademia? Abbiamo parlato dell’Accademia della Crusca quando abbiamo parlato della storia della lingua italiana. Questa Accademia è nata molti secoli fa, nel 1582. È la più prestigiosa istituzione linguistica italiana ed è nata per regolare e studiare la lingua italiana. Veramente, come abbiamo spiegato in un altro episodio, nel 1500 la lingua italiana non era unica per tutto il Paese. La lingua unica non esisteva. L’Accademia della Crusca scrive il primo dizionario Italiano nel 1590. È un’istituzione ancora molto importante oggi in Italia.

Insomma, la brava maestra Margherita Aurora, spiega ai bambini che cos’è l’Accademia della Crusca e insieme scrivono una lettera.

Un paio di settimane dopo i bambini ricevono una risposta, via posta, direttamente dalla Crusca! La lettera è firmata da Maria Cristina Torchia, una ricercatrice che lavora nell’Accademia. Oggi voglio leggervi questa risposta.

Matteo, 8 anni, alunno delle classe terza delle scuole elementari ‘Marchesi di Copparo’ inventore del neologismo ‘petaloso’, con la maestra Margherita Aurora in una foto diffusa dalla ‘Nuova Ferrara’, 24 Febbraio 2016. ANSA/ ROSSETTI

Perché?

Prima di tutto perché è molto bella, poi perché spiega in modo chiaro la strada che una parola deve fare per arrivare al dizionario. Spiega bene come la lingua cambia con il tempo e prende parole nuove anno dopo anno. Secondo me è molto bello quello che la maestra e l’Accademia hanno fatto. Hanno spiegato in modo pratico e semplice ai bambini come la nostra lingua cambia. E hanno dato spazio alla creatività di un bambino

Questo secondo me è molto importante.

Ecco qui la lettera. Pronti? Via:

“Caro Matteo,

la parola che hai inventato è una parola ben formata e potrebbe essere usata in italiano così come sono usate parole formate nello stesso modo.

Tu hai messo insieme petalo + oso > petaloso = pieno di petali, con tanti petali

Allo stesso modo in italiano ci sono:

pelo + oso > peloso = pieno di peli, con tanti peli

coraggio + oso > coraggioso = pieno di coraggio, con tanto coraggio.

La tua parola è bella e chiara, ma sai come fa una parola a entrare nel vocabolario? Una parola nuova non entra nel vocabolario quando qualcuno la inventa, anche se è una parola “bella” e utile. Perché entri in un vocabolario, infatti, bisogna che la parola nuova non sia conosciuta e usata solo da chi l’ha inventata, ma che la usino tante persone e che tante persone la capiscano. Se riuscirai a diffondere la tua parola fra tante persone e tante persone in Italia cominceranno a dire e a scrivere “Com’è petaloso questo fiore!” o, come suggerisci tu, “le margherite sono fiori petalosi, mentre i papaveri non sono molto petalosi”, ecco, allora petaloso sarà diventata una parola dell’italiano, perché gli italiani la conoscono e la usano. A quel punto chi compila i dizionari inserirà la nuova parola fra le altre e ne spiegherà il significato.

È così che funziona: non sono gli studiosi, quelli che fanno i vocabolari, a decidere quali parole nuove sono belle o brutte, utili o inutili. Quando una parola nuova è sulla bocca di tutti (o di tanti), allora lo studioso capisce che quella parola è diventata una parola come le altre e la mette nel vocabolario.

Spero che questa risposta ti sia stata utile e ti suggerisco ancora una cosa: un bel libro, intitolato Drilla e scritto da Andrew Clemens. Leggilo, magari insieme ai tuoi compagni e alla maestra: racconta proprio una storia come la tua, la storia di un bambino che inventa una parola e cerca di farla entrare nel vocabolario.

Grazie per averci scritto.

Un caro saluto a te, ai tuo compagni e alla tua maestra.

Maria Cristina Torchia
Redazione della Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca”

 

Mi piace questa storia perché è un gesto semplice e positivo che analizza la lingua che cambia dal punto di vista di un bambino.

Per oggi è tutto,

Una buona giornata petalosa a tutti voi.

