28 – S come Scrittura – Jhumpa Lahiri

Oggi racconto la storia di Jhumpa Lahiri, una scrittrice che si è innamorata della lingua italiana e ha deciso di adottarla. Oggi parliamo di “In altre parole”, un viaggio nella lingua italiana. Il viaggio nella lingua italiana è fatto di passione, scoperta, ricerca, ma anche imperfezione e frustrazione. Un libro consigliatissimo a tutti quelli che stanno studiando l’italiano.

Trascrizione

La scrittura è uno strumento terapeutico. Uno strumento che ci aiuta a indagare noi stessi, a entrare in profondità, e a osservare le cose del mondo.  La scrittura è un mezzo per l’arte. Molti scrittori scrivono soprattutto per se stessi, per analizzare i propri sentimenti, per sfogarsi, per affrontare demoni e paure.  Di solito la scrittura è nella nostra lingua madre. La nostra lingua madre infatti ci rappresenta. Le nostre parole ci rappresentano. La nostra lingua madre è la nostra identità.  Ho finito di leggere da poco un libro scritto da una scrittrice che non è nata in Italia. Una scrittrice che ha deciso di usare l’Italiano come lingua della scrittura e del quotidiano,  anche se l’italiano non è la sua lingua. Questa donna ha deciso di mettersi alla prova, di abbandonare la sua lingua madre e iniziare un viaggio in un mondo fatto di parole straniere.  Lei si chiama Jhumpa Lahiri, il suo libro è In altre parole. Jhumpa nasce a Londra da genitori Bengalesi e cresce negli Stati Uniti, a Rhode Island. Si dedica alla scrittura fin da giovane e nel 2000 vince il premio Pulitzer con il romanzo “L’interprete dei malanni” – questo il titolo in Italiano. Pubblica vari libri di successo e scrive per il New Yorker.  Il suo contatto con l’Italiano inizia dopo l’università, quando fa un viaggio a Firenze e si innamora del nostro paese, ma soprattutto della nostra lingua. L’Italiano le sembra da subito qualcosa di familiare. La stessa Lahiri scrive:  “L’italiano sembra già dentro di me e, al tempo stesso, del tutto esterno. Non sembra una lingua straniera, benché io sappia che lo è. Sembra, per quanto possa apparire strano, familiare. Riconosco qualche cosa, nonostante non capisca quasi  nulla”. Dopo questo primo viaggio in Italia, torna a New York e continua con la sua vita. Ma non dimentica l’Italiano. Continua a studiarlo, con tenacia e insistenza. Nel 2012 una scelta drastica: Jhumpa Lahiri decide di trasferirsi con la famiglia in Italia. Così lascia tutto e si trasferisce a Roma con il marito e i figli. Ben presto capisce che questo non basta, il suo viaggio non finisce qui. Inizia a dedicarsi con ossessione allo studio dell’italiano, si avvicina a questa lingua che era straniera per lei. E fa una cosa più grande: inizia a scrivere in Italiano