23 – O come Olivetti

Conosci l’Olivetti?
Forse hai usato o visto una macchina da scrivere Olivetti. Ma le imprese Olivetti non sono state solo questo per l’italia. Oggi parliamo di industria, fabbrica, design, comunità, Silicon Valley e informatica. Preparati al viaggio nella storia della fabbrica Olivetti.

Estratto della canzone: The Typewriter, Leroy Anderson

Trascrizione

“Io voglio che la Olivetti non sia solo una fabbrica, ma un modello, uno stile di vita. Voglio che produca libertà e bellezza perché saranno loro, libertà e bellezza, a dirci come essere felici!”

Quando ero ragazza ricordo che ero affascinata dalla macchina da scrivere di mia mamma. Era molto pesante e lei la teneva nella scatola originale. Ricordo che all’età di 11 anni o 12, avevo deciso di scrivere alcune storie con quella macchina da scrivere. Tac, tac, tac, mi piaceva tantissimo battere su quei tasti. Era una macchina da scrivere Olivetti.

Gli scrittori contemporanei usano oggi il computer per scrivere i propri libri. Oppure carta e penna. Ma nel 1900 erano molti gli scrittori che hanno usato una macchina da scrivere. Alcune delle più importanti opere della letteratura mondiale sono scritte al ritmo di una macchina da scrivere.
Fra gli scrittori che hanno usato una macchina Olivetti possiamo ricordare: Enzo Biagi, Indro Montanelli, Pier Paolo Pasolini, Leonard Cohen, Sylvia Plath, Cormac McCarthy, Primo Levi, Francis Ford Coppola.

Oggi parliamo di Olivetti.

Conosciamo tutti questa marca italiana, ma pochi sanno che Olivetti era un’azienda italiana all’avanguardia. Pochi sanno che Adriano Olivetti era un uomo rivoluzionario e visionario.
Oggi parleremo quindi di fabbrica, lavoro, comunità, design, Silicon Valley, Steve Jobs e Nasa. Eh sì, proprio così, Nasa. Ma procediamo per passi. Seguitemi nella puntata di oggi e scoprirete che cosa hanno in comune la Nasa e l’Olivetti.

Iniziamo con un po’ di storia.

Olivetti & Co è una società fondata a Ivrea nel 1908 da Camillo Olivetti. Inizia la fabbricazione di macchine da scrivere e diventa subito famosa a livello internazionale nel settore dei prodotti per l’ufficio. Negli anni 30 la produzione si allarga e la Olivetti inizia a produrre altre attrezzature per l’ufficio.

Nel 1938 Camillo lascia la fabbrica al figlio Adriano. È da qui che la Olivetti inizia un viaggio straordinario e rivoluzionario. Adriano trasforma completamente la struttura organizzativa della fabbrica e trasforma l’Olivetti in una società molto forte a livello mondiale. La Olivetti diventa una delle maggiori aziende nel settore della tecnologia meccanica.

Adriano conosce bene la fabbrica del padre. A 13 anni lavora per un periodo in fabbrica per capire il duro lavoro. Quando ha 20 anni fa un viaggio negli Stati Uniti dove visita molte fabbriche e gli stabilimenti Ford. Studia il Taylorismo, legge pensatori liberali e sociali.

Capisce che in una fabbrica non è solo importante il profitto. Capisce che sono importanti i rapporti fra operai e dirigenti. Adriano Olivetti porta la cultura in fabbrica, organizza mostre e eventi per gli operai, seleziona i talenti giovani, collabora con architetti e designer. Ricordate che in una puntata precedente abbiamo parlato di Bruno Munari? Bene, anche lui collabora con Olivetti. Le fabbriche Olivetti hanno una struttura informale dove anche gli operai che fanno i lavori più semplici e meccanici possono dare idee.

Adriano Olivetti costruisce case per i dipendenti, cinema e piscine per la città, asili per i figli degli operai, ambulatori medici, mense, biblioteche. Diminuisce l’orario di lavoro senza diminuire il salario. Fa tutto questo e vede che la produzione aumenta e non diminuisce. Dà valore ai giovani che sono i più adattabili all’innovazione.  Adriano Olivetti sa che per avere innovazione e profitto deve anche pensare al benessere dei suoi lavoratori. Oggi alcune grandi imprese multinazionali fanno questo, hanno filosofie simili. Pensate a tutte le compagnie della Sylicon Valley, poi Starbucks e altre grandi multinazionali. Hanno anche loro capito che il benessere dei lavoratori è importante per il benessere dell’azienda. Ma quello che fa Olivetti in Italia negli anni 60 è davvero innovativo.

Adriano Olivetti è un imprenditore che pensa alla persona.

E in Olivetti, nelle fabbriche Olivetti, c’è un’altra regola. Nessun manager doveva guadagnare più di 10 volte il salario minimo di un operaio. Nelle fabbriche Olivetti tutti possono dare il proprio contributo, dal manager all’operaio che fa il lavoro più semplice. Penso che sia un’iniziativa straordinaria.

Da queste idee nascono anche i progetti di Olivetti per il sociale e per la città. Nel 1948 Olivetti crea un movimento politico che si chiama Movimento di Comunità. In questi anni scrive molto. Scrive soprattutto di società, Stato e comunità. Adriano Olivetti sa che ogni impresa ha una sua responsabilità sociale sul territorio, sullo Stato e sulla città.

Adriano Olivetti vuole raggiungere l’eccellenza tecnologica, l’apertura verso i mercati internazionali e la cura del design industriale. Anche l’innovazione è molto importante. Usa molti aspetti che sono comuni oggi: cura del brand, pubblicità, grafica, sociologia e psicologia. Tutte queste idee sono usate per costruire le fabbriche che Olivetti apre in Brasile e negli Stati Uniti.

Negli anni 50 molti prodotti diventano oggetti di culto. Oggetti di design innovativo, da collezionare. Il modello più famoso è la macchina da scrivere portatile “Olivetti Lettera 22”. Nel 1957 la National Management Association di New York assegna ad Adriano Olivetti un premio per il suo lavoro.

Nel 1952 Olivetti apre un laboratorio di ricerca negli Stati Uniti e uno nel 1955 a Pisa. Si chiama Elea 9003 il primo calcolatore elettronico prodotto completamente in Italia nel 1959. Questo calcolatore elettronico è sviluppato con soluzioni tecnologiche d’avanguardia.

Dopo, Olivetti passa all’informatica.

Nel 1965 crea Programma 101, il primo calcolatore da tavolo. Inizia in questo modo la produzione italiana di personal computer.

Purtroppo, il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti muore improvvisamente durante un viaggio in treno. Aveva solo 59 anni. Quando muore la sua azienda ha un forte valore internazionale e 36000 dipendenti.

Il lavoro delle imprese Olivetti va avanti per un po’ di anni anche dopo la morte di Adriano. Abbiamo nominato Steve Jobs e la California. Bene, pensate che l’azienda Olivetti apre un ufficio nella Silicon Valley prima ancora che questa si chiamasse così. Nel 1973 l’Olivetti apre un ufficio in California, più specificamente in un posto che si chiama Mountain View. Bene, oggi a Mountain View c’è la sede di Google. In quell’anno Steve Jobs sta ancora studiando.

Nel 1979 la Apple muove i primi passi e la Olivetti intanto inaugura l’Advanced Technology Center. Nel 1982 la Olivetti lancia il personal computer M20. Il Macintosh arriva nel 1984. Ma già nel 1965 Olivetti ha prodotto il primo personal computer da tavolo al mondo. Si chiama P101. È una rivoluzione perché prima degli anni 60 i computer erano molto grandi e avevano dimensioni e costi molto alti. Olivetti riesce a presentare sul mercato un personal computer, di dimensioni e costi ridotti. Incredibile. Questa è una storia che poche persone conoscono.

E sapete un’altra cosa? La Nasa compra il computer per pianificare lo sbarco sulla luna dell’Apollo 11. Avete capito bene, la Nasa.

Ma perché oggi Olivetti non è più così importante?