In altre parole

In altre parole, il libro che vi consiglio oggi, è un libro scritto da Jhumpa in italiano.   In questo libro Jhumpa racconta del suo amore per la lingua italiana e del suo viaggio coraggioso in un altro mondo.  Un amore che diventa quasi un ossessione quando lei decide di lasciare tutto quello che ha negli Stati Uniti e di trasferirsi con la sua famiglia in Italia.  Dovete pensare che al momento del trasferimento in Italia lei era una scrittrice famosa è affermata negli Stati Uniti, aveva appena vinto un premio molto importante, un premio Pulitzer.  I suoi libri vendevano e lei era una scrittrice di successo. Perché allora lasciare tutto e decidere di trasferirsi in un altro paese, con un’altra lingua, un’altra cultura e altre abitudini.  E soprattutto, perché iniziare a scrivere in una lingua che non è la nostra? In una lingua che non ci appartiene? Per lei, questo è un esperimento, è la ricerca di un altro punto di vista. Cerca “altre parole” per descrivere la realtà fuori e la sua realtà interiore.  Il libro è molto molto interessante perché parla di questo viaggio  e racconta in un modo molto profondo e semplice le difficoltà e le frustrazioni che tutti proviamo quando vogliamo esprimerci  con una lingua che non è la nostra. Il libro racconta degli ostacoli e dei dubbi. Racconta della solitudine e del senso di inadeguatezza.  Con capitoli brevi Jhumpa racconta il suo trasferimento a Roma, il suo amore per la lingua, i primi racconti in italiano e le prime interviste in italiano. Racconta di questo rapporto d’amore con questo amante – la lingua italiana appunto – che la attrae ma poi la respinge. Racconta anche del suo incontro con i grandi autori del passato, i grandi della letteratura italiana che lei incontra nel suo studio solitario.  Il viaggio nell’italiano si intreccia con un viaggio nel passato, nella sua vita.  Parla della sua infanzia da bambina nata da genitori bengalesi a Londra e poi cresciuta negli Stati Uniti.  Parla del rapporto con le lingue della sua vita: il bengalese e l’inglese. Tutte e due forti ma nessuna completamente la sua lingua madre. Ed è qui che entra l’italiano.  La lingua italiana per Jhumpa, oltre a essere un grande amore, è anche una via di fuga. Un modo per una scrittrice esperta e una donna profonda di liberarsi dalle aspettative,  dalle abitudini e dalle maschere che portiamo ogni giorno. Questo viaggio in Italia e nella lingua italiana e anche un viaggio nell’identità.  Chi sono io?  Qual è il mio passato? Che cosa sto cercando?  Tutte queste domande sono una ricerca continua per tutti noi. Il libro mi è piaciuto molto perché Jhumpa è una scrittrice molto profonda che sa analizzare con parole perfette il mondo intorno a sé e il mondo dentro di sé.    I capitoli sono brevi, la difficoltà del testo aumenta piano piano e le parole sono ricercate. Penso che questo libro sia adatto a tutte le persone che stanno studiando una lingua straniera.  Non voglio parlare troppo oggi, ma voglio leggervi un piccolo pezzo del libro.  Andiamo: “Per colpa della mia identità divisa, per colpa, forse, del mio carattere, mi considero una persona incompiuta, in qualche modo manchevole. Può darsi che ci sia una causa linguistica: la mancanza di una lingua con cui possa identificarmi. Da ragazzina, in America, provavo a parlare il bengalese alla perfezione, senza alcun accento straniero, per accontentare i miei genitori, soprattutto per sentirmi completamente figlia loro. Ma non era possibile. D’altro canto volevo essere considerata un’americana, ma nonostante parlassi quella lingua perfettamente, non era possibile neanche quello. Ero sospesa anziché radicata. Avevo due lati, entrambi imprecisi. L’ansia che provavo, e talvolta provo ancora, proviene da un senso di inadeguatezza, di essere una delusione. Qui in Italia, dove mi trovo benissimo, mi sento imperfetta più che mai. Ogni giorno, mentre parlo, mentre scrivo in italiano, mi scontro con l’imperfezione. Questa linea sinuosa lascia una traccia, mi accompagna ovunque. Mi tradisce, rivela che non sono radicata in questa lingua. Perché mi interessa, da adulta, da scrittrice, questa nuova relazione con l’imperfezione? Cosa mi offre? Direi una chiarezza sbalorditiva, una consapevolezza più profonda di me stessa. L’imperfezione dà lo spunto all’invenzione, all’immaginazione, alla creatività. Stimola. Più mi sento imperfetta, più mi sento viva. Scrivo fin da piccola per dimenticare le mie imperfezioni, per nascondermi sullo sfondo della vita. In un certo senso la scrittura è un omaggio prolungato all’imperfezione. Un libro, così come una persona, rimane qualcosa di imperfetto, di incompiuto, durante tutta la sua creazione. Alla fine della gestazione la persona nasce, poi cresce. Ma ritengo che un libro sia vivo solo mentre viene scritto. Dopo, almeno per me, muore.” (da “In altre parole” di Jhumpa Lahiri)   Bene, vi lascio questo invito oggi: cercate quest’autrice, ascoltate le interviste, leggete il suo libro. Le sue parole sono un messaggio per tutte le persone che provano a esprimersi con una lingua che non è la loro lingua madre. Per oggi è tutto, A presto Fonti e risorse utili:

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