Purtroppo la storia di oggi non ha lieto fine, non finisce bene. Negli anni 70 l’impresa Olivetti attraversa una grave crisi finanziaria. L’azienda trova allora altri soci e azionisti e lascia piano piano il campo dell’informatica. Sono lasciate le attività dei personal computer e l’innovazione sognata da Adriano Olivetti si ferma. La Olivetti oggi è presente nel sistema delle telecomunicazioni in Italia. Produce prevalentemente stampanti e registratori di cassa, ma ha perso l’importanza che aveva negli anni 60 nel mercato mondiale.

Comunque, ho voluto oggi condividere con voi questa storia perché per me è molto affascinante. Adriano Olivetti ha lasciato una grande lezione: il profitto non è la cosa più importante. Tutti noi abbiamo responsabilità e la comunità è importante.

Se avete tempo, provate a osservare la storia di Olivetti e i bellissimi prodotti che ha disegnato e venduto in tutto il mondo. Adriano Olivetti ha insegnato che il lavoro è una parte importante per lo sviluppo della società e dell’uomo. E per oggi è tutto,

buona settimana,

ciao ciao

Fonti e collegamenti interessanti:

22 – N come Nave

Navi. Si parla molto di navi oggi: nei giornali, in televisione. Io voglio parlare di quelle navi che non molti anni fa hanno trasportato molti italiani in Argentina, Brasile, Stati Uniti. Nella puntata di oggi racconto un po’ le grandi migrazioni italiane del 1900.

Canzone nell’episodio: Terra Straniera, Luciano Taioli

Trascrizione

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire…

Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America.

Alessandro Baricco, Novecento

Una nave avvistata al largo della Sicilia, nave con migranti al largo di Malta. Navi, sentiamo molto parlare di navi ultimamente. E l’Italia, a causa anche della sua posizione strategica nel mediterraneo, è la meta per molti migranti.

La citazione che ho letto all’inizio, però, parla di un’altra nave. Una nave grandissima, che faceva un viaggio più lungo. La citazione che vi ho letto arriva da un libro di Alessandro Baricco che si chiama Novecento. Da questo libro è nato un film di un regista fantastico, Giuseppe Tornatore. La storia racconta di un pianista straordinario, di un ragazzo che nasce e cresce in una di quelle navi che trasportavano i migranti da Europa ad America.

Dal 1861, l’anno dell’Unità d’Italia, sappiamo che circa 30 milioni di Italiani hanno cercato la fortuna all’estero. 30 milioni di persone sono tanti e probabilmente fra di voi ci sono persone che hanno origini italiane. Molti italiani che sono partiti poi sono ritornati in Italia negli anni o decenni successivi. La maggior parte però è rimasta nei paesi stranieri e ha ricominciato una nuova vita lontano dall’Italia.

Ancora oggi, ci sono grandi comunità di discendenti Italiani negli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina, in Francia e in Germania. Gli Italiani sono un popolo di migranti.

Oggi voglio parlare un po’ di queste migrazioni.

Le ondate migratorie che hanno coinvolto gli Italiani sono state diverse, in anni differenti e verso paesi differenti. Tra il 1861 e il 1915, ma in particolare dall’inizio del 1900, possiamo parlare di Grande Emigrazione. In questi anni sono partiti infatti circa 14 milioni di Italiani. Le migrazioni erano iniziate ancora prima dell’Unità d’Italia e molti genovesi erano ad esempio emigrati in Argentina e Uruguay durante l’800.

La Grande Emigrazione riguarda soprattutto le Americhe. Molti italiani partono in quegli anni verso Stati Uniti, Canada e America Latina (in particolare Brasile e Argentina). Le regioni di provenienza degli Italiani erano prima quelle del nord. Nei primi anni, appunto, sono partite molte persone da Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte.

Durante i primi anni del Novecento, però, le persone che emigrano dal Meridione, dal sud Italia, superano le persone che vengono dal Nord. Aumenta l’emigrazione di regioni del sud come Calabria, Campania, Puglia e Sicilia.
Interi piccoli paesini della provincia si spopolano, perdono abitanti e intere famiglie emigrano.

Perché emigrano?

I motivi delle prime emigrazioni sono diversi. Prima di tutto la povertà, la ricerca di una vita migliore. Poi, la ricerca di terra e di condizioni di lavoro migliori. Dobbiamo ricordare che molti italiani erano braccianti, cioè lavoravano la terra. La riforma agraria della seconda metà dell’ottocento aveva portato la concorrenza straniera nel mercato e messo in crisi l’agricoltura. Dopo l’Unità D’Italia, la penisola vive una fase di industrializzazione. Lo sviluppo però non è uguale in tutto il territorio e ci sono molti contadini e braccianti senza lavoro.  L’aumento della popolazione causato dall’Unione d’Italia e la mancanza di contratti di lavoro vantaggiosi porta molte persone a emigrare. A questi motivi si aggiungono la Mafia nel Sud Italia e motivi politici.

Chi partiva?

Non partivano solo braccianti e contadini. A dire la verità, le persone che erano più povere non avevano i mezzi per pagare il viaggio. La maggior parte delle persone che partivano erano piccoli proprietari terrieri. Partivano per i paesi extraeuropei soprattutto giovani uomini del Sud Italia. Spesso erano soli e lasciavano le famiglie a casa. Fa eccezione l’emigrazione verso il Brasile intorno al 1888. In questo caso l’emigrazione d’Italiani ha riguardato intere famiglie. Il paese – il Brasile – aveva infatti abolito la schiavitù e avviato un programma di colonizzazione.

Per i paesi europei ( in particolare Germania, Svizzera e Francia), partivano anche famiglie. Queste persone che emigravano in altri paesi europei trovavano lavoro soprattutto in giacimenti, nelle costruzioni di strade ed edilizia.

Nel 1901 è creato il Commissariato Generale per l’Emigrazione. Che cos’è? È un documento che serve a disciplinare e organizzare l’emigrazione, almeno sulla carta. Le persone che partivano infatti, dovevano sopportare condizioni igieniche pessime e rischiose per la salute.

Chi partiva dal Nord di solito lo faceva da Genova o dalla Francia. Dal sud, invece, il porto più attivo era quello di Napoli. La differenza di prezzo tra la prima e la terza classe era molto alta e così anche le condizioni igieniche e sanitarie erano molto diverse dalla prima alla terza classe.
Il viaggio poteva durare anche un mese, pensate.

Chi arrivava negli Stati Uniti doveva passare dall’ufficio di immigrazione di Ellis Island. Probabilmente conoscete, avete già sentito parlare di questo isolotto. Oggi, il piccolo isolotto nella Baia di New York ospita un Museo che è simbolo dell’immigrazione. Da quest’isolotto, sono passati oltre 12 milioni di uomini e donne in cerca del “sogno americano”.

I passeggeri più poveri che viaggiavano in terza classe venivano inviati a Ellis Island per ispezioni mediche e burocratiche.
I migranti che superavano i primi esami (principalmente medici e psichiatrici) andavano nella sala dei registri per la parte burocratica. Nome, luogo di nascita, stato civile, destinazione, disponibilità finanziaria, professione, carichi penali, riferimenti a conoscenti negli Stati Uniti. Queste erano le informazioni raccolte. Alla fine degli accertamenti, gli italiani (e insieme a loro tanti irlandesi, inglesi e altre nazionalità) erano accompagnati al traghetto per Manhattan. Iniziava così l’American Dream.

American dream che non era facile da raggiungere.

Il pregiudizio verso gli italiani è forte. Negli Stati Uniti si diceva che gli italiani non erano bianchi ma nemmeno palesemente neri. In Australia si parlava di “pelle d’oliva”. Poi ancora: inferiori, mafiosi, anarchici.
In alcune vignette satiriche del tempo, gli italiani erano rappresentati come sorci, ratti.

In tutti i posti dove gli italiani sono emigrati in massa hanno risposto al pregiudizio . L’integrazione è poi arrivata con le seconde e le terze generazioni e con l’arruolamento di molti Italo-americani nell’esercito durante la Seconda Guerra Mondiale.

Tra la prima e la seconda guerra Mondiale i flussi diminuiscono.

Ci sono motivi diversi per questo:

1 – in alcuni paesi la legge ferma l’immigrazione. Gli Stati Uniti sono tra i primi a creare leggi di controllo dell’immigrazione. Nel 1920 e 1924 emettono una legge chiamata Quota Act che prevede quote massime di uomini da ammettere per ogni paese.  La crisi del 1929 aumenta l’idea che i migranti non sono ben voluti.

Dall’altro lato, lo Stato Italiano ferma l’emigrazione. Durante gli anni del fascismo c’è una politica anti-migratoria. L’Italia si preparava per la guerra, la politica fascista era fortemente patriottica ed erano in programma i piani di colonizzazione dei paesi africani. Gli Italiani, insomma, servivano in Italia.

Se diminuisce in quegli anni l’emigrazione verso le Americhe, aumenta però l’emigrazione europea. Molte persone, infatti, vanno in questi anni in Francia, soprattutto se opposte al regime fascista.

Dopo la firma del patto d’acciaio con la Germania, molte persone emigrano anche verso questo paese.

Dopo la guerra, fino alla fine degli anni sessanta riprendono i grandi flussi migratori italiani. Oltre che verso l’estero e l’europa inizia un nuovo fenomeno: la migrazione interna. L’italia vive un forte cambiamento politico ed economico e inizia l’industrializzazione, soprattutto nel Nord. Molti italiani iniziano a emigrare dalle regioni del Sud al Nord.

E qui entra un poco della mia storia.

Io sono nata in Piemonte, però i miei nonni sono di un piccolo paese del Sud Italia. Sono nati in Campania e sono venuti al Nord nel 1962 in cerca di lavoro e nuove condizioni di vita. La nonna, che oggi è una donna completamente integrata in Piemonte – ha più amici di me, penso – mi racconta dei pregiudizi. A volte mi racconta che i primi anni sono stati difficili per lei perché gli Italiani del Sud erano visti con pregiudizio: parlavano con un altro accento, cucinavano in modo diverso, avevano una personalità più estroversa. Anche io un po’ mi sento figlia di una migrazione. E penso che la mescolanza di culture dove sono cresciuta sia molto bella.

Negli anni del Dopoguerra, chi emigrava verso Stati Uniti, Australia e Sud America, lo faceva di solito in modo definitivo. A volte raggiungeva la famiglia che era emigrata in questi paesi anni prima. Le migrazioni europee invece erano anche stagionali o temporanee.

Bene, arriviamo ai giorni d’oggi

Negli ultimi anni si parla di una nuova migrazione e si usa spesso il termine “fuga di cervelli”. Molti giovani italiani formati e con una laurea hanno lasciato l’italia per andare a vivere in altri paesi europei o fuori dall’Europa. Di solito i giovani che partono cercano un’esperienza e condizioni di lavoro più vantaggiose. Devo dire che i progetti Europei e l’Unione Europea hanno aiutato gli spostamenti in Europa e per noi Italiani di nuova generazione è tutto più semplice. Questa è una mia opinione personale.

Dagli anni 70, l’Italia è diventata anche meta di immigrazione e molte persone sono arrivate, e continuano ad arrivare, nei porti italiani in cerca di una nuova vita.

Nel 1989 c’è stato il primo censimento degli italiani all’estero. E secondo il ministero degli Esteri, gli italiani residenti all’estero nel 2018 erano un po’ più di cinque milioni.

E gli oriundi? Oriundi sono le persone che sono nate all’estero ma figli, nipoti, pronipoti o parenti stretti d’italiani. Questi sono più di – udite udite – 58 milioni. Ci pensate? Praticamente è un’altra italia, fuori dall’Italia! Interessantissimo questo.

Bene, per oggi vi ho dato molte informazioni. Mi piacciono molto le storie di migrazione, se volete condividere la storia della vostra famiglia con me per favore scrivetemi! Sarò molto felice di leggere le vostre email.

Come sempre, vi invito a iscrivervi alla mia newsletter, cercare il gruppo Pensieri e Parole su Facebook e, una novità, cercare Speak Italiano su YouTube. Ho pubblicato infatti il mio primo video – yey! – e spero che vi piaccia.

Buona settimana e a presto.

 

Fonti e collegamenti utili